Agricult: il chilometro zero della comunicazione e del cibo
Oggi parte Agricult
Il mio bravo e coraggioso amico Francesco Travaglini, non pago del suo Parco dei Buoi, sta mettendo in piedi un sito di ecommerce agroalimentare Italia-Olanda, Agrycult.com. Perché proprio Olanda? Perché ha degli amici là che gli danno una mano, e così si comincia.
Tanto per fare le cose come si deve, sta organizzando proprio coi suoi amici olandesi FoodCamp4: si terrà presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam il 3 marzo prossimo.
UPDATE: Il Foodcamp4 è stato rinviato e spostato ad Utrecht il in una data da definire dal 4 al 6 giugno 2009
Vera Schiavazzi su Repubblica.it
C’è chi li chiama per nome e appende le foto sul frigorifero e c’è chi li guarda brucare l’erbetta pensando al latte prodotto, e ai formaggi sani e convenienti che arriveranno sulla loro tavola. Più di 10mila italiani (un dato empirico fornito dalle associazioni di allevatori e coltivatori che sostengono l’esperimento) posseggono una mucca, una capra, un asino, un maiale e perfino una o più galline senza avere neppure un metro di terreno né un pollaio o una stalle nel cortile. È l’adozione a distanza degli animali da fattoria, che in alcuni casi sta aiutando interi settori – come l’allevamento allo stato semi-libero di pecore e capre – a sopravvivere a forme più redditizie e razionali. Per tutti rappresenta un modo di tornare alla natura, la sensazione, magari illusoria, di aiutare da lontano un altro essere vivente che in cambio fornisce latte, uova e perfino lana ancora da cardare.Mario Patteri è un agricoltore di Marreri, vicino a Nuoro. A lui si deve l’idea della gallina in affido, che mette insieme la nostalgia per le aie di una volta con l’esigenza di risparmiare: “La crisi ci sta facendo chiudere, neppure le produzioni biologiche bastano più a guadagnare quel tanto che basta per andare avanti. Io ho già 50 galline e le allevo come si deve. Ho pensato che potevo tenere a pensione anche quelle degli altri: chi vuole ne compra una o più, pagando 5,5 euro, e per otto mesi riceve da me sei uova alla settimana. Lui risparmia, io guadagno qualcosa e le uova sono molto più buone di quelle dei negozi”. Tra i consumatori sardi l’idea ha avuto successo e in questo weekend nell’azienda di Patteri troveranno un posto i primi polli in affido.
Non ditelo a Bossi che succede un casino. McDonald’s, il colosso mondiale della polpetta, ha dichiarato guerra a un piccolo, ma in gamba, allevatore di Rivoli che ha aperto un’«agrihamburgheria» chiamandola «Mac Bün» che in vernacolo – anche se la grafia è discutibile – vuol dire: «Solo buono». Una bella e simpatica idea in un momento di grande riscoperta del dialetto sponsorizzata, va da sè, soprattutto dal Carroccio. Il problema è che quel «Mac» ricorda, e suona troppo simile, al «Mc» che precede Donald’s.
Quando Graziano Scaglia, trentanovenne allevatore di Bruere, amena frazione di Rivoli, insieme con il socio Francesco Bianco, pure lui di 39 anni, venditore di imballaggi ma gourmand nel cuore, hanno depositato in Camera di Commercio il marchio della nuova intrapresa, non sono passati nemmeno 20 giorni e si sono visti recapitare una raccomandata a/r dallo studio legale romano «Sib Legal».
Documento con il quale l’avvocato Giovanni Antonio Grippiotti, in qualità «di rappresentante in Italia nel settore della proprietà intellettuale ed industriale della assai nota società statunitense McDonald’s International Property Company, Ltd.» e l’ultimo chiuda la porta, intimava loro di «ritirare immediatamente» la domanda di marchio «Mac Bün Slow Fast Food». «È innegabile – scriveva il legale rappresentante della nota società etc. etc. – che la famiglia di marchi contenenti il prefisso “Mac/Mc” abbia un’ampia ed assoluta notorietà e rinomanza presso il pubblico come sinonimo di McDonald’s».
