Marchionne Malinconico
Vedi anche: che barba, Marchionne – Jobs
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L’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne, è tornato ancora una volta su Fabbrica Italia. Da «più straordinario piano industriale che il paese abbia mai avuto», come scriveva nell’aprile 2010, nei giorni scorsi era diventato «una dichiarazione d’intenti». Oggi, invece, «l’espressione di un indirizzo strategico».
Se fosse un film, probabilmente si chiamerebbe “Pensavo fosse un piano industriale, invece era una dichiarazione d’intenti”. Ancora oggi l’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, ha parlato del progetto Fabbrica Italia, presentato durante l’Investor day del gruppo Fiat il 21 aprile 2010.
Un combattivo Luciano Gallino su Repubblica via Dagospia
Marchionne ha affermato che l´Italia deve cambiare atteggiamento nei confronti di Fiat Auto. L´Italia dovrebbe diventare più comprensiva nei confronti delle sue strategie. Più aperta al nuovo che esse rappresentano in tema di relazioni industriali e di piani produttivi. Da ciò si dovrebbe anzitutto dedurre che i suoi uffici gli passano da tempo una rassegna stampa largamente incompleta.
Una pur rapida scorsa agli articoli pubblicati nell´ultimo anno o due, alle dichiarazioni dei politici, ai comportamenti di due dei maggiori sindacati su tre, porta a concludere che nove articoli su dieci dei maggiori quotidiani, quattro quinti degli accademici, l´intero governo, e perfino gran parte dei politici di opposizione si sono espressi con fervore dalla parte delle strategie di Fiat. Tutti d´accordo: chi critica Fiat si oppone al nuovo che avanza, ai dettami della globalizzazione, allo sviluppo industriale del paese.
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E’ durato circa due ore l’incontro, al Lingotto di Torino, tra l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i sindacati sulle Officine automobilistiche Grugliasco (ex Bertone). L’azienda ha confermato la sua posizione e attende la decisione delle rsu (rappresentanze sindacali di stabilimento) sulla proposta di applicare l’accordo di Pomigliano anche allo stabilimento ex Bertone. All’incontro, per la prima volta, erano presenti i segretari generali (di seguito le dichiarazioni) di Cgil, Cisl, Uil e Fismic, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Roberto Di Maulo, accompagnati dai rappresentanti dei metalmeccanici di ogni sigla. Ora, si attende quindi il pronunciamento delle rsu ex Bertone, che in attesa dell’incontro avevano rinviato l’assemblea programmata per oggi alle 14. Toccherà a loro decidere se accettare l’accordo, indire un referendum tra i lavoratori, rifiutare…
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La comunicazione della Fiat:
Torino capitale europea del colosso FiatChrysler. Quali conseguenze pratiche avrebbe questa scelta? Mentre la polemica degli ultimi giorni riguarda soprattutto il piano politico e sindacale, è ben più difficile capire quali sarebbero gli effetti concreti di una simile decisione. Oggi gli Enti centrali di Mirafiori governano su un impero che va dal Brasile all’Argentina alla Turchia, con joint venture in India e in Cina. Che cosa significherebbe per Torino veder ridurre il raggio d’azione alle sole attività del Vecchio continente? E, soprattutto, quanto ci perderebbe Torino rinunciando a diventare la testa della nuova impresa che nascerà dalla fusione italoamericana?
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L’ipotesi che si sta facendo strada tra le indiscrezioni che circolano in queste settimane, è infatti quella di dividere in due parti la progettazione affidando le utilitarie all’area torinese e la gamma medio alta all’America. Concretamente questo significa che i segmenti fino al B (dalle city car come la 500 alla Punto passando per la Panda) continueranno ad essere disegnati e pensati a Torino mentre i segmenti superiori finirebbero in Usa. Già oggi la piattaforma che servirà a produrre il suv a marchio Alfa deriva da un’architettura americana. Analogamente è probabile che vengano divise anche le attività di progettazione delle auto ecologiche: con il metano che resterà a Torino e l’elettrico che finirà negli Usa. Uno schema di questo genere avrebbe conseguenze inevitabili anche sulle aree del commerciale e degli acquisti e sulle aziende dalla fornitura che fino a ieri operavano anche nei segmenti medioalti.
