8 luglio, 2011
Internet, Media
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Via LSDI
A Natale scorso avevamo dato notizia del futuro lancio di ePresse, una edicola digitale progettata dagli editori di otto giornali francesi. Ora l’ iniziativa è partita e l’ applicazione è già disponibile per i dispositivi mobili Apple e, a luglio, si estenderà a tablet e smartphone Android e WebOS.
Come osserva Pino Bruno sul suo blog, rivolgendosi agli editori italiani della Fieg, oltralpe ‘’le grandi firme dell’ editoria fanno meno convegni e più fatti’’. ‘’Invece di lamentarvi perché si vendono sempre meno copie in edicola e ancora troppo poche in versione digitale, prendete esempio dai vostri colleghi francesi’’, spiega.
Le testate impegnate sono Les Echos, L’Equipe, Le Figaro, Libération, Le Parisien/Aujourd’hui en France, L’Express, Le Nouvel Observateur e Le Point.
12 giugno, 2011
Diritti, Economia, Media, Multimedia
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Via Affari Italiani
Un articolo battute scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti “ben” 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire “al risparmio” i suoi collaboratori: l’Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente Apcom offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. Una testata storica e prestigiosa come Il Messaggero non supera i 27 euro ad articolo (ma le brevi valgono solo 9 euro). E l’avvento del web introduce nuove, bizzare forme di retribuzione: è il caso, ad esempio, del giornale online Newnotizie.it, che compensa 35 news settimanali 1,50 euro ogni mille click raggiunti (e non devono essere molti i pezzi a raggiungere tale soglia), cui vanno aggiunte 12 news a settimana senza retribuzione, anche se “consentono il raggiungimento del tesserino da gioralista pubblicista”. Vuoi mettere?
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13 aprile, 2011
Economia, Internet, Media
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La domanda sorge spontanea: la Fieg vuole una politica industriale di sostegno per mantenere il suo vetusto monopolio sull’informazione ? Tutti gli altri che fanno informazione in maniera più seria e trasparente non reagiranno a evidenti metodi per modificare gli equlibri della competitività nel settore ? (via Repubblica)
Dopo aver evidenziato i dati positivi del 2010, Malinconico ha chiesto alle istituzioni “una politica industriale di sostegno”. In primis la Fieg sollecita misure incentivanti come la detassazione degli utili reinvestiti in beni strumentali innovativi. E poi, il rifinanziamento del credito agevolato per progetti di ristrutturazione, innovazione e formazione professionale.
Internet guida la ripresa. Nonostante le forti criticità, le imprese editrici nel 2010 e nei primi mesi del 2011 hanno dimostrato capacità di reazione. E a guidare la ripresa è internet: A fronte di meno copie di quotidiani vendute nel 2010 (-4,3%) e meno pubblicità incassata dai giornali (-2,6%), gli editori hanno maggiormente qualificato l’offerta online. La percentuale di utenti unici dei siti dei quotidiani sull’utenza complessiva è salita in un anno dal 38,3 al 45,4%. C’è ancora il problema del ritorno economico degli investimenti, e i modelli evoluti di accesso a pagamento, i cosiddetti “paywall” sono ancora un’incognita.
15 marzo, 2011
Personale
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Via MaxCava
Negli ultimi 10 anni, gli introiti pubblicitari dei cosiddetti ‘classified’ sono scese del 92% (spostandosi presumibilmente sul Web) senza che gli editori riuscissero a trovare una fonte di reddito alternativa.
Lo scorso anno il fatturato è stato pari a 723 milioni di dollari, dagli 8,7 miliardi (un ordine di grandezza di differenza!) del 2000. Cendella sostiene che la colpa è principalmente degli editori, a cui manca il coraggio: “Gli editori sanno bene cosa serve fare per competere in futuro, ma hanno paura di far arrabbiare le persone responsabili del passato. Non è mancanza di visione, è mancanza di coraggio” .
21 febbraio, 2011
Economia, Italia, Media
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Alessandro Penati su Repubblica via Dagospia
Rcs, editore del Corriere della Sera, è anche un´azienda. Quotata in Borsa. Il primo gruppo editoriale italiano per fatturato. Osservazione doverosa visto che Rcs è ormai sinonimo di manovre per guadagnare spazio sul ponte di comando, di rumors sul direttore del Corriere, di giri di pacchi e pacchettini di controllo, di scalate più o meno occulte, accerchiamenti, alleanze, patti di sindacato, e litigi tra i potenti soci. Sembra “Beautiful”. Utili, margini, prospettive, valore del titolo sembrano interessare a nessuno. Se non quando l´azienda entra in crisi, come capita, in media, ogni dieci anni.
Storia nota. Ma viene fatto di rimarcarla adesso per il polverone sollevato dalle critiche di Della Valle al “vecchietto” Geronzi. Se ho capito bene, le critiche possono essere così riassunte: la governance è inadatta a gestire efficacemente l´azienda; le decisioni riguardanti Rcs (incluso la nomina del direttore del Corriere), non spettano al patto di sindacato ma al consiglio di amministrazione; la società deve essere gestita da azionisti che rischiano il proprio.
