Dagospia analizza sapientemente il mondo dell’editoria italia e l’atteggiamento di molti giornalisti che nasce dalla sidrome Nimby dei giornalisti italiani
“Su un punto la tranquillizzo: i contributi pubblici ai giornali indipendenti come il nostro sono oggi (per fortuna) inesistenti. I nostri stipendi ce li pagano lettori e inserzionisti”. L’impudica rispostina di Sergio Rizzo (“contributi inesistenti”) appariva sotto la lettera di un ingenuo deputato, Silvano Moffa, che si lagnava per la campagna anti parlamentari del Corrierone. Per altro, meritevole. Nonostante le omissioni. Si tratta presidente della Commissione lavoro della Camera che una volta ricevuti i pesci in faccia dal Corriere, si troverà nell’aula di Montecitorio a votare l’ennesima proroga milionaria ai Signori dell’editoria. Almeno fino al 2014, secondo la promessa di Monti.
Una missiva garbata e argomentata in cui il povero Moffa, en passant, ricordava al Gabibbo (impunito) i contributi pubblici versati all’editoria (un miliardo di euro annui) con cui anche i giornalisti arrotondano lo stipendio.
Magari turandosi il naso o ignorandone addirittura la puzza (di provenienza).
Ma i professionisti dell’Anti casta sono fatti così. Moralisti à la carte.
Tant’è che al momento di andare al “mercatino delle pulci” (altrui) non guardano mai cosa si vende (di guasto) sulle proprie bancarelle dove acquistano per mangiare. E fanno finta di non vedere che da molto tempo i grandi giornali (Corriere, Repubblica, Stampa etc) sono in mano ai Poteri marci.
La premessa è d’obbligo. Professori, benpensanti, intellettuali, giornalisti, assennati o chiunque siate: se cercate una motivazione alla base della cosiddetta rivolta dei forconi che sta paralizzando la Sicilia, rassegnatevi: non la troverete. Volendosi strettamente attenere all’evolversi degli eventi, la protesta è oggi guidata dagli autotrasportatori siciliani contro l’ennesimo aumento del gasolio nella regione dove si raffina il 40% della benzina italiana. Hanno così indetto cinque giorni di stop che stanno paralizzando la Sicilia. In orgini peraltro, come l’evocazione dei “forconi” certifica, le prime proteste sono state organizzate da agricoltori e pastori, denuncianti un generico “disinteresse delle istituzioni”. Alcuni rivendicano addirittura una data fondativa, una protesta contro il Ministro dell’ultimo Governo Berlusconi Saverio Romano nella sua isola.
Ma la motivazione e le origini torneranno buona per gli storici. Di fatto, a quella originaria se ne sono aggiunte già tante altre. Ve ne forniamo qualcuna, così, in ordine sparso. Mariano Ferro, leader della rivolta, dichiara sul sito informarexresistere.fr: «Siamo qui perché questa terra potrebbe essere ricca e invece continuiamo tutti a soffrire. Abbiamo chiesto al governo, a tutti i governi, di ascoltarci: nulla. Adesso speriamo che con questa protesta abbiano un pizzico di attenzione nei nostri confronti». E ancora, Onofrio Carruba Toscano, del Movimento dei Forconi, presidente dell’Aiase (Accademia italiana alta scuola equestre), protagonista di una protesta a cavallo, rivela al sito infomessina.it: «È un’esplosione di gioia e di libertà al grido di: Basta! Dalla Sicilia è partita una grande rivoluzione di coscienze e di anime. Non sono iscritto a nessun partito politico. Ho aderito al movimento spontaneamente perché ci ho sempre creduto. Oggi siamo molto stanchi, ma gioiosi. Peccato che la stampa nazionale si stia comportando in maniera indegna».
Come valutare questo nuovo declassamento di Francia ed Italia?
Le agenzie di rating hanno pienamente ragione nel declassare il debito di Italia e Francia. Esse ci dicono che la probabilita` che questi paesi possano onorare i loro debiti e` in diminuzione.
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E cosa importa?
Se nel 1999 un bene francese ed uno tedesco costavano lo stesso, oggi il bene francese costa il 13% in piu’ di quello tedesco e naturalmente fa fatica a trovare compratori.
In teoria….
No in pratica. Sono dieci anni che I conti con l’estero della Francia peggiorano e nel 2011 il deficit del conto delle partite correnti della Francia ha avuto un deficit pari al 2.5% del PIL francese. Il deficit commerciale e` stato ancora piu’ grande. La Francia non fa che seguire con un ritardo di 2/3 anni l’Italia.
Ma l’Italia ha anche il debito…
Si’ l’Italia deve anche servire un grande debito, detenuto per circa 1/3 da soggetti esteri. Praticamente possiamo dire che l’Italia ha un debito estero pari al 40% del PIL. Se gli interessi scendessero anche al 2.5%, con un debito estero di queste dimensioni , ogni anno si dovrebbe comunque trasferire l’1% del PIL al resto del mondo. Per un paese con conti con l’estero in progressivo peggioramento e`impossibile.