Domenica 27 marzo è andata in onda su Rai 3 uno speciale di Report di Milena Gabanelli realizzata da Giovanna Boursier dedicata alla Fiat. Il reportage racconta la storia della Fiat fino agli ultimi anni: la grande crisi, l’arrivo di Marchionne, l’accordo con Chrysler e l’analisi economica e strategica del futuro dell’azienda. Il video e il testo dello speciale di Report.
Lunedì 28 marzo Giovanna Boursier, l’autrice del reportage. sarà in videochat dalle 17.00 alle 18.00 per rispondere a domande e curiosità sull’inchiesta sulla Fiat. Qui per proporre domande
L’accordo alla Fiat voluto da Sergio Marchionne pone fine al contratto nazionale di lavoro che aveva caratterizzato le relazioni industriali di questo dopoguerra e supera di fatto l’accordo del 1993 che aveva consentito di battere l’inflazione e di far entrare l’Italia nell’euro. L’accordo di Mirafiori rappresenta il primo contratto aziendale che viene a sostituire quello nazionale. Se anche qualche azienda della filiera dell’auto dovesse successivamente agganciarsi all’accordo, non per questo esso tornerebbe a essere un contratto nazionale. Ed è da prevedere che altre grandi aziende si avvieranno su questa strada. Già nei giorni scorsi Fincantieri ha denunciato il suo disagio con il contratto di lavoro e con l’assistenza della Confindustria in alcune provincie.
C’è una logica in questa tendenza. Le grandi imprese sono sempre meno interessate al mercato nazionale e guardano ai mercati internazionali. Inoltre, il riferimento settoriale con cui si costruiscono i contratti di lavoro sta tramontando. Le imprese sono interessate più ai mercati di sbocco che alle classificazioni settoriali di natura merceologica. Si delinea così un quadro di relazioni industriali dove saranno le singole imprese a decidere se far ricorso a un contratto aziendale o se applicare il contratto nazionale. Quest’ultimo finirà per essere essenzialmente il contratto delle piccole imprese, ossia di quelle aziende che pensano di non avere strumenti per negoziare un contratto autonomo. Sono anche imprese che non vedono di buon occhio lo svilupparsi di una concorrenza attraverso contratti differenziati per accaparrarsi i migliori lavoratori. Proprio per evitare una tale concorrenza, alcune di esse faranno ricorso a contratti territoriali. Il contratto nazionale costituirà una sorta di base minima per i contratti aziendali, anche se con il passare del tempo sono prevedibili differenze sostanziali che finiranno per renderne difficile la comparazione.
Giornata storica per la Fiat dopo lo scorporo della società. L’amministratore delegato, Sergio Marchionne, presente come padrino al battesimo delle contrattazioni in Borsa di Fiat Industrial, l’azienda del gruppo che produce camion e trattori, separata da Fiat Spa, alla quale sono rimasti l’auto e altri asset. Chi detiene azioni “ex-Fiat” avrà in portafoglio entrambi i titoli del Lingotto. Mentre il mondo economico tiene gli occhi puntati su Piazza Affari, resta però un altro grande tema sul tappeto, i rapporti tra Cgil e Fiom in vista del referendum sull’accordo di Mirafiori: tema nel quale si inserisce anche Sergio Cofferati, che scende in campo a fianco dei metalmeccanici.
Chi detiene azioni “ex-Fiat” avrà dunque in portafoglio entrambi i due titoli del Lingotto scambiati a partire dal 3 gennaio: per ogni azione Fiat riceverà un’azione Fiat Industrial della stessa categoria. Le “scommesse” degli investitori sul valore che il mercato darà ai due titoli hanno portato, giovedì all’ultima chiusura di Borsa, le “vecchie” azioni Fiat a 15,43 euro (+2,94%). Rispetto a questo valore, se il mercato confermerà le stime del consensus di analisti raccolto da Bloomberg (Fiat 6,65 euro, 9,40 Fiat Industrial) i due titoli, insieme, verranno quotati con un premio di circa il 4%.
