Cause e obiettivi del mobbing
L’obiettivo del mobbing lavorativo è di ottenere l’abbandono del lavoro senza ricorrere al licenziamento per ritorsione per comportamenti non condivisi: denuncia ai superiori o all’esterno di irregolarità sul posto di lavoro, per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte sessuali o operazioni contrarie a divieti deontologici o legali.
Nel concreto il mobbing sul lavoro è fatto di piccole grandi cose: dequalifare le mansioni, togliere compiti e responsabilità, fornire lavori banali o toglierne del tutto, fornire una postazione di lavoro inadeguata con attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, distruggere con rimproveri e richiami molto evidenti per fatti banali, controlli e verifiche inutili e snervanti. E’ uno scientifico e sistematico processo di rimozione del lavoratore. Tutti questi eventi non sono facilmente traducibili in prove processual: occorre prendere appunti, registrare, riprendere con video o foto le situazioni.
Ma quali sono le conseguenze dell’attività di mobbing ? L’obiettivo di portare alle dimissioni volontarie fa leva sugli aspetti psicologici del lavoratore. Il mobbing non è una malattia ne è la causa. La conseguenza più diffusa è anzia e depressione reattive all’azione dei datori di lavoro. A seguire accadono perdita d’autostima, nevrosi, depressione, insonnia, isolamento, cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi e tentativi di suicidio.
Secondo l’INAIL, il mobbing lavorativo è evidenziabile con “marginalizzazione dalla attività lavorativa, lo svuotamento delle mansioni, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi o degli strumenti di lavoro, i ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psico-fisici, l’impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie, la inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, l’esclusione reiterata da iniziative formative, il controllo esasperato ed eccessivo”.
12 agosto, 2011
Il mobbing, in quanto forma di violenza psicologica, è un fenomeno sociale dal quale nessuno è immune.
«Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma… Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».




















