Campions 2009: Visca el Barca !

Scegliere una squadra per cui tifare questa sera per la finale di Champions è impresa ardua, ma la passione per il Barcellona diventa un imperativo …

Scegliere una squadra per cui tifare questa sera per la finale di Champions è impresa ardua, ma la passione per il Barcellona diventa un imperativo …
Quando si parla di riciclo di PC c’è molta confusione, infatti 7 europei su 10 preferiscono mettere in ripostiglio piuttosto che riciclare i vecchi apparecchi elettronici, in particolare, inglesi e italiani. Questo è il quadro che viene messo in luce da una ricerca condotta da Dell sulle abitudini al riciclo di 5.000 persone intervistate in Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania. Lo studio rivela anche che solo il 5% degli europei ricicla i vecchi computer.
Ci sono interessanti discrepanze di sesso, età e nazionalità quando si parla di riciclo: i tedeschi sono i più attenti (quattro su cinque riciclano regolarmente) rispetto ai britannici (solo uno su due). I maschi europei sono meglio informati sulle procedure di riciclo di un PC, ma questo non fa di loro dei perfetti “riciclatori”.
Le donne sono complessivamente più coinvolte dalle iniziative a protezione dell’ambiente; riciclano meno solo per mancanza di conoscenza delle procedure piuttosto che per scarso interesse:
- le donne prendono a cuore le possibili implicazioni sull’ambiente del riciclare o meno e si preoccupano di dove vadano a finire i prodotti da riciclare una volta che escono dalla propria abitazione.
- le donne leggono le etichette e le avvertenze poste sui PC e sulle attrezzature elettroniche e si preoccupano di più dei consumi energetici quando acquistano nuovi prodotti rispetto agli uomini
- le donne sono meno interessate all’estetica dei prodotti e non amano packaging eccessivi, ma pensano che le aziende produttrici dovrebbero lavorare sulla riduzione degli imballaggi.
Nei momenti di crisi e di difficoltà economica una ricetta per risolvere i problemi e per ridare canches di sviluppo è quella delle fusioni e delle acquisizioni. Vediamo per esempio in questo momento le grandi manovre per il mercato delle automobili. Si creano delle realtà più grandi, maggiormente in grado di restare nel mercato.
Nel settore dell’editoria e del giornalismo italiano non se ne parla. E’ un tabù, esistono difficoltà intrinseche, si ha paura di venire a patti con vecchi rivali, oppure non c’e’ spazio economico per operazioni del genere ?
Via Luca Sofri
Vi ricordate il documentario “Oil” sulla raffineria di Sarroch, di cui era stato chiesto il sequestro dagli avvocati della società Saras (quella della famiglia Moratti)?
Tre operai sono morti questo pomeriggio intorno alle 14 all’interno degli impianti della raffineria Saras a Sarroch (Cagliari). I tre, secondo le prime informazioni, si trovavano in un ambiente chiuso che si sarebbe saturato di esalazioni tossiche.
Ecco dove si trova il mega impianto della famiglia Moratti Read more »
“Per cogliere le opportunità del nuovo mondo editoriale, tutti devono cambiare approccio: giornalisti, editori, pubblicitari”. La nuova ricerca dell’Osservatorio europeo di giornalismo, condotta da Piero Macrì con la supervisione di Marcello Foa, parte da una constatazione paradossale: i giornali non sono mai stati letti come ora. Tuttavia l’editoria è in una crisi che non è passeggera, ma strutturale. Per capire come affrontarla bisogna considerare diversi aspetti.
Di seguito la sintesi analitica della ricerca.
1) Nonostante il notevole aumento dei lettori online, la pubblicità non aumenta proporzionalmente. Anzi, gli incrementi sono poco significativi e la migrazione della pubblicità dalla carta all’online è molto contenuta: il valore dell’investimento pubblicitario su web mediamente non supera il 10% dei ricavi complessivi dei giornali.
