La situazione in Libia sta diventado terribile (via il Post)
Continuano ad arrivare notizie di repressioni e massacri dalla Libia, dove la polizia sta soffocando con la violenza i moti di protesta scoppiati nell’ultima settimana. Il regime non fornisce informazioni su quanto sta accadendo, quindi non ci sono cifre ufficiali, ma varie testimonianze da parte di cittadini libici e organizzazioni umanitarie parlano di almeno 280 persone uccise dalle forze dell’ordine da mercoledì scorso a oggi.
Ieri le forze di sicurezza libiche hanno aperto il fuoco su un gruppo di persone che partecipava a un funerale a Bengasi, uccidendone 15 e ferendone molte altre. La gente si era riunita per ricordare proprio la morte di alcuni manifestanti uccisi nei giorni precedenti. Sempre ieri, nonostante i blocchi e i rallentamenti a cui è soggetta la Rete nel paese, sono iniziati a circolare online alcuni video inquietanti e terribili girati in una specie di obitorio, che mostravano i cadaveri dei manifestanti pestati a morte.
Il dottor Mariam dell’ospedale di Bengasi ha detto ad Al Jazeera che «è un massacro. L’esercito sta sparando ai manifestanti con proiettili veri, l’ho visto con i miei occhi. Sono ovunque, non c’è posto in cui si sia al sicuro. C’è un ragazzino di otto anni che è morto l’altro giorno con un proiettile in testa – che cosa aveva fatto per meritarsi questo?».
Di fronte ad un Presidente del Consiglio che dice “questa volta nessuno mi potrà fermare”, usando tono e parole da resa dei conti più adeguati ad un film d’azione degli anni ’80 (un brutto film, tra l’altro) che ad un civile dibattito istituzionale, le possibilità sono poche.
Una è pensare che abbia ragione, che faccia bene, che questo piglio deciso possa cambiare in meglio il paese. Chi pensa ciò, è pregato di uscire ora di casa, e di guardare quel pezzettino d’Italia che gli sta attorno. Vede un paese sereno, speranzoso, che guarda con ottimismo e fiducia al domani? Se sì, allora credo sinceramente che faccia bene a stare lì dove si trova, a lasciare che il Presidente del Consiglio vada avanti pretendendo che nessuno lo fermi. Stia lì, per favore, perché se sta lì forse farà meno danni.
Chi invece vede un paese stanco, stremato, impaludato in una crisi economica e, soprattutto sociale, forse dentro di sé sente di voler fare qualcosa, qualcosa che serva, ma non sapendo bene cosa fare, esita. Oppure discute, cerca di capire, si confronta: sta fermo, però dialoga con chi gli sta attorno tentando di trovare una soluzione. Entrambi gli atteggiamenti hanno una cosa in comune, però: si resta fermi mentre chi dice “questa volta nessuno mi potrà fermare” va per la sua strada, con al seguito i servitori che è riuscito ad arruolare o quei cittadini che, bontà loro, sono convinti che faccia bene.
Rcs, editore del Corriere della Sera, è anche un´azienda. Quotata in Borsa. Il primo gruppo editoriale italiano per fatturato. Osservazione doverosa visto che Rcs è ormai sinonimo di manovre per guadagnare spazio sul ponte di comando, di rumors sul direttore del Corriere, di giri di pacchi e pacchettini di controllo, di scalate più o meno occulte, accerchiamenti, alleanze, patti di sindacato, e litigi tra i potenti soci. Sembra “Beautiful”. Utili, margini, prospettive, valore del titolo sembrano interessare a nessuno. Se non quando l´azienda entra in crisi, come capita, in media, ogni dieci anni.
Storia nota. Ma viene fatto di rimarcarla adesso per il polverone sollevato dalle critiche di Della Valle al “vecchietto” Geronzi. Se ho capito bene, le critiche possono essere così riassunte: la governance è inadatta a gestire efficacemente l´azienda; le decisioni riguardanti Rcs (incluso la nomina del direttore del Corriere), non spettano al patto di sindacato ma al consiglio di amministrazione; la società deve essere gestita da azionisti che rischiano il proprio.
Sembrano critiche ovvie. Se non fosse che sono poco credibili e soprattutto poco rilevanti per le sorti dell´azienda. Primo, appaiono più legate alla contesa per il potere in Generali che al futuro di Rcs. Secondo, i patti di sindacato esistono proprio per esercitare il controllo, esautorando il consiglio delle decisioni strategiche; quindi perché Della Valle non propone lo scioglimento del patto?
