I problemi dell’editoria impura

Alessandro Penati su Repubblica via Dagospia

Rcs, editore del Corriere della Sera, è anche un´azienda. Quotata in Borsa. Il primo gruppo editoriale italiano per fatturato. Osservazione doverosa visto che Rcs è ormai sinonimo di manovre per guadagnare spazio sul ponte di comando, di rumors sul direttore del Corriere, di giri di pacchi e pacchettini di controllo, di scalate più o meno occulte, accerchiamenti, alleanze, patti di sindacato, e litigi tra i potenti soci. Sembra “Beautiful”. Utili, margini, prospettive, valore del titolo sembrano interessare a nessuno. Se non quando l´azienda entra in crisi, come capita, in media, ogni dieci anni.

Storia nota. Ma viene fatto di rimarcarla adesso per il polverone sollevato dalle critiche di Della Valle al “vecchietto” Geronzi. Se ho capito bene, le critiche possono essere così riassunte: la governance è inadatta a gestire efficacemente l´azienda; le decisioni riguardanti Rcs (incluso la nomina del direttore del Corriere), non spettano al patto di sindacato ma al consiglio di amministrazione; la società deve essere gestita da azionisti che rischiano il proprio.

Sembrano critiche ovvie. Se non fosse che sono poco credibili e soprattutto poco rilevanti per le sorti dell´azienda. Primo, appaiono più legate alla contesa per il potere in Generali che al futuro di Rcs. Secondo, i patti di sindacato esistono proprio per esercitare il controllo, esautorando il consiglio delle decisioni strategiche; quindi perché Della Valle non propone lo scioglimento del patto?



Il fatturato è quello di sette anni fa. Il settore è stagnante ovunque, ma Rcs non è cresciuta nonostante le acquisizioni spagnole; che però l´hanno zavorrata di debiti, a livelli da rating junk. Nei sette anni post-Romiti, Rcs ha operato mediamente con margini (5,6%) inferiori alla metà di quelli del settore in Europa (13,8%), e nettamente più bassi della concorrenza italiana (9,8%, 6,8% e 13,5% rispettivamente per Mondadori, Caltagirone e l´Espresso). Un gap destinato a perdurare, stando alle stime degli analisti, che riflette anche la lentezza nell´adeguare i costi ai minori ricavi.

In un settore in crisi, ci vorrebbero una chiara visione strategica, molta determinazione e scelte coraggiose. Almeno se si vuole che Rcs rimanga una grande azienda quotata. Ma di questo non parlano né il piano triennale di “rilancio”, né Della Valle. Non sorprende che, finita la sbornia della falsa scalata di Ricucci, il titolo abbia perso il 60% rispetto all´indice europeo di settore.