2) Il tentativo di imporre accessi a pagamento sembra avere poche possibilità di successo: i lettori sono abituati a ottenere gratis le informazioni e tendono a rifìutare qualsiasi forma di abbonamento o micropagamento. Un cambiamento di tendenza potrebbe essere possibile solo in presenza di una strategia condivisa dai principali gruppi editoriali. In questa prospettiva vanno considerate le mosse di Rubert Murdoch, che si è detto intenzionato a estendere la formula a pagamento, oggi attiva sul Wall Street Journal, ad altri siti web dei giornali di proprietà di News Corporation. Basterà il traino di Murdoch a cambiare le dinamiche?
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Via Il Barbiere della Sera (su Kaizenology con i commenti)
In tutto il mondo i giornali vanno online, le loro versioni cartacee sono destinate a sparire. Non è solo una questione di forma ma anche, e soprattutto, di sostanza. La rete permette aggiornamenti continui, dibattiti, interazioni ecc ecc. La “sicurezza” dell’informazione poi non ha nulla a che fare con la carta. Il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal (per rimanere sul “classico”) hanno la stessa attendibilità sia che siano concreti, sia che siano virtuali.
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Non è così, naturalmente, i soldi statali salvano il culo a tutti. La situazione è comunque critica, ma a farne le spese sono i veri giornalisti, che di solito non sono nemmeno iscritti alla loggia, ops intendevo l‘ordine, dei giornalisti. Al limite sono pubblicisti e cioè pagano le tasse e i contributi ma non hanno praticamente nessun vantaggio. Sono loro che tengono in piedi le redazioni, con la pioggia e con il vento. Sottopagati, sfruttati, presi a calci e scaricati quando la barca fa acqua perché senza contratto. Eppure senza di loro i giornali non potrebbero nemmeno andare in edicola. Sono loro i giornali.
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Da sette anni mi barcameno tra un periodico e l’altro. Prima o poi qualcosa è andato a puttane. Si sono salvati sempre tutti, tranne quelli che fanno il grosso del lavoro, i precari del giornalismo (su cui bisognerebbe aprire un lungo e feroce post a parte, anche solo per descrivere la modalità di accesso al “titolo” di giornalista). L’ultima bordata è arrivata, pochi giorni fa. Con un preavviso degno di quello di uno stupratore che avverte la sua vittima. Mi/ci è arrivata questa mail relativa alla mia attività giornalistica in Panorama.it. la versione online del magazine più noto del paese:
“carissimi, ecco la mail che non avrei mai voluto scrivere: dal 1° giugno chiudono il sito di Panorama. l’azienda ha comunicato oggi ai nostri fiduciari sindacali che le news online non portano pubblicità, quindi niente soldi. e quindi il sito verrà trasformato in un non meglio identificato portale “maschile”, con direttore responsabile Marco Mazzei sotto la gestione della mondadori digital publishing (la società che cura tutti i siti mondadori) [...] vi ringrazio per tutta la passione che ci avete sempre messo.”
Il corpo delle donne è il titolo di un documentario sull’uso del corpo della donna in tv che merita di essere visto e che merita profonde riflessioni.
Venerdì scorso nella soleggiata e rovente Roma si è svolto il TechGarage, evento annuale nel quale vengono selezionate e premiate una decina di nuove e innovative start-up. All’interno della giornata ci sono stati diversi colpi di scena, ma partiamo dall’inizio.
Le finaliste di quest’anno erano: Mobatar, Koinup, Boober, Poken, SmartRm, iWikiPhone , KipCast, Eris4, CriticalCity e con un cambio all’ultimo minuto MobNotes ha preso il posto di Leyio che non si è potuto presentare per motivi personali.
I CEO – o in alcuni casi i semplici ragazzi – che sono saliti sul palco per presentare la propria idea hanno avuto 8 minuti ciascuno per illustrare il proprio progetto e sintetizzare il tipo di finanziamento di cui avevano bisogno. Alcune interessanti, altre meno, ma fra tutte, ce n’è una che ha conquistato immediatamente la platea, i giudici e soprattutto me che ho tifato spasmodicamente a un passo dalla giuria composta da investitori, imprenditori di successo ed esperti del mondo Web & New Media; si tratta di CriticalCity, un progetto che punta al sociale più che ai ricavi creato da 4 ragazzi che ci hanno messo passione, entusiasmo e freschezza. I giovani imprenditori e creativi – che non arrivano nemmeno a 30 anni ciascuno – hanno spazzato via tutte le altre star-up e hanno vinto tutti i premi in palio.
