When Barack Obama joined Silicon Valley’s top luminaries for dinner in California last February, each guest was asked to come with a question for the president.
But as Steven P. Jobs of Apple spoke, President Obama interrupted with an inquiry of his own: what would it take to make iPhones in the United States?
Not long ago, Apple boasted that its products were made in America. Today, few are. Almost all of the 70 million iPhones, 30 million iPads and 59 million other products Apple sold last year were manufactured overseas.
Why can’t that work come home? Mr. Obama asked.
Mr. Jobs’s reply was unambiguous. “Those jobs aren’t coming back,” he said, according to another dinner guest.
The president’s question touched upon a central conviction at Apple. It isn’t just that workers are cheaper abroad. Rather, Apple’s executives believe the vast scale of overseas factories as well as the flexibility, diligence and industrial skills of foreign workers have so outpaced their American counterparts that “Made in the U.S.A.” is no longer a viable option for most Apple products.
Questa volta Apple potrebbe proprio avere assestato un nuovo colpo grosso al comparto di mercato più succulento della cultura: la formazione e la didattica e quel che è per noi più interessante è che potremmo anche non esserne tagliati fuori. Anzi, tutto declinerebbe per farci credere che la lobby editoriale italiota, se non arriva un altro golpe Levi bipartisan, con i tentativi di trovare mammasantissima alla amatriciana come Telecom e f.lli ha preso una buca dolorosissima.
Già Amazon con Kindle ha dimostrato quanto poco ci voglia a far pubblicare libri a orde di autori più o meno interessanti, solo rendendosi disponibile per accettare le creazioni e metterle in catalogo.
Ora Apple fornisce loro, oltre tutto questo, un ambiente, un ecosistema cloud e soprattutto un programma iBook Author gratuito per risvegliare il loro appetito e la voglia di tirarsi su le maniche. Ora non c’è più bisogno, che Zanichelli, La Nuova Italia, Lemonnier e compagnia cantante, con una mancia a qualche ghost writer storcano il naso e rifiutino gli accordi con il gigante dell’MP3 e delle App: ora il professor Rossi può preparare il suo libro anche usando i copia e incolla parziali di brani di altri autori e prendere la lauta percentuale offerta dalla compagnia californiana che parla di prezzi inferiori ai 15 dollari (poco più che 10 euro) contro le vagonate di cartamoneta che ci dissanguano ad ogni ritorno dalle ferie.
Sanzioni per complessivi 900mila euro al gruppo Apple responsabile di pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori. Le ha decise l’Antitrust al termine di un’istruttoria che ha provato sia “la non piena applicazione ai consumatori, da parte delle società del gruppo Apple operanti in Italia, della garanzia legale biennale a carico del venditore”, sia “le informazioni poco chiare sugli ambiti di copertura dei servizi di assistenza aggiuntiva a pagamento offerti da Apple ai consumatori”.
Un comunicato dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato precisa che “secondo quanto ricostruito dagli uffici dell’Antitrust, anche alla luce di numerose segnalazioni arrivate dai consumatori e da alcune associazioni, le tre società del gruppo, Apple Sales International, Apple Italia S. r. l. e Apple Retail Italia hanno messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette:
1) presso i propri punti vendita e/o sui siti internet apple.com e store.apple.com, sia al momento dell’acquisto che al momento della richiesta di assistenza, non informavano in modo adeguato i consumatori sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del Consumo, ostacolando l’esercizio degli stessi e limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di 1 anno;
La “Flash War” è finita. E ha vinto un signore con girocollo nero e jeans, che qualche anno fa ha deciso di non inserire sui suoi telefoni e tablet (e persino computer) il Flash Player di Adobe. Perché affossa la batteria, rallenta il sistema, apre buchi nella sicurezza del device (e gli fa vendere molti meno giochini dall’App Store, ma con quel signore c’erano sempre almeno due verità come racconta la sua biografia). Insomma Jobs l’aveva vista lunga un’ennesima volta. Adobe, per voce del vice-presidente Danny Winokur ha spiegato sul blog aziendale che il Flash Player per i dispositivi mobili sarà preso per mano e accompagnato gentilmente all’ospizio prima (bug fixing e aggiornamenti di sicurezza per Android e BlackBerry PlayBook) e alla tomba poi.
Clamorosa protesta dei lavoratori dell’Apple store di Roma Est che accolgono il nuovo gioiello della casa di Cupertino, scioperando contro l’azienda, di fronte a centinaia di persone in fila per il nuovo IPhone. “Lavoriamo alla Mela, ma siamo alla frutta”
Dal think different allo strike different il passo è breve. Lo sanno bene i lavoratori dell’Apple Store del centro commerciale Roma Est, che da questa mattina stanno scioperando davanti al proprio negozio in concomitanza con l’uscita del nuovo iPhone.
“Lavoriamo alla mela ma siamo alla frutta”, così recita il lungo striscione esposto dai dipendenti della casa di Cupertino. “I lavoratori Apple sono tutti specializzati e il contratto del commercio non valorizza la loro alta professionalità – spiega Giancarlo Desiderati, segretario provinciale del Flaica Cub – per questo avevamo chiesto all’azienda di ragionare su una nuova piattaforma che mirasse a migliorare le condizioni dei lavoratori”.
La parola più abusata dalla scomparsa di Jobs è stata “genio”. Ma a ben guardare i geni della storia diretta e indiretta di Apple sono stati ben altri.
Intanto Wozniak che senza saperlo inventò il computer personale; poi Engelbart, Key e tutto lo Xerox Park che senza saperlo inventarono tutta l’informatica per come hanno imparato a conoscerla i nostri figli; Ian Raskin che senza riconoscerlo inventò il Macintosh o Jonathan Ive che pensando solo al bello inventò le forme di Apple per come ci hanno sedotto.
Di geni Apple si può dire che non ha mai fatto a meno: ne ha passati decine se non centinaia, migliaia se aggiungiamo presunti geni come Stallman, che nella loro vita non hanno saputo fare che parole e stupidaggini, ma Steve Jobs non era fra questi. Di quelli come lui i nostri anni – non solo Apple o le tecnologie – ne ha avuto solo uno. E il nome che merita è un altro.
Con tutte le sue ragioni e i suoi torti Steve Paul Jobs è stato un Profeta. Come Mosé o come Maometto vedevano il senso della creazione e sapevano essere la voce del loro Dio e soprattutto sapevano fare vedere e capire il suo disegno agli uomini semplici dei loro tempi, così Jobs seppe mostrare il futuro all’incrocio dell’arte libera e del potere tecnologico e soprattutto mettercelo in mano e farcelo usare come il fatto più spontaneo e luminoso che potesse esserci per noi. Come canta Jovanotti “ogni cosa è illuminata, ogni cosa nel suo raggio è in divenire”. Questo è stato il profeta Steve, questo ci ha regalato. Non chiamiamolo più genio, ma Profeta: questo sarà per sempre il nome con cui dovremo ricordarlo!
Un estratto dal documentario Dreamwork China, sogni e diritti di una nuova generazione nella fabbrica del mondo. Di Tommaso Facchin e Ivan Franceschini (2011). Visita www.dreamworkchina.tv