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Vittorio Pasteris

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Ebookofili in Apogeo

* 11 gennaio, 2010 * Eventi, Internet, Media * 0 commenti

Dal sito di Apogeo Editore

Ci siamo quasi: venerdì 15 gennaio, negli uffici di Apogeo in Via Natale Battaglia 12 a Milano ci sarà l’evento per ebookofili annunciato prima delle Feste. A partire dalle 14:00 discuteremo di temi come formati, conversioni, cambiamenti nei flussi di lavoro, devices, situazione del mercato, strategie contrattuali e metodi di classificazione per i libri digitali, con spazio per tutti, professionisti e appassionati.
Le conversazioni in rete da cui è nata l’idea di quest’incontro ci hanno convinti a proporvi una sorta di “concorso”: proponeteci un vostro progetto riguardo gli ebook, che riguardi possibili pratiche da seguire per realizzarli, strategie per lo sviluppo o soluzioni per risolvere i problemi tecnici che si incontrano nella loro creazione. Se lo troveremo interessante valuteremo insieme la possibilità di finanziarlo e/o realizzarlo in Apogeo.

Un parere controcorrente sul Nobel a internet

* 23 novembre, 2009 * Internet, Pensieri * 0 commenti

Via Apogeonline

In primo luogo ci sono delle ragioni di ordine pratico: chi ritira il premio? Si estrae a sorte tra i blogger del mondo? Si fa un concorso tra candidati e vince il più “rated” o quello con più amici? Certo sarà solo una rappresentanza simbolica in quanto “internet” è, per definizione, di tutti coloro che la abitano. E se vincono Laura Scimone, Chris Crocker, Dagospia o Susan Boyle (l’elenco può essere vastissimo da Arianna Huffington a Mario Adinolfi) li possiamo considerare rappresentativi? Oppure si premia, sempre simbolicamente, l’azienda che ha posato più cavi per la diffusione della rete o quella che applica tariffe più convenienti per la connessione?

E poi c’è una questione dei soldi e si sa, quando nel condominio,anche il più minuscolo, saltano fuori le questioni di soldi sono cavoli amari. Figuriamoci nel condominione che chiamiamo internet. Che cosa ce ne facciamo di questi soldi? Li lasciamo alla fondazione? O li destiniamo a un progetto per la diffusione ulteriore della rete, magari nel terzo mondo. Bello, ma quale? Ce n’è uno che è più meritevole degli altri? E poi, diciamocelo, con 10 milioni di corone svedesi (meno di un milione di euro) non è che si combina un granché a livello di umanità. Siamo sinceri: la rete ha ancora diversi conti in sospeso, qualche lato oscuro, qualche nodo irrisolto. Secondo il Webby Award prestigioso premio internazionale tra i dieci eventi più importanti della rete si annoverano grandi passi per l’umanità quali Wikipedia e la protesta iraniana monitorata da Twitter ma anche la chiusura di Napster, che rappresenta l’irrisolto contenzioso tra diritti d’autore e file sharing.

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Il punto sul piano governativo per la banda larga

* 17 novembre, 2009 * Diritti, Internet * 1 commenti

Alessandro Longo su Apogeonline

Alla fine forse arriveranno, i milioni di fondi pubblici promessi per la banda larga. Domenica il ministro allo sviluppo economico Scajola l’ha definito «un investimento proritario». Nei giorni precedenti il ministro per l’innovazione Brunetta aveva addirittura indicato una data: entro il 15 dicembre. A fine anno, si prevede, sarà sbloccata una prima tranche, forse 200-300 milioni, degli 800 che questo governo dovrebbe stanziare, nell’ambito degli 1,47 miliardi previsti dal piano Romani. Piano che quindi potrebbe partire nel 2010 e andare avanti con i ritmi già annunciati. Per dare i 20 Megabit al 96% della popolazione e i 2 Megabit (via wireless) al resto entro il 2012.

Eppure, tutto questo can can sui fondi promessi, poi spariti, ora ripromessi rischia di farci perdere di vista il quadro d’insieme. Dimentichiamo che il problema dell’Italia non sono quegli 800 milioni che mancano, ma è il ritardo sistematico rispetto all’Europa. «Ci sono tre partite aperte, la lotta al digital divide, all’analfabetismo digitale e la spinta verso il futuro della banda larga», dice Maurizio Decina, ordinario di reti e comunicazioni al Politecnico di Milano. «E il piano Romani si occupa solo del primo, che è la minor parte, cioè di portare banda larga nelle aree di fallimento di mercato».

