Strano paese l’Italia, dove si dice che senza conoscere le motivazioni non si può commentare una sentenza e dove, poche ore dopo, proliferano già i commenti pro o contro (soprattutto contro) la sentenza con la quale sono stati condannati tre dirigenti di Google. Senza dare giudizi definitivi, partiamo dal presupposto che internet ha radicalmente cambiato i comportamenti e le abitudini sociali di molti (e quindi devono cambiare le leggi che regolano quei comportamenti), ma non può essere un luogo legibus solutus. Evitiamo quindi di gridare allo scandalo per partito preso.
Certo, se il giudice avesse stabilito che Google è responsabile semplicemente per aver messo a disposizione la piattaforma, ossia lo spazio, sul quale altri hanno commesso reati a sua insaputa, si tratterebbe di un esempio pericoloso. Sarebbe come dire che Trenitalia