Il Giornalismo di Relazione

Di   12 luglio 2017
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Questo interessante approfondimento va arricchito in Italia con i nefasti rapporti amical – lobbistici non solo fra i giornalisti e il mondo che dovrebbero controllare ma fra gli stessi giornalisti che li rendono un mondo indipendente, autoreferente e ai loro occhi intoccabile. Via Non Quotidiano

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Il “giornalismo di relazione” (così chiamato dai colleghi tedesco, con sommo disprezzo), consiste nel racconto del reale in modo parziale, deformato, interessato, intellettualmente disonesto.

Ennio Flaiano ci regalò un guizzo sulfureo di impertinenza: “Da noi le rivoluzioni sono impossibili: ci conosciamo tutti”, aggiungendo poi: “Le rivoluzioni italiane cominciano nelle piazze e finiscono in trattoria” (A Frà, che te serve?).

Lo scrittore pescarese dev’essere considerato a pieno titolo un padre della patria. Titolo di cui per primo avrebbe riso. Cosa vuol dire “ci conosciamo tutti”?

Dà l’idea di qualcosa di vischioso, di ammiccamenti, di omertà, di compromesso. Il giornalista “conosce”, è amico del politico dentro al sistema che ogni tanto, a uso e consumo degli ingenui, pratica forme di restyling “comunicate” dalla propaganda come rivoluzioni, ma che lasciano lo status quo come lo trovano.

Tutt’e due sono amici del lobbista, tutti e tre del banchiere, tutti e quattro del massone, tutti e cinque del colletto bianco, e così via in un’allucinante catena di Sant’Antonio che finisce nella penombra dove tutto è possibile.

E’ il “giornalismo di relazione” schifato dal popolo di Kant ed Hegel, brodo primordiale che contiene la visione-narrazione che i media daranno: intellettualmente disonesta, che provoca la stagnazione del reale.