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11 settembre 2001: 8 anni dopo

* 11 settembre, 2009 * Mondo, Pensieri * 0 commenti

Il ricordo ancora pulsante di quel giorno che sembrava poter cambiare il corso del mondo

Una giornata di dolce sole pallido del settembre italiano. Il primo pomeriggio sonnecchioso ci riaccompagna in ufficio. Lettura di e-mail, qualche parola con i colleghi, un caffè. Nulla di anomalo, situazione sotto controllo. Ore 14.45 (8.45 di New York) un aereo si schianta contro una delle torri gemelle del Wtc a Manhattan. Dopo pochi minuti un collega entra in ufficio: “Girate il televisore sulla Cnn, un aereo è andato a sbattere contro il Wtc a New York”. Il tempo di impugnare il telecomando e di sintonizzarsi sulla Cnn per vedere in diretta il secondo aereo dirottato schiantarsi contro la torre gemella. “Che diavolo succede? Sono attentati? Ma sono in un film di fantapolitica o sono nel reale? Qui è tutto vero!” A questo punto ci si accorge sensatamente che occorre cercare di tralasciare le emozioni, o almeno di tenerle nei propri ricordi, e di iniziare a pensare al proprio lavoro.

Imbraccio il portatile e cerco meccanicamente www.cnn.com. Il sito è già, ovviamente, irraggiungibile e sovraccarico di accessi. Cerco degli strumenti per capire il tracing, ovvero il percorso dei pacchetti TCP/IP verso la destinazione. Arrivano praticamente a metà oceano e poi si fermano in time out. Sono situazioni che si erano già viste in Rete. Ogni volta che un evento veramente importante accade durante il giorno è in grado di bloccare tronconi e snodi importanti di Internet. Se poi l’evento è globale, si blocca tutto per un’oretta, poi la tensione cala e la comunicazione riprende lentamente.

Twitter e la situazione iraniana

* 26 giugno, 2009 * Internet, Media * 0 commenti

Via Apogeonline

Continuano in Iran gli scontri. Sia reali, in piazze purtroppo insanguinate, sia dentro il social web (Twitter sopra tutto, in special modo per la sua integrazione con la telefonia mobile) – di fatto l’unico canale, più o meno aperto o aperto a intermittenza, attraverso cui fuoriescono notizie e informazioni di quello che sta accadendo nella repubblica islamica dopo le contestate elezioni presidenziali iraniane che hanno visto la vittoria di Ahmadinejad. È in corso sui social media una sorta di battaglia per la definizione del “frame informativo” e del contesto: e gli attori in gioco sono molti, dai testimoni/citizen journalists ai media tradizionali (ormai pochi rimasti), da chi fuori dall’Iran aiuta tecnicamente o rilanciando i contenuti, alla controinformazione dei governi. Ne abbiamo parlato una settimana fa con Giuseppe Tempestini, ne continuiamo a parlare con Luca Alagna, conosciuto come Ezekiel, consulente per i media digitali dal lontano ‘95, che da qualche settimana cura un canale di copertura sulle social news in entrata e in uscita dall’Iran: green revolution.

Cronache dal Wi-Max

* 30 aprile, 2009 * Computer, Internet, Mobile * 1 commenti

Alessandro Longo su Apogeonline

Come funghi sotto le prime pioggerelle, stanno sbucando a frotte le offerte Wimax italiane e la sensazione è che siamo sull’orlo di un qualcosa di più importante. Andando a chiedere ai vari operatori in gara, si scopre che sarà quest’estate (maggio-giugno) il periodo di boom delle coperture. L’inizio cioè della vera sfida sul Wimax, il banco di prova per questa tecnologia, finora restata in poche province italiane. Si pensi che persino Aria – l’operatore che più ha investito e il solo ad avere le licenze per coprire tutta l’Italia – per ora si è limitato a restare nella natia Umbria. E ad oggi gli utenti WiMax attivi in Italia sono appena 4-5.000 (di cui 3.800 tra Aria e Linkem). Gli stessi operatori non fanno difficoltà a riconoscere che i piani sono in ritardo rispetto alle previsioni di qualche mese fa: costruire la rete e, soprattutto, richiedere le autorizzazioni ai comuni per le antenne ha richiesto più tempo di quanto si aspettavano. Il WiMax italiano è un quadro appena abbozzato, insomma, ma si sta delineando. Ed è un quadro a macchie di leopardo.

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Un’aria di pay per content…

* 24 aprile, 2009 * Economia, Internet, Media * 0 commenti

Una chiara e lunga analisi di Roberto Venturini su Apogeonline

In fondo potremmo decidere di dividere il mondo dell’editoria (e sul web siamo tutti editori) in quattro macro aree alquanto disomogenee. Proviamoci e vediamo che succede. Primo: ci sono i mezzi che nascono a fini politici, di lobby o associazionistici – mezzi che possono anche essere no profit nel senso che il loro fine è far passare un messaggio al proprio pubblico, al di fuori di logiche commerciali – per capirci come una volta erano i giornali di partito – oppure di fare un servizio ai propri associati o al pubblico in generale. Questi media i soldi li fanno dalle quote associative, da fondi pubblici, finanziamenti privati e così via.