In questi giorni di rivoluzioni in corso nei paesi dell’Africa mediterrana stiamo assistendo a diversi comportamenti dei media italiani rispetto alle diverse inurrezioni nazionali. Interessati, ma con distacco e con copertura modesta nel caso della Tunisia. Partecipi e con copertura massiva nel caso dellEgitto. Interessati, forse imbarazzati, con copertura modesta nel caso della Libia. Solo ora che si accetta il fatto che nel paese di Gheddafi sta avvenendo una carneficina, si stanno interessando maggiormente alle cose libiche. Se qualcuno sa spiegare queste asimmetrie gliene saremo grato.
Cultural relativity is an amazing thing. While American parents worry about their kids being on Facebook, Egyptian parents are naming their kids “Facebook” to commemoratethe events surrounding the #Jan25 revolution. According to Al-Ahram (one of the most popular newspapers in Egypt) a twenty-something Egyptian man has named his first born daughter “Facebook” in tribute to the role the social media service played in organizing the protests in Tahrir Square and beyond.
Helmed by now-famous Googler Wael Ghonim, the “We Are Khaled Said” Facebook page showed up within 5 days of Said’s death in June and served as a hub for dissidence against Egyptian police brutality as well as a way to disseminate logistical information about the escalating anti-government protests until Mubarak’s resignation. Other activist pages like one actually called “Tahrir Square” cropped up shortly afterward.
Gli affitti a Milano sono i più alti d’Italia. Una giovane coppia deve trasferirsi nelle cittadine satellite della sua infinita periferia per potersi permettere due locali più servizi. A Milano è però avvenuto un miracolo, come ai tempi di Cesare Zavattini. Un nuovo “Miracolo a Milano” per 1.064 persone, in maggioranza politici, o loro amici, mogli e conoscenti, insieme a molti giornalisti. Nelle zone di maggior prestigio, da via della Spiga, a Corso di Porta Romana, da via Pascoli a via Petrarca, da Piazza del Carmine a via San Marco, da via Santa Marta a Corso Italia sono stati affittati dalla Fondazione Pio Albergo Trivulzio (PAT) appartamenti a prezzi modici. Veri e propri affari immobiliari (sensazionali!) ottenuti sotto gli occhi del Comune. Per dire, 85 metri quadri a Porta Romana per 3.812 €/anno, 114 m2 via Previati per 3.806 €/anno, 98 m2 in via Solferino per 6.952 €/anno, 192 m2 in via Petrarca per 5.100 €/anno, 82m2 in via Pascoli per 2.285 €/anno, 107 m2 in piazza del Carmine 18.174 €/anno, 187 m2 in via Moscova per 10.135 €/anno, 101 m2 in via San Marco per 5.743 €/anno, 149 m2 in via Santa Marta per 18.749 €/anno.
Un articolo su un quotidiano di ieri raccontava di come a Roma esistesse un “equivalente” del famigerato residence dell’Olgettina a Milano 2 (immediatamente rinominato “Orgettina”) in cui, come è noto alloggiavano numerose ragazze ed un Consigliere Regionale, generosamente ospitate a spese del Premier, che ricambiavano con analoga generosità e dedizione. Sul giornale riportavano l’indirizzo esatto dell’elegante Residence Romano, Via Ciro Menotti 24, mentre Dagospia addirittura insinuava che vi risiedesse anche un ministro della Repubblica e che la proprietà, tutto come dire si lega, fosse riferibile a Ligresti.
Non so cosa mi ha spinto a dare una occhiata con Google View, forse la speranza di beccare qualcuna delle ragazze mentre usciva ed entrava… vabbè ma che probabilità ci poteva essere? Direte voi Poche, certo Ma quante potevano essere le probabilità di “beccare” qualcuno dall’aspetto MOLTO istituzionale, che somiglia MOLTO MOLTO MOLTO ad un noto ministro della Repubblica, noto per le sue intemperanze e per il curioso gusto nello scegliere i nomi degli eredi?
Giudicate voi dalle foto qui sotto, tratte da Google View, oppure date una occhiata da soli.
