L’Italia in miniatura cinese versione outlet
Si chiama Florentia Village
Federico Rampini Via Repubblica
L’inflazione arriva da Oriente, è made in China l’ondata di rincari dei prezzi che colpisce il consumatore americano. Un svolta dopo decenni in cui la Cina è stata un potente calmiere invadendo il mercato Usa di prodotti a buon mercato. Ora un insieme di fattori (rialzi dei salari cinesi, un po’ di rivalutazione del renminbi, rincari delle materie prime) trasformano le nazioni emergenti asiatiche in una grande “fabbrica dell’inflazione”. E sul fronte valutario Pechino sta sganciandosi dal dollaro, per la prima volta nel periodo gennaio-maggio 2011 ha investito di più in euro.
Secondo l’agenzia Nuova Cina l’artista dissidente cinese Ai Weiwei è stato liberato su cauzione. Weiwei è stato rilasciato dopo aver confessato le su presunte colpe ed essersi offerto di ripagare le tasse che avrebbe evaso. Il suo rilascio è dovuto anche alle sue precarie condizioni di salute.
Per la liberazione di Ai Weiwei si erano mobilitata la parte migliore della rete

Ai Weiwei è un artista e attivista cinese molto conosciuto nel mondo per le sue performance artistiche, che fra l’altro è stato architetto e consulente nella progettazione del National Stadium di Pechino per le olimpiadi del 2008.
È un artista che ha sostenuto con le sue opere, in tutto il mondo, un’idea irrinunciabile di anticonformismo e libertà. Ai Weiwei è perciò un personaggio di rilievo e un punto di riferimento ormai imprescindibile per tutta la cultura internazionale, non solo per quella cinese.
Ai Weiwei è stato arrestato a Pechino il 3 aprile scorso, e da allora non se ne hanno più notizie. È per questo che il Tate Modern Museum di Londra ha esposto sulla facciata del suo edificio la scritta a caratteri cubitali “Release Ai Weiwei” e che i direttori di alcuni delle principali istituzioni museali mondiali hanno espresso in un proprio appello la richiesta di liberazione per l’artista. In Italia questo appello non ha avuto sinora seguito nel mondo artistico e culturale, e ha ottenuto scarsa attenzione da parte dei media.
Il Museo d´Arte Orientale non si limita a esporre i tesori di Cina e Giappone. «Siamo anche un ponte importante per l´integrazione – sottolinea orgoglioso il direttore del Mao, Franco Ricca – Certo, abbiamo reperti di grande valore e raggiungiamo in un anno otto volte il numero di visitatori del Museo d´Arte Orientale di Roma, ma la nostra mission continua anche al di fuori di queste pareti». Ogni settimana le sale di via San Domenico sono riempite sì dai turisti di routine, ma anche dalla gente del quartiere. «Da un lato – spiega il direttore – invitiamo i torinesi a visitare il museo per mostrar loro la cultura dei paesi orientali, dall´altro coinvolgiamo nelle nostre visite anche gli immigrati asiatici che vivono nel capoluogo subalpino. Li andiamo a cercare nei loro punti di ritrovo o in occasione di quegli eventi, organizzati dagli enti locali, e dedicati agli stranieri».
Dopo un mese all’estero in una delle situazioni più dinamiche del pianeta, non è facile reinserirsi nei ritmi paciosi e nei discorsi provinciali della nostra Italia. Accendere la televisione o leggere i giornali è deprimente; anzi, lo era già sentire i discorsi dei tamarri di ritorno da Sharm sul pullman che ci riportava a casa da Malpensa. Immagino che i discorsi dei tamarri cinesi, se li avessi potuti capire, non mi sarebbero sembrati più intelligenti; anche se in Cina l’aspirazione dei giovani resta comunque quella di andare in una buona università per trovare un lavoro ben pagato, e non quella di diventare calciatore, velina o evasore fiscale.
Non sono bottiglie di plastica o vecchie lattine arrugginite abbandonate per la strada. I rifiuti di cui la Cina e’ primo produttore mondiale sono parti di veicoli spaziali, satelliti dismessi o residui di razzi: una vera e propria montagna di spazzatura spaziale. A certificare questo poco invidiabile primato e’ stata l’Agenzia Spaziale Federale Russa Roscosmos, secondo la quale al secondo e terzo posto si collocherebbero rispettivamente Stati Uniti e Russia.
