Trovo questa analisi corretta anche se non mi convince al cento per cento. Però questa analisi ne induce altre e il quadro che ne emerge è davvero preoccupante. Come non riflettere sul fatto che il mondo dell’editoria sta vivendo la crisi più acuta dal secondo dopoguerra? E come non considerare che il giornalismo italiano sta vivendo uno dei suoi momenti più bassi, con colleghi che pur di avere un’intervista la offrono senza contraddittorio anche a discutibili personaggi, che preferiscono il gossip alle notizie, l’avanspettacolo alle inchieste, l’ironia alla critica? Come non riflettere su tutto ciò? Io credo che sia giunto il momento di una rigenerazione del giornalismo italiano, così come da tempo si avverte il problema di una rigenerazione della politica.
Timori e incertezze caratterizzano l’attesa per le elezioni politiche ita liane. A preoccupare, anche i mercati e la comunità internazionale, è soprattutto la possibilità che dalle urne possa uscire un Parlamento frammentato, non in grado di esprimere un Governo stabile. Sul risultato delle consultazioni pesa inoltre l’incognita di quanti sono ancora indecisi e di quanti preferiranno astenersi. La sfiducia nella capacità della politica di emendarsi e di mettere mano alle riforme è un elemento che è destinato ad avere un forte peso nella scelta dei cittadini.
Tuttavia, nei programmi e soprattutto negli slogan, non tutti i partiti sembrano aver tenuto conto dei ambiamenti in corso nella società italiana, fra i quali la crisi del ruolo tradizionale dei partiti intesi come titolari esclusivi della mediazione politica. Eppure, fra gli elementi di novità della campagna elettorale si segnalano i milioni di elettori che hanno partecipato alle consultazioni primarie e alle “parlamentarie” così come pure le piazze colme per alcuni comizi. È una massa sul punto di diventare critica, fatta di persone che vogliono partecipare direttamente alla ricostruzione del Paese. Nella loro percezione, anche le proposte meno realistiche diventano strumentali al rovesciamento di un sistema da rifondare.
La Fieg, la cosiddetta Federazione Italiana Editori di Giornali, una lobby costituita per la sua parte più influente di editori impuri che hanno impoverito e infangato l’informazione in Italia, che hanno voluto trasformare il mercato dell’editoria in una oligarchia di potenti, che hanno condiviso con una lobby di giornalisti vecchi nella mente e nelle azioni i destini del paese, ha scritto una patetica lettera aperta sul suo sito in cui cerca di salvarsi. L’incipit è patetico, il resto peggio. Per molti di loro è finita: game over.
Noi editori consideriamo la tutela della libertà di stampa e la diffusione delle notizie una funzione pubblica e insieme un’attività d’impresa che va salvata perché essenziale alla vita democratica del Paese. Abbiamo una doppia responsabilità: offrire ai lettori un prodotto di qualità, vale a dire corretto, ben fatto, utile e adatto ai tempi che viviamo; e garantire un lavoro ai nostri collaboratori in condizioni di equità. Si tratta di un equilibrio difficile da mantenere, la cui ricerca richiede grande capacità di adattamento alle nuove sfide. L’editoria italiana sta vivendo un passaggio epocale: agli effetti della congiuntura economica si aggiunge il rapido avanzare delle tecnologie digitali, con effetti rivoluzionari nelle abitudini delle persone e sul mercato.
In questo difficile contesto è urgente un ripensamento complessivo del settore editoriale come base per una politica industriale capace di frenare la flessione produttiva e di cogliere le occasioni di sviluppo attraverso una decisa modernizzazione.