Fino a qualche mese fa Sergio Marchionne era esaltato con quei facili entusiasmi di cui gli italiani sono maestri. Innovatore, salvatore della Fiat, emigrante di ritorno, schivo uomo del pullover ignaro dello chic dei doppiopetto gessati. Di lì a poco ecco il rovescio dell’adulazione di casa nostra, l’insulto, lo schizzo di fiele, la denigrazione. In poco tempo il Ceo della Fiat è passato da patriota dell’automobile, austero abruzzese figlio di un carabiniere, a filibustiere, padrone assetato di profitto, «illiberale» secondo i moderati della Cgil, «fascista» secondo gli intemperanti della Fiom.
Naturalmente l’incenso di prima (perfino l’ex presidente della Camera Bertinotti ne aveva usato un po’) e le uova marce di oggi (perfino la destra ne fa uso, per non essere tagliata fuori dal populismo) non nascondono la realtà: Marchionne ha deciso di smentire le previsioni nette dell’Economist e del Financial Times che annunciavano la morte certa della Fiat e salvare la produzione di auto in Italia. Il patto con la Chrysler, benedetto dal presidente Obama, costringe Fiat alla realtà: o si produce come produce il mondo, o l’Italia non avrà più manifattura di auto. La Fiom parla di «diritti» come se tutti nel mondo non avessero diritto a un lavoro e una vita dignitosa: ma, dimentica dei suoi maestri come Bruno Trentin, non si rende conto che i diritti vanno creati nella realtà, non postulati in astratto.
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Il tentativo è quello di dare un’accelerata e di chiudere l’accordo prima Natale. La partita decisiva sul futuro di Mirafiori si dovrebbe giocare domani. Fiat e sindacati si rivedranno infatti domani, all’Unione Industriale di Torino, alle 11, per riaprire il tavolo sul rilancio dello stabilimento. La convocazione segue la lettera inviata ieri da Fim, Uilm e Fismic. Secondo l’ad Sergio Marchionne il piano per Mirafiori presentato ai sindacati «è qualcosa di unico: la possibilità di produrre nello storico impianto di Torino Suv di classe superiore, sia per il marchio Jeep sia per l’Alfa Romeo, destinate ai mercati di tutto il mondo».
Non ci sono «stati, negli ultimi decenni, nel nostro Paese – ha spiegato il manager italo-canadese – altri esempi concreti di un impegno condiviso da un costruttore di automobili estero. I volumi previsti nel progetto, sino a 280 mila unità l’anno, sono stati pensati per saturare gli attuali addetti, con una possibile crescita occupazionale per il futuro. Questo è il modo per offrire a Mirafiori la possibilità di compiere il salto di qualità necessario per diventare una fabbrica internazionale, per mettersi in gioco e aprirsi al mondo».
Marchionne ha poi invitato la Fiom a non sottrarsi dalla trattativa. Quanto al referendum tra i lavoratori su un eventuale accordo, il maglioncino più famoso d’Italia ha detto: «se lo vogliono fare, sono d’accordo». Se dovesse essere bocciato dalla maggioranza dei lavoratori, «ce ne andiamo – ha detto Marchionne -, in caso contrario, l’investimento si fa».
Il WSJ su Marchionne, Torino, Fiat, …
The holidays in Turin have certain rituals that set the city apart from others in Italy. That’s because Turin is home to the country’s largest manufacturing company, the multinational auto maker Fiat SpA, and like all big companies, Fiat is a sort of state within a state.
Besides traditional winter festivities, such as buying orange-colored boxes of handmade hazelnut chocolates at Gobino and stopping for a cup of hot chocolate mixed with coffee and cream at Café al Bicerin to fight off the Alpine cold, Turin offers parallel Fiat activities.
In this photo from 1955, Fiat 600s are driven on the roof track of the Lingotto factory in Turin. Like the car maker that calls it home, Turin, more than any other Italian city, mixes old with new, tradition with innovation.
Fiat auto workers’ kids receive gifts at the company’s annual Christmas party as the car maker’s sprawling Mirafiori factory shuts for the break. Fiat Chief Executive Sergio Marchionne delivers his annual speech to hundreds of managers gathered at the Lingotto—a former factory modeled on the Ford plant in Detroit where the Model T was born—that now houses Fiat’s executive offices.