Quando si è visto arrivare il programma delle ferie di Carlo Malinconico per il 2008 Roberto Sciò, patron di uno degli alberghi più belli e cari d’Italia, Il Pellicano di Porto Ercole, nonché padre della più famosa stellina di Non è la Rai Yvonne, sbotta: “Ho visto il fax ci mancava poco che svengo”. Sciò ne ha viste tante nel suo Relais & Chateaux 5 stelle con terrazza sul più bel tramonto del Tirreno, e ride: “Francesco ma che te lo sei adottato il professore?” E poi “Ma che stai costruendo un grattacielo da qualche parte?”….. “e mi auguro che sia veramente foriero tutto questo tuo… (e ride)”. Piscicelli imbarazzato ride anche lui: “Fa parte dei giochi, che vuoi fare? Di qualsiasi colore essi siano poi”.
Il Fatto, pubblica oggi l’elenco che stava facendo svenire Sciò e l’informativa dei Carabinieri del Ros del 7 giugno 2010 sulle vacanze al Pellicano dalla quale risulta una verità incompatibile con il ruolo di Malinconico. Il Ros di Firenze ha passato ore ad ascoltare le intercettazioni telefoniche e ad acquisire le ricevute dell’hotel. La conclusione è netta: “E’ stato rilevato, in sintesi che, tra il 2007 e il 2008, il professor Carlo Malinconico ha soggiornato più volte presso la struttura alberghiera Il Pellicano, e le relative spese quantificate in complessivi euro 19. 876, 00 sono state pagate, con varie modalità, di seguito specificate, da Piscicelli Francesco Maria”.
L’Italia è stata interessata al fenomeno dell’emigrazione soprattutto nei secoli XIX e XX. Il fenomeno ha riguardato dapprima il Settentrione (Piemonte, Veneto e Friuli in particolare) e, dopo il 1880, anche il Mezzogiorno. Dai porti del mediterraneo partirono molte navi con migliaia di italiani diretti in America per l’economia più favorevole.
Indice
Tra il 1861 e il 1985 sono state registrate più di 29 milioni di partenze dall’Italia. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’Unità d’Italia (25 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del Nord Africa.
Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole il 47% dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (12,5%). Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia.
Si può distinguere l’emigrazione italiana in due grandi periodi: quello della grande emigrazione tra la fine del XIX secolo e gli anni trenta del XX secolo (dove fu preponderante l’emigrazione americana) e quello dell’emigrazione europea, che ha avuto inizio a partire dagli anni cinquanta.
Fabio Chiusi, su Agoravox Italia, fa notare che ‘’ci si lamenta spesso dell’offerta di informazione in Italia’’, ma ‘’ci si concentra meno sulla domanda. E si sbaglia. Perché, dice Google Zeitgeist 2011 (l’analisi di miliardi di ricerche effettuate su Google dagli italiani nell’ultimo anno – cioè lo ‘spirito del tempo’ appunto), la domanda è questa’’: cronaca nera e tv del dolore, un po’ di reti sociali e un po’ di calcio.
In Germania, per esempio – osserva Agoravox -, nella top ten rientrano argomenti ben più impegnativi: Giappone (1°), Fukushima (5°), Gaddafi (7°), Berlusconi (9°), Strauss-Kahn (10°). In Spagna all’ottavo posto c’è Democracia Real Ya, il movimento ispiratore per gli ‘indignati’ di tutto il mondo. In molti altri paesi l’attualità politica e internazionale fa capolino nelle ricerche più frequenti. In Italia, no.
Ecco forse una delle ragioni principali per cui siamo giunti al punto di equilibrio professionalmente ed economicamente instabile attuale: se l’informazione vuole soddisfare il grosso della domanda (e questo è necessario fino a quando non si trovi un modello di business valido alternativo alla raccolta pubblicitaria a click) è chiamata a concentrarsi sul Grande Fratello, più che sorvegliare attentamente il potere. Certo – osserva Chiusi -, non è detto che ciò dispiaccia a tutti, ma credo che se le richieste dei cittadini fossero diverse il buon giornalismo (che pure, naturalmente, già c’è) non potrebbe che trarne giovamento.
Lsdi ha interpellato alcuni liberi pensatori della blogosfera italiana per capire che peso può avere dal punto di vista digitale la situazione di regressione culturale che ha investito il nostro paese denunciata qualche giorno fa a Firenze dal linguista Tullio De Mauro – Ecco che cosa hanno risposto Vittorio Pasteris, Giuseppe Smorto, Marco Pratellesi, Gianluca Nicoletti, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Luca De Biase, Pierluda Santoro, Angelo Cimarosti – Il dibattito è aperto
Alcuni giorni fa, esattamente il 27 novembre scorso, il professor Tullio De Mauro illustre linguista ed ex ministro della pubblica istruzione nel governo Amato anno 2000, intervenendo a Firenze all’incontro “Leggere e sapere: la scuola degli italiani” ha lanciato un accorato grido d’allarme su uno stato di regressione culturale in corso nel nostro Paese: << Soltanto il 29% degli italiani è in possesso degli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della lingua italiana >>.
I dati illustrati dal professore fanno parte di due diversi studi internazionali realizzati a cavallo fra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio, e successivamente attorno alla metà degli anni 2000, i cui risultati potrete trovare allegati al pezzo in due diversi documenti. De Mauro aveva già spiegato molto dettagliatamente le sue teorie in un articolo scritto di suo pugno per l’Internazionale nel 2008. Il problema era già stato affrontato fra gli altri, anche dalla semiologa Giovanna Cosenza nel 2008 sul suo blog Disambiguando .