Le tre principali ”potenze spaziali” sarebbero responsabili di circa il 93% dei rifiuti abbandonati nello spazio vicino alla Terra. Secondo le stime riportate in una nota ufficiale della Roscosmos il 40% dei rifiuti sarebbe prodotto dalla Cina, mentre gli Stati uniti ne avrebbero prodotto il 27,5% e la Russia il 25,5. Il restante 7% sarebbe stato generato dall’insieme di tutti gli altri Paesi che, negli anni, hanno preso parte alle diverse spedizioni e missioni spaziali.
Per questo gli scienziati russi hanno proposto la creazione di un sistema di spazio aereo internazionale per monitorare il ”Near-Earth space environment”, cioe’ l’inquinamento ”orbitante” attorno alla terra. Secondo le stime della Nasa infatti la ”spazzatura” sarebbe composta da un totale di circa 15.550 detriti, prodotti da diverse nazioni tra cui anche la Francia, il Giappone e l’India, indicati come ”Grandi inquinatori dell’ambiente spaziale vicino alla Terra”
Il problema principe viene insieme al piatto principe: il raviolo. Qui tutti mangiano ravioli: è il cibo più normale e frequente. E sono buonissimi: la pasta è sottile, appiccicosa (spesso bisogna tirare per staccarla dal piatto o dalla carta che mettono sotto), elastica e resistente, ma consistente quando la mordi; il ripieno varia dalla semplice palletta di carne (ma decisamente più grossa che nei nostri ravioli) a misture varie, ad esempio granchio e maiale, oppure verdure, oppure tutto quello che volete, accompagnato dal suo brodo. In più, dopo essere stati cotti al vapore nelle caratteristiche scatole tonde di legno, spesso vengono “fritti” ovvero passati alla piastra su un fondo di grasso non meglio precisato, ottenendo su un lato una crosta più dura e croccante.
Nel centro commerciale qui vicino, all’interno del “palazzo del cibo” – quattro piani in cui ai livelli più bassi vendono il cibo, ai livelli intermedi te lo danno da mangiare al volo e ai livelli più alti ci sono dei ristoranti – c’è un bugigattolo che dà ravioli fritti preparandoli al momento. La catena del lavoro è la seguente: c’è una gigantesca palla di ripieno, grande come un bambino, in mezzo a un tavolo, attorno al quale ci sono una dozzina di inservienti gomito a gomito che ne prendono una manciata alla volta e lo mettono nel tondino di pasta, quindi con gesti frenetici chiudono il raviolo e lo mettono in una grossa teglia rotonda. La teglia viene cotta e passata sulla piastra, fino ad arrivare al capo cameriere che fa le porzioni e le mette nelle vaschette, servendo il primo della fila. Il tutto si svolge a una velocità da capogiro che nel nostro immaginario assomiglia molto all’idea dei bambini pakistani che cuciono palloni, ma che qui è considerata normale e anzi segno onorevole di un meritevole duro lavoro da parte dei dipendenti del posto.
Vittorio Bertola è partito per un viaggio di lavoro – piacere in Cina e sta raccontando il suo viaggio attraverso una serie di post sul suo blog.
Una lettura work in progress da non perdere di cui riportiamo degli estratti
E’ iniziato l‘Expo universale di Shanghai
Via YibuyibuCina
E’ appena terminata la cerimonia di apertura dell’Expo di Shanghai Un evento diviso in due parti. La prima formale che si è svolta all’interno del nuovo gigantesco Performance Hall nell’area dell’EXPO, alla presenza del Presidente Hu Jintao, delle massime autorità del governo cinese e che ha avuto come guest star della serata anche il presidente Francese Sarkozy accompagnato dalla moglie Carla Bruni.
Un simpatico siparietto, quasi uno strappo al cerimoniale, lo si è però avuto quando il Presidente della BIE Jean-Pierre Lafon ha preferito usare nel proprio messaggio ufficiale il Cinese, un gesto ed uno sforzo che è stato molto apprezzato dai cinesi presenti. Nel suo cinese, forse non impeccabile ma ben “recitato” e sentito, Lafon è stato seguito con trasporto dai cinesi presenti, tanto che quando ha voluto passare al Francese, è partita una spontanea risata, forse poco formale ed anomala per le cerimonie Cinesi, ma molto umanizzante e che ha contribuito non poco a “scaldare” l’ambiente.