Paola Caruso da De Bortoli

Di   17 novembre 2010
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Dopolo sciopero della fame il rientro in via Solferino

Corriere della Sera, ore 16,30. Varco la porta di via Solferino e mi sembra quasi strano. Non mi reggo in piedi. Paradossalmente oggi che ho ripreso a mangiare sto peggio di ieri. Alla reception aspetto di salire in direzione. Ho un incontro con il direttore a cui partecipano anche il condirettore e il direttore delle risorse umane. La prima domanda è ovvia: “Come stai?”. E poi si inizia a parlare della vicenda con toni cordiali, quasi affettuosi.
Non sono qui per una trattativa, ma per un chiarimento su tutta la vicenda. Mi scuso subito per le tante mail di insulti arrivate al direttore: la critica è una cosa, l’offesa un’altra. “Ho risposto a tutti – spiega Ferruccio de Bortoli -. Sono passato per uno che non sostiene i giovani e non così. Ma ho le spalle larghe”.
Abbiamo molte cose da chiarire: dai motivi della protesta alla preoccupazione dei colleghi per la mia salute, dallo stato di crisi del giornale alle mie aspirazioni reali/illuse/disilluse. Cerco di leggere tra le righe, ma faccio fatica perché il mio mezzo neurone rimasto attivo incomincia a vacillare. So che i colleghi mi sono vicini: i loro messaggi di questi giorni mi hanno dato grande conforto. So che amo sempre mamma Rcs, anche se al momento mi considero una figliastra.
E adesso cosa succede? Succede che ho un contratto e posso tornare a lavorare appena mi sarò ristabilita. Nessuna promessa, ma l’assicurazione che chi merita prima o poi fa carriera. Fa davvero carriera. “Insomma, mi perdonate?” dico quasi scherzando. De Bortoli sorride, mi stringe la mano e mi saluta.