Gli ultimi dati Audipress confermano il coma dell’editoria cartacea. La Gazzetta dello Sport resta il giornale più letto d’Italia con 4.246.000 lettori, ma con un calo di 115 mila unità rispetto all’ultima rilevazione (-2,6%). La Repubblica resta seconda con 3.008.000 lettori e un ribasso di 191.000 unità (-6%). Seguono il Corriere della Sera con 2.964.000 lettori (il calo è di 230.000 unità, -7,2%). Il Corriere dello Sport si conferma quarto a quota 1.809.000 e registra una perdita contenuta (-7.000, -0,4%). Subito dietro La Stampa con 1.667.000 lettori e un ribasso di ben 313.000 unità ( pari a un inquietante -15,8%).
Libero e Matrix hanno annunciato la nascita di ItaliaOnline. ItaliaOnline è il frutto del processo di integrazione iniziato il primo novembre 2011 quando Libero Srl aveva acquisito per 88 milioni di euro Matrix, la società che controlla Virgilio, le concessionarie Niumidia Adv e Iopubblicità e il servizio 12.54. La nuova realtà, che fa capo direttamente al fondo di diritto lussemburghese della famiglia Sawiris ha un logo ispirato al brand storico del primo internet provider italiano.
Gli edicolanti vessati dal disinteresse dei politici e degli editori che tendono a cercare su di loro tutti i rischi e i problemi hanno deciso uno sciopero che potrebbe fare molto male agli editori. nei loro confronti. Le Organizzazioni Sindacali dei rivenditori di quotidiani e periodici, SNAG-Confcommercio, SINAGI aff. SLC-CGIL e USIAGI-UGL hanno comunicato uno sciopero per i giorni delle elezioni politiche 24, 25 e 26 febbraio per “lo stato di profonda crisi della categoria” e contro il “silenzio del Governo e della Fieg”.
Un bello scherzo per gli editori che speravano di vendere qualche copia in più per i giorni delle elezioni.
Nell’ambito della grande e globale crisi dei giornali cartacei – in questo articolo parleremo dei quotidiani, ma il problema riguarda notoriamente anche le riviste – anche per la stampa italiana il 2012 è stato un anno molto difficile. Si è ridotta la quota dei finanziamenti pubblici, che rappresenta per molte testate una significativa fonte di introiti, ma soprattutto sono continuati a diminuire i guadagni dalla pubblicità. Nei primi nove mesi del 2012 il mercato pubblicitario del settore dell’informazione, nell’insieme, è arretrato del 10,5 per cento, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La tendenza va avanti così da anni e porta con sé conseguenze sulle redazioni e, alla fine della fiera, sul prodotto finale, quello che arriva nelle mani dei lettori (anche questi sempre di meno, con poche eccezioni).
Per i quotidiani nel 2012 la raccolta pubblicitaria è diminuita del 13,9 per cento, mentre per i periodici del 16,2 per cento. Nelle redazioni ci sono stati e ci saranno piani di riorganizzazione e ristrutturazione, con lo scopo principale di tagliare i costi sul lavoro, cioè giornalisti e poligrafici. I poligrafici sono i dipendenti di un giornale che non sono giornalisti, principalmente i tipografi e gli impiegati amministrativi, ma non i dirigenti (come il direttore marketing o il direttore editoriale). Secondo i dati dell’INPGI, l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, le aziende che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso allo “stato di crisi” sono state 58.
Domenica l’Italia ha battuto la Francia nel Sei Nazioni. Era una coa già capitata in passato. Non era mai capitato che lìItalia vincesse surclassando sul piano del gioco i francesi con un rugby con le bollicine … Forse dobbiamo inparare dalla nazionale di rugby.
I giornalisti che fanno domanda di una posizione a tempo pieno spesso incontrano un sistema di reclutamento che si basa ampliamente sul nepotismo. Se si chiede come siano riusciti a ottenere un contratto regolare a tempo pieno, molti giornalisti si riferiscono alla fortuna, altri semplicemente non rispondono.
Le offerte di lavoro nel settore del giornalismo sono pubblicizzate di rado e il processo di assunzione dipende perlopiù dalle proprie conoscenze. Questo meccanismo influisce pesantemente sulla qualità dei giornalisti delle redazioni, che non sono assunti necessariamente in base al proprio merito.
