La cronista che doveva raccontare l’omicidio di suo padre
La telefonata era più o meno la stessa di sempre: “C’è stato l’ennesimo omicidio questa volta a San Giorgio a Cremano in provincia di Napoli; te ne occupi tu?”. Non era certo una novità per Mary Liguori ricevere richieste del genere. Chi come lei si occupa di cronaca nera nell’hinterland campano sa qual è il primo comandamento del buon cronista: se l’omicidio chiama, il nerista risponde e soprattutto parte. Il luogo del misfatto diventa lo spazio necessario entro cui muoversi per raccogliere informazioni, osservare, annusare, ricostruire. Se a questo aggiungi che omicidi e regolamenti di conti nelle terre di camorra sono all’ordine del giorno il quadro si completa.
Si potrebbe definire come l’ordinaria prassi del giornalista di guerra. E così anche ieri, ricevuta “l’imbeccata”, Mary ha preso macchina fotografica e taccuino in direzione via San Giorgio Vecchia. Una via che lei, nata e cresciuta a San Gregorio a Cremano, conosce molto bene. Proprio lungo quella strada ha l’officina meccanica il papà Vincenzo. Questione di attimi, la paura che prende il sopravvento, una domanda che diventa un timore: è mio padre? La redazione che chiama e la invita a tornare a casa: “Ce ne occupiamo noi, lascia stare”. I carabinieri e poliziotti della zona la conoscono e sanno già che uno dei morti la riguarda. Al telefono, quindi, rimangono sul vago, preferiscono non comunicarglielo subito. Mary però capisce, c’è il padre coinvolto. Prima spera che sia solo un ferimento, poi però se lo trova davanti: suo padre, Vincenzo Liguori, è morto sul colpo, freddato da un colpo al torace. La sua colpa? Aver visto qualcosa che non doveva vedere: un omicidio a pochi passi dalla sua officina. Alla camorra un testimone scomodo non poteva scappare. A Mary rimarrà il ricordo del padre e forse un desiderio; lottare dentro la guerra di camorra usando l’unica arma che lei possiede: la parola scritta.
Per quelli che vogliono iscriversi al Master in Giornalismo di Torino
È stato pubblicato sul sito Corep il nuovo bando per l’ammissione di venti allievi per il biennio 2010/2012 al Master Universitario di primo Livello in Giornalismo di Torino. Il master è istituito dall’Università degli Studi di Torino e dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti – in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e gestito da Corep.
I candidati interessati, di età non superiore ai 35 anni, devono essere in possesso del diploma di laurea, triennale, vecchio ordinamento o specialistica, ottenuto entro il 31 luglio 2010 o di altro titolo equipollente conseguito all’estero. Ogni aspirante deve compilare la domanda di iscrizione sul sito entro il 25 settembre 2010.
Le prove di selezione, scritta e orale, si svolgeranno nel mese di ottobre. dalla giornalista Vera Schiavazzi. Anche per la quarta
edizione, il modello formativo sarà rappresentato dall’intreccio tra preparazione teorica e esercitazione pratica, con i laboratori condotti da giornalisti professionisti esperti delle varie aree carta stampata, radio e televisione, giornalismo online). Il master è
biennale, a tempo pieno e con frequenza obbligatoria.
Stagisti professionisti ?
Gli studenti (come me) usciti dal master di Torino vengono da tutta Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, alla faccia del federalismo e degli amori a distanza. Adesso attendiamo preoccupati i prossimi mesi. Mesi di stage, in attesa del fatidico e ineluttabile «In bocca al lupo» dell’ultimo giorno, dopo aver lavorato sodo (come l’anno scorso), a volte più di tanti “assunti”, di tanti “vecchi saggi” del giornalismo italiano. Gli stage di quest’anno saranno assolutamente anomali, figli di quel perverso dispositivo che nega la possibilità a noi, “nuovi professionisti”, di esercitare un nostro diritto fondamentale: “Le aziende in stato di crisi non potranno prendere stagisti”, dunque “rimboccatevi le maniche, ragazzi, il futuro è comunque vostro”.
È normale che il 53% dei tirocini (rapporto Isfol 2010, dati del 2009) non porti da nessuna parte, mentre il restante 47% si frammenti tra prolungamenti di stage (17%), contratti a progetto (6%), di collaborazione occasionale (7%), o di assunzione a tempo determinato (6%)? È normale che il precariato sia ormai la regola? Solo il 2% dei tirocinanti italiani viene assunto a tempo indeterminato. Il 2%. Le considerazioni Isfol sono il risultato del sondaggio “Gli stagisti allo specchio”, in collaborazione con la testata online La Repubblica degli stagisti. E le nostre, di considerazioni? Le prepareremo. Intanto ci dividiamo, tra Torino, Roma, Milano, Palermo e Tokyo, per stage spesso “forzati”, sicuramente di qualità. Perché «dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati».
Giornalisti sull’arcobaleno: cercasi stage disperatamente
Intanto gli studenti delle scuole di giornalismo che non hanno diritti progettano un blog per far sentire la loro voce e il loro peso e continuare a esistere come gruppo anche dopo che la questione degli stage sarà risolta.
Pertanto chiediamo a tutti voi di contribuire a pensare e realizzare insieme un blog che sia aperto ai contributi di tutti, accessibile a tutti (non come Facebook). Inoltre bisogna scegliere insieme nome, dominio, foto simbolica. La discussione è aperta nella nostra bacheca.
EaST Journal: società, politica e cultura dell’est Europa
Dal manifesto di EaST Journal
Est, in Europa, non è soltanto un punto cardinale. Per buona parte del Novecento l’Europa si è trovata al suo interno divisa, la politica della Guerra Fredda ha costretto il continente a vivere una separazione che si è fatta sempre più radicale nel procedere del secolo. Una dicotomia che ha contribuito a creare nella parte occidentale l’idea di una alterità dell’Est, come se quest’ultimo non fosse parte del continente, protagonista de lla stessa storia, erede della stessa cultura. La presunta alterità dell’Est si spiega con la distanza che la cortina di ferro ha messo tra le due parti, tanto vicine geograficamente quanto lontane politicamente ma deriva altresì dalla perversa teoria dell’alterità slava. L’Est Europa non è però soltanto slava, a livello etnico esiste una differenziazione notevole in una contiguità /continuità che allo stesso tempo accomuna e divide le comunità e le culture. Un’area dunque composita a livello etnico, religioso e territoriale, ricca di contraddizioni, mossa da forze al contempo centrifughe e centripete nei confronti della vicina potenza russa. Un laboratorio per l’Europa Unita nei confronti della quale i membri orientali hanno un atteggiamento polivalente.
7 aprile, 2011





