Creare 5mila nuovi posti di lavoro in 3 anni dando in affitto le terre demaniali a giovani agricoltori. E’ il progetto del ministro dell’Agricoltura, Lucai Zaia, inserito nel decreto anticrisi. Ad Affaritaliani.it l’esponente leghista spiega: “Censiremo i terreni coltivabili, ci sarà un bando e offriremo canoni bassi solo a chi ci presenterà un business plan serio”. Ecco il progetto rivoluzionario che privilegerà la produzione di prodotti tipici e l’agricoltura innovativa.
Mercoledì 10 giugno verso le 11.15 il bloggante farà da chairman del secondo panel di Irealize insieme a Maurizio Cilli (Architetto e Urban Designer), Antonio Pascale(Scrittore) e Davide Scabin (Chef ), Nicola Ferrero e Nicola Perullo (Slowfood)
I Eat cerca di ibridare i temi del cibo e della tecnologia e dell’innovazione esplorando argomenti quali OGM, stagionalità del prodotto, impatto ambientale, kilometri zero, filiera corta, sparizioni dei guru gastronomici, ugc di palato e gusto 2.0. Cosa si può fare nel campo alimentare?
Se avete domande o proposte di argomenti commentate e sarete esauditi
Scrivere che i negozi che vendono kebab sono: “Centri di spaccio e di riciclaggio di denaro sporco…“, oltre che ad una gravissima affermazione diffamante, non ha nulla a che vedere con una critica sulla qualità delle materie prime e sul rispetto delle norme haccp dei kebabbari.” E’ razzismo e basta!
Devo purtroppo anche comunicarti che, con mia grande sorpresa, sono state molto più numerose le email che ho ricevuto che ricalcavano le posizioni di Giordano, piuttosto che quelle che prendevano le distanze dalle sue affermazioni.
Credo che su questo fenomeno “dell’intolleranza alimentare”, evidentemente tutt’altro che isolato all’interno del variegato universo dei “fiduciari”, sia opportuno avviare una riflessione, poiché questo genere di posizioni “estremiste” rischiano d’invalidare nei fatti, sul terreno, le buone intenzioni di Carlin Petrini ed i “Manifesti” ideali di eventi come Terra Madre.
Un orto online che da virtuale diventa reale, con i prodotti della terra consegnati, una volta maturi, a casa dell’affittuario sul web. Tre fratelli di Santhià, proprietari di un’azienda risicola, hanno sviluppato la coltivazione a distanza, un progetto di coltivazione orticola a consumo diretto.
Hanno dedicato al progetto un ettaro della loro azienda, che può essere frazionato in orti di cinque dimensioni, da quello più piccolo, 30 metri quadri per single o coppie, al più grande, 250 metri quadri, per famiglie torinesi Sull’appezzamento scelto, affittato pagando un canone da 850 a 2.050 euro all’anno, i coltivatori a distanza fanno seminare le verdure a loro piacimento. Poi ne seguono la crescita sul web fino a quando se le vedranno consegnare a casa dai coltivatori di Santhià.
Visualizzazione ingrandita della mappa
UPDATE: inserito indirizzo corretto del sito, e mappa della cascina grazie a Matteo Balocco !
Gentilmente offerto al mondo dalla carissima Sara Maternini in download gratuito per i tipi della Simplicissimus Book Farm.
Stando alla classifica «Cantine in Web» stilata ogni anno da www.winenews.it, fatti salvi pochi casi di ottimo livello la stragrande maggioranza dei siti delle aziende vitivinicole italiane si presenta vecchio, tecnologicamente arretrato e poco accattivante. Molte aziende non vanno oltre «siti-vetrina» che non hanno nulla di più rispetto alle tradizionali sezioni del «chi siamo», «dove trovarci», «i prodotti» e «i contatti», per di più con una grafica spesso modesta. Praticamente assenti forme di interazione, come un semplice blog, che fanno la fortuna di internet. Per non parlare dell’elemento e-commerce, che sicuramente non è agevolato da equilibri da mantenere con i tradizionali canali distributivi e dalle leggi sull’importazione dei diversi paesi esteri, ma che è presente in un 5% per cento scarso, dato invariato sul 2007, degli oltre 2500 siti esaminati. Troppo poco, considerate anche tutte le attenuanti, se si considera che solo in Italia nel 2008 il giro d’affari complessivo dell’e-commerce ha superato i 6 miliardi di euro, con un +20% sul 2007.