“La ragione per cui il giornalismo italiano, in particolare quello televisivo, è di qualità molto bassa è dovuto al fatto che la selezione degli individui che sono ammessi nel sistema avviene dopo l’esclusione delle persone migliori, e di chiunque desideri occuparsi di giornalismo come servizio pubblico”, ha detto Wolfgang Achtner, un giornalista televisivo che vive a Roma lavorando come corrispondente per ABC news, CNN e Press TV e con una lunga esperienza sulla televisione italiana.
L’Osservatorio Demos-Coop, che già a dicembre aveva diffuso i dati sul rapporto degli italiani e l’informazione, ha pubblicato un approfondimento su informazione e coinvolgimento politico della popolazione del nostro Paese.
Il sondaggio è stato condotto da Demetra [sistema CATI] a fine novembre 2012. Il campione nazionale intervistato è stato di 1323 casi ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio [margine di errore 2.7%].
Nonostante la centralità sulla partecipazione politica, dalla quale emerge peraltro la marginalità di Twitter in barba alle agende, ai titoli di giornale ed al gran bailamme in Rete questo fine settimana, vi sono alcuni aspetti specificatamente dedicati alla fruizione dell’informazione che consentono di focalizzare meglio il tema di quanto non fosse possibile fare grazie ai dati di dicembre.
La ricerca identifica quattro cluster, quattro gruppi di persone sufficientemente omogenei al loro interno, della popolazione italiana:
Cives-Net, coloro che leggono quotidiani online, discutono e si informano di politica in Internet
Infonauti, coloro che leggono giornali online
Internauti, usano internet ma non leggono giornali online né discutono e si informano di politica in internet
Pubblico chiude l’anno, speriamo non chiuda per sempre, con un video con i passi più eclatanti della politica italina nel 2012.
Update: pare che l’esperienza di Pubblico sia davvero finita
Con una non comune pomposità è stata celebrata dal sito nazionale dell’Ordine dei Giornalistil’approvazione della normativa sull’equo compenso che come la altrattanto decantata Carta di Firenze non servirà a un’emerito nulla. E inutil infarcire il codice di norme nuove e non essere tassativi nell’applicazione delle pre esistenti, fino a che tutti gli enti del giornalismo italiano saranno deboli con i forti (economicamente e politicamente) e forti con i deboli (economicamente e politicamente) , finchè si faranno giochetti e populismo per conservare prebende e cariche. Ma è un mondo che si dissolverà fra poco spazzato via dall’innovazione e dai suoi modeli econoicamente e civilmente incompatibili. Basta aspettare e resistere in un mare di parole (mai fatti) inutili.
La schiavitù è abolita per legge. Nel 2012. E’ stata necessaria una norma, quella sull’equo compenso, per creare condizioni che consentiranno di porre fine allo sfruttamento selvaggio dei giornalisti. Giovani di tante età, compensati con mancette per i loro articoli, trattati peggio di quanti raccolgono pomodori o di quelle povere donne che per pochi euro all’ora hanno perduto la vita in Puglia.
Cinquanta centesimi per il web, due-tre-cinque euro per la carta stampata, vessazioni senza fine: questa è la fotografia della professione oggi.
La legge approvata apre uno spiraglio alla speranza. Non sarà facile, perché nella commissione chiamata a stabilire i parametri dell’equo compenso i giornalisti saranno in minoranza. Ma saranno capaci di fare sentire la voce degli ultimi, di quanti fino ad oggi sono stati costretti a subire il ricatto sfrontato del “se non ti sta bene, mi rivolgo ad un altro”.
Legge sull’equo compenso e Carta di Firenze, applicate insieme, consentiranno di colpire gli editori che sfruttano i giornalisti e forniranno armi importanti a quanti, nella catena di comando delle aziende, intendono comportarsi con onore.