La seconda soluzione più praticata per ottenere grandi numeri di pagine viste non ha a che fare con i contenuti – come il boxino morboso – ma con le forme: ed è la “fotogallery”. La fotogallery può essere nelle buone intenzioni e in un progetto di qualità un contenitore di immagini che fanno informazione quanto un testo, come si sa. L’umana inclinazione a “guardare le figure” può creare formidabili opportunità per l’offerta di belle figure. Ho dieci belle foto e creo dieci belle pagine con quelle dieci belle foto. Ho un racconto per immagini efficace e interessante e sarà più facile farlo conoscere che non scrivendo un pezzo di cento righe.
Oppure, al contrario, può diventare il modo per fare una cialtronata che col testo nessuno avrebbe il coraggio di fare: l’equivalente di un articolo con una parola per ogni pagina. Non ho dieci belle foto, ma voglio lo stesso riempire dieci belle pagine e quindi ci metto dieci foto qualunque.
Se per esempio voglio raccontare che oggi è uscito il 47 sulla ruota di Milano, posso banalmente scrivere un articolo che – a tirarla in lungo – in tre righe dica che è uscito il 47 sulla ruota di Milano. Totale: una pagina. Non posso spezzarla e farne due, sarebbero ridicole due pagine di una riga e mezza ciascuna. Allora creo invece una fotogallery: di dieci pagine. Il testo è delle stesse tre righe, ma ci aggiungo: una foto di un’urna con dei numeri, una foto con una signorina bendata, una foto del duomo di Milano, una foto di una catasta di monete d’oro, una mappa di Milano con indicato il luogo dove si svolge l’estrazione, una foto della signorina da piccola, una foto della sorella della signorina che lavora in un autogrill sulla A14. Eccetera. Totale: dieci pagine.
Non dimenticherà facilmente la disavventura il giovane tedesco K.S., 28 anni, che due notti fa ha distrutto la sua Pagani Zonda nera, l’ultimo modello da un milione e 200 mila euro, sbattendo violentemente contro il guardrail dell’autostrada A10, subito dopo il casello di Spotorno, e uscendo miracolosamente illeso dall’abitacolo insieme alla ragazza che viaggiava con lui, una lituana di 21 anni.
La super car ha compiuto ancora 300 metri dopo la sbandata e l’impatto, finendo per centrare un’altra vettura: una Mercedes occupata da due persone (ferito lievemente il guidatore, passeggero illeso). L’auto ha riportato gravi danni e le ruote sono state divelte dal cozzo a bordo strada.
La Pagani Zonda ha targa monegasca e si trova ora in’autofficina di Savona a disposizione degli inquirenti. Il tedesco, dopo aver superato a 320 all’ora le auto che stavano viaggiando in direzione Genova, ha perso il controllo del bolide che, a seguito di un testacoda, è rimbalzato sulla parte destra della carreggiata, si è schiantato contro il guardrail di sinistra e infine ha esaurito la corsa contro la Mercedes. I due giovani a bordo sono riusciti ad uscire illesi dall’abitacolo. La polstrada ha tolto la patente all’incauto corridore.
La corruzione fa comodo alla Casta così come torna utile lasciare da soli i testimoni di giustizia e non attivare delle norme anticorruzione efficaci (l’Italia incorrerà in sanzioni europee, che pagheremo noi cittadini: oltre il danno la beffa). E visto che ho un anno di tempo (il processo inizia nel 2012…), ascoltando la proposta arrivata proprio da un commento sul blog del Fatto Quotidiano, vi lancio l’idea di dare struttura a un movimento dal basso contro la corruzione: i signori Rossi. Il mio nome è esemplare: è il più comune e dovrà identificare l’atteggiamento più diffuso. I signori Rossi sono coloro che denunciano la corruzione e che sostengono chi lo fa. E so che in Italia siamo in molti. Obiettivo di questo movimento potrebbe essere triplice:
- Sostegno a chi si schiera contro la corruzione
- Creazione di cultura della legalità e dell’anticorruzione
- Diffusione di storie di corruzione e di anticorruzione
Inizieremmo a strutturarci su Internet con un sito che raccolga le testimonianze e i contributi da tutta Italia, perché questo movimento è nato sul web con le 50 mila firme raccolte da Travaglio. Mi piacerebbe leggere le vostre risposte ed eventuali disponibilità nei commenti del blog e nel gruppo su Facebook.