Prima la memoria Olivetti sembrava non interessare nessuno, poi è venuto tecnologicamente ed ora crescono come funghi le proposte di musei olivettiani.
Lucia Annunziata interpreta a modo suo il tempa dei contenuti a pagamento
Oggi l’editoria internazionale, in testa l’imprenditore dalle uova d’oro Rupert Murdoch – e, pare, anche l’editoria italiana raccolta a Bagnaia – vuole passare su Internet, e vuole far pagare i contenuti. Il ragionamento funziona più o meno così: le notizie sono più o meno le stesse, prodotte da un alveare operoso ma senza nome dei vari media, e saranno dunque inevitabilmente gratis. Altro sono i contenuti e questi si faranno pagare. Dunque meno giornalisti per lavorare al corpaccione unico delle news generali, e poche pepite d’oro da far pagare care. Se si aggiunge al costo finale l’assenza della carta, con tutti gli enormi benefici anche per la «sostenibilità» (altra parola da «seminario»), voilà.
A parte la complicata distinzione fra contenuti e notizie che ha già dato vita a una disputa annosa e non meno divisiva di quella sulla essenza del corpo di Cristo fra Ario e Atanasio, la domanda rimane sempre la stessa: ma che razza di contenuti sono questi da spingere a comprare in una rete gratuita e zeppa di notizie un particolare accesso a una particolare testata?
Fino ad oggi nel mondo ci sono vari esempi di successo online. L’informazione economica, che è assolutamente necessaria, di Bloomberg, dei servizi speciali del Ft, o di Economist o di WSJ, e che riesce, in parte, a farsi pagare. Nell’informazione politico-generalista, ci sono esempi di altissimo livello, come «politico.com», da tutti guardato come esempio: ma anche questo sito, pur fatto da superfirme superpagate, al momento per sfidare Washington Post e New York Times rimane gratuito.
Per farci pagare l’accesso al Web avremo dunque bisogno di offrire grandi cose. Notizie esclusive (scoop, si diceva quando eravamo ingenui)? Le analisi migliori? Storie senza pari? Risate irripetibili? Informazioni senza le quali non possiamo uscire? Qualunque di queste cose sia, per essere acquistate dovranno essere, appunto, uniche, irripetibili, migliori, senza pari, impossibili da ignorare. E chi farà questi strepitosi «contenuti», se non strepitosi giornalisti? Ecco, così, tanto per indicare un dettaglio.
E’ possibile iniziare a dare le proprie preferenze riguardo ai migliori post dell’anno che saranno premiati ai Macchianera Blog Awards 2009, nel corso della BlogFest 2009, dal 2 al 4 ottobre a Riva del Garda.
Il funzionamento è molto semplice: i gestori di blog gestiti da WordPress (soluzioni per altre piattaforme in arrivo) non dovranno fare altro che copiare il codice nel tema del blog, alla fine di ogni post: le tag che sono al suo interno si autocompileranno inserendo automaticamente il titolo del post e l’indirizzo. Il sistema di votazione è gestito da Google e richiede un account per poter verificare la veridicità dei voti.
L’enciclopedia Treccani d’ora in poi sarà disponibile online gratis. L’iniziativa parte subito con la firma dell’intesa siglata oggi dal ministro della pubblica amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta e l’amministratore delegato del prestigioso istituto dell’Enciclopedia Italiana Francesco Tatò a Palazzo Chigi.
Il Ministro e l’Istituto per l’Enciclopedia Italiana hanno l’obiettivo comune di “consentire ai cittadini e ai docenti delle scuole di utilizzare e sviluppare contenuti culturali”. Per questo motivo, l’Istituto Treccani renderà disponibili i contenuti digitali dei propri archivi, sviluppando insieme con il Dipartimento per
l’innovazione e le tecnologie della Presidenza del Consiglio strumenti collaborativi, per consentire ai docenti la produzione di contenuti didattici e di ricerca, regolati secondo i principi dei Creative Commons.
L’accordo per lo sviluppo della didattica e della cultura in rete prevede la digitalizzazione dei contenuti a carico del Ministero e rientra nel programmae-Gov 2012.