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Paure e speranze nel futuro delle news

* 18 marzo, 2009 * Personale * 0 commenti

Bernardo Parrella su Apogeonline

Sull’onda di una super-crisi economica stavolta originata dall’interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla dichiarazione di bancarotta per Tribune Co., che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c’è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti e il San Francisco Chronicle in rosso per 50 milioni di dollari nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto l’indipendente Rocky Mountain News, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.

Tendenza confermata dal fresco The State of the News Media 2009, sesto rapporto annuale sullo stato dell’informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un’annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l’intero pailinsesto».

Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la gente continua ad aver fame d’informazione confezionata professionalmente e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico consuma notizie in modi nuovi, soprattutto online, dunque l’industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest’interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi – a partire dallo stesso New York Times.

Prima con l’avvio sperimentale della versione “Extra” della propria homepage, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su Blogrunner, news aggregator che fornisce la tecnologia per l’iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco The Local, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull’ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la scuola di giornalismo di Jeff Jarvis.

In quest’ambito va segnalata la battaglia per occupare lo spazio dell’iperlocale nelle metropoli della East Coast, in primis proprio nell’affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di Patch, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale – dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci “rubati” alle grandi testate dalla valanga delle Craigslist localizzate. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.

C’è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un’altra testata storica, il Seattle Post-Intelligencer della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell’intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com’è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l’online offre qualche soluzione. Tant’è che anche quest’ultimo s’appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a InDenver Times – purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.

Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’obolo obbligatorio, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l’opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un recente intervento di Jay Rosen: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».

Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».

Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un’iniziativa come New Assignment non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del parassitismo di un settore sull’altro, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».

Clay Shirky spiega che la crisi economica dei giornali deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, insiste ancora Shirky, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».

Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell’altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.

A proposito di blackout del passato

* 24 febbraio, 2009 * Scienza, Tecnologia * 0 commenti

Dall’archivio di Apogeonline

Cronaca soggettiva del maxi blackout che ha tolto la corrente elettrica a tutta Italia e ha fatto diventare indispensabili gli strumenti dei nomadi informatici …e dei campeggiatori

Ore 5.30 di domenica 29 settembre 2003. Mi sveglio nella notte, probabilmente è il freddo che dà una sferzata al mio corpo e lo desta dal torpore notturno. Sono nella mia casa in campagna a una quarantina di chilometri da Torino. Apro gli occhi e non vedo letteralmente nulla. Niente di niente: buio totale. Non siamo più culturalmente abituati a trovarci nel buio più assoluto in aree urbanizzate. Ce lo possiamo aspettare in montagna, uscendo nella notte da un rifugio, oppure in mare aperto su una barca a vela, ma con l’inquinamento luminoso in cui viviamo abbiamo sempre qualche luce diffusa o qualche led degli elettrodomestici a ricordarci che la corrente elettrica esiste.

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Scenari, sistemi produttivi e transizioni del giornalismo

* 11 febbraio, 2009 * Internet, Media * 1 commenti

Giuseppe Granieri su Apogeonline

Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo status quo. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all’età dell’oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell’informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c’è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.

E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l’appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l’informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall’informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).

La tempesta perfetta del giornalismo online

* 7 febbraio, 2009 * Personale * 0 commenti

via Apogeonline

La crisi del giornalismo più o meno tradizionale è solo un epifenomeno della crisi più generale che investe vari settori – o è la conclusione di un periodo di transizione e di cambiamento per il campo giornalistico nel suo complesso, che ha portato tutti gli attori interessati a ripensare modelli produttivi, format, tempi, e spesso perfino campo da gioco. È la tempesta perfetta, o il classico bicchier d’acqua?

Ne parliamo con Mario Tedeschini Lalli, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo di Elemedia Kataweb, che da tempo si occupa delle nuove forme di giornalismo più o meno digitale: «Il modello redazionale non è il punto fondamentale e non è detto che tutti devono sapere fare tutto: bisogna prima cambiare l’idea stessa di prodotto giornalistico, da concepire in maniera altra rispetto a quanto fatto finora».

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Lunga vita ad Apogeonline

* 11 dicembre, 2008 * Internet, Media * 0 commenti

Apogeonline da oggi cambia  aspetto esteriore e cms

Bello e pulito …