Sembrano critiche ovvie. Se non fosse che sono poco credibili e soprattutto poco rilevanti per le sorti dell´azienda. Primo, appaiono più legate alla contesa per il potere in Generali che al futuro di Rcs. Secondo, i patti di sindacato esistono proprio per esercitare il controllo, esautorando il consiglio delle decisioni strategiche; quindi perché Della Valle non propone lo scioglimento del patto?
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22 gennaio, 2011
Diritti, Economia, Media, Personale
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De Bortoli ha deciso di rispondere all’attacco ricevuto da una parte degli azionisti del Corriere Via Il Fatto Quotidiano
Al Corriere della Sera il direttore Ferruccio de Bortoli reagisce alle pressioni dei suoi azionisti, Fiat in testa, e denuncia “assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra”. Ai giornalisti che ascoltavano la comunicazione del direttore in un incontro che si è tenuto ieri in via Solferino (con la redazione romana in collegamento) è parso evidente il riferimento alla lettera di protesta partita da John Elkann (casus belli gli articoli critici di Massimo Mucchetti), presidente di Fiat e secondo azionista della Rcs, che due giorni fa è anche andato di persona nella sede del giornale.
De Bortoli se la prende con un “establishment economico e finanziario [che] mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi”. E nel consiglio di amministrazione della Rcs Quotidiani, che edita il Corriere, i membri dell’establishment ci sono tutti: da Cesare Geronzi a Giovanni Bazoli a Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera. Il direttore, tornato a guidare il giornale nel 2009 grazie soprattutto all’accordo tra Bazoli e Geronzi, sceglie di legare i suoi due problemi principali: i rapporti con la proprietà e la riorganizzazione del giornale, che è ancora in stato di crisi, chiedendo ai giornalisti di votare in un referendum “sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore”. Se vince, sarà più forte davanti alla proprietà e potrà attuare il piano di riordino del Corriere, se perde lascia. Una prova di forza che, stando alle parole del direttore, sembra indispensabile. Ma che a molti redattori ricorda il “ricatto” denunciato dalla Fiom a Mirafiori, nel referendum chiesto da Sergio Marchionne.
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17 gennaio, 2011
Internet, Media
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Via Pino Bruno
Google consentirà agli editori di rimuovere o selezionare i contenuti presenti su Google News Italia, renderà note agli editori le quote di ripartizione dei ricavi che determinano la remunerazione degli spazi pubblicitari, rimuoverà il divieto di rilevazione dei click da parte delle imprese che veicolano pubblicità con la sua piattaforma”. Lo ha deciso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha così ritenuto sufficiente l’impegno assunto da Google e ha chiuso l’istruttoria aperta contro la società per presunto abuso di posizione dominante nell’uso delle news di altri editori e nei rapporti con i clienti in materia di contratti pubblicitari.
La decisione è stata pubblicata oggi sul sito ufficiale dell’Antitrust. La Federazione Italiana Editori di Giornali (FIEG) ha così vinto la sua prima battaglia contro il motore di ricerca. Google “assicura il mantenimento di un software separato per Google News , che dà agli editori la possibilità di decidere quali contenuti giornalistici rendere utilizzabili su Google News, senza pregiudicarne l’indicizzazione sul motore di ricerca Google Web Search”.
Inoltre, la filiale italiana del gruppo multinazionale si è impegnata a rendere “trasparente la gestione del programma AdSense, la piattaforma di raccolta pubblicitaria gestita da Google che favorisce l’interazione degli inserzionisti con gli editori: in pratica l’editore pubblica sul proprio sito annunci pubblicitari degli inserzionisti AdWords, ottenendo un guadagno per ogni click degli utenti sui link pubblicitari visualizzati”.
