Una brutta riforma del copyright in Europa

Di   13 settembre 2018
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Via Wired

Purtroppo hanno prevalso le visioni più conservatrici, più orientate ad ascoltare le richieste di editori e produttori discografici e cinematografici che non quelle della società civile, del mondo accademico e di realtà importanti come Wikipedia.

Cosa non va in questa riforma
La riforma vuole regolare due problemi in particolare: il controllo sulla circolazione delle informazioni online e quello sul caricamento di contenuti coperti da copyright senza autorizzazione. Il problema esiste ma in questo caso la toppa è peggio del buco.

L’art. 11, conosciuto come link tax, è stato venduto dai quotidiani come l’unico mezzo per permettere agli editori di riottenere quegli introiti persi con l’avvento di internet a vantaggio dei grandi player della Silicon Valley. Gli editori lamentano che Google e Facebook incassano anche dal fatto che sul web gli utenti pubblicano link alle notizie dei giornali (sia chiaro: link, non i testi degli articoli, che è già illegale) e questo rende Facebook un bel posto, dove gli utenti spendono più tempo con conseguente aumento degli introiti.

Benché il racconto di Davide contro Golia faccia sempre breccia, qui il racconto è falsato e potrebbe avere un finale inaspettato. E a dirlo sono anche i piccoli editori e gli editori online puri che vivono di condivisione di link, di comunità di lettori nate online. Questa norma è una scommessa che parte dal presupposto che poiché i giganti del web hanno i soldi, pagheranno sicuramente. Ma se Facebook e Google (News) non pagano, come già successo in alcuni paesi europei, circoleranno meno notizie perché mancheranno le “edicole virtuali”. La conseguenza diretta sarà minor traffico e meno introiti per quegli editori che tanto hanno voluto questa norma invece di trovare soluzioni vere per un nuovo giornalismo online e di carta.

L’art. 13, ribattezzato dagli attivisti per i diritti online censorship machine, impone alle piattaforme di mettere un filtro quando si caricano i contenuti online, come su YouTube. Finora era il produttore o l’artista che dovevano segnalare se un loro video era online senza consenso. Si vuole con questa norma di fatto invertire l’onere di trovare e rimuovere questi video. In questo caso le richieste sono più comprensibili visto che ogni ora sono caricati milioni di ore di video online nel mondo.