16 gennaio, 2011
Economia, Internet, Media
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Andrea Fama via LSDI

La tavoletta ridarà agli editori la speranza di tornare a far cassa con l’ informazione? Se Ken Doctor (NiemanLab) sostiene che la ‘’rivoluzione dell’ iPad è ormai imminente’’ e le proiezioni per il 2011-2012 parlano di 70 milioni di unità vendute solo negli Usa, qualcuno comincia a chiedersi: da dove viene il tempo dedicato alle tavolette? Se la migrazione fosse troppo rapida ci sarebbe il rischio di scompensi a livello economico per gli editori dei giornali, poiché le entrate digitali non rappresentano più del 16 % degli introiti complessivi – Non appena il tablet avrà terminato la prima fase di penetrazione e la pubblicità ne avrà invaso ogni angolo (performance advertising, marketing diretto iper-personalizzato, social marketing, offerta di coupon geo-targettizzati ecc.), i prezzi delle inserzioni crolleranno; ma quando, quanto velocemente e a che livello di stabilità? – Intanto come segnala Frédéric Filloux i magazine adattati all’iPad stanno fallendo la propria missione, e a soli sei mesi dall’entusiasmo iniziale, l’umore sta già volgendo al grigio – D’ altra parte, chiedere ad un consumatore digitale di pagare lo stesso prezzo per un prodotto elettronico dal vantaggio discutibile è una cattiva idea: intanto perché evidenzia l’attitudine degli editori di voler comunque continuare a difendere il cartaceo. E poi perché rivela una tendenza a cedere alla pressione finanziaria a breve termine – E produce due conseguenze pericolose: innanzitutto, scoraggia la vera innovazione; in secondo luogo, favorisce i cosiddetti pure player, liberi dal fardello del passato – Insomma, la situazione (come al solito) è molto complicata
12 gennaio, 2011
Diritti, Media
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Dagospia sostiene che
Momenti difficili al Corriere della sera. Una parte degli azionisti rappresentati nel cda della Rcs Quotidiani, secondo quanto risulta a Radiocor, non condivide alcune scelte editoriali della direzione del quotidiano. Tanto da immaginare la richiesta formale di una verifica. Le espressioni di Sergio Marchionne durante la presentazione del piano al Lingotto
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Scavando tra le i rumors meneghini si scopre che l’origine dell’incazzatura, formalizzata con tanto di tosta lettera al presidente Marchetti, firmata da un plotoncino (di esecuzione) guidato dagli azionisti John Elkann, Diego Della valle, Tronchetti Provera etc., abbia origine da una serie di cazzuti articoli, almeno cinque da dicembre ad oggi, firmati dal vice direttore ad personam Massimo Mucchetti che hanno tolto la pelle e le ossa al compagno Sergio Marpionne – vedi il pezzo sulle stock option e compensi.
9 gennaio, 2011
Economia, Media
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Via LSDI
In due paesi europei – Islanda e Lussemburgo – la diffusione dei quotidiani gratuiti è superiore a quella dei giornali a pagamento nei giorni feriali. Seguono Macedonia, Italia e Portogallo, dove la copertura della free press oscilla fra il 40 e il 50% (l’ Italia, in particolare è al 42%). In 18 paesi i gratuiti sono sotto il 20% del mercato. Il paese all’ ultimo posto in classifica è la Germania, con poco più dell’ 2%. La media europea è del 27%.
I dati – precisa Piet Bakker su Newspaperinnovation.com – risalgono al 2009 perché quelli del 2010 non sono completi. Manca la Russia perché non si conosce il numero esatto delle copie dei quotidiani a pagamento.
1 gennaio, 2011
Economia, Media, Pensieri
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Peter Gomez su IlfattoQuotidiano
Il meglio deve ancora venire: archiviato il 2010 l’unica promessa che ci sentiamo di fare è questa. Come sono andate per noi le cose, del resto, lo sapete già: sono andate bene. L’avventura de Il Fatto Quotidiano, con le sue oltre 100.000 copie giornaliere, e quella de ilfattoquotidiano.it, con i suoi 250milia utenti unici che a volte superano abbondantemente i 300.000, dimostra che non ci eravamo sbagliati. Davvero in Italia, anzi sopratutto in Italia, c’era spazio per un’impresa editoriale che avesse un unico fine: scrivere tutte le notizie che i suoi giornalisti erano in grado di trovare.
In questi mesi si è parlato spesso di crisi dei media, della carta stampata che verrebbe uccisa da Internet, di giornali costretti a licenziare o a mettere in cassa integrazione i colleghi. Nessuno, o quasi, si è invece posto una domanda semplice, semplice: perché un lettore o un navigatore dovrebbe scegliere un quotidiano o un sito internet piuttosto che un altro?
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31 dicembre, 2010
Diritti, Media
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Via Franco Abruzzo
Per interrompere la prescrizione dei diritti contrattuali acquisiti pubblichiamo due faxsimile della lettera da inviare all’editore per raccomandata entro il 23 gennaio prossimo. Chiesto alla Fnsi di mettere al centro del congresso nazionale di Bergamo e dell’azione postcongressuale tutte le azioni possibili, d’intesa con sindacati, partiti e associazionismo, per correggere gli effetti nefasti della legge 183 e ripristinare i diritti cancellati da questa normativa. IN CODA il testo della legge 183/2010 con un’analisi dell’ufficio legale della Fnsi.
Un Direttivo del Sindacato dei giornalisti del Veneto è stato dedicato alla legge 183/2010, il cosiddetto “Collegato lavoro”. La relazione è stata tenuta dal legale del Sindacato veneto, Luisa Miazzi, che ha spiegato nel dettaglio i contenuti della norma ai giornalisti veneti accorsi numerosi alla riunione. Era presente al completo la Consulta dei Cdr che si stanno mobilitando per far fronte alla grave situazione che, causa questa legge, penalizza centinaia di precari e freelance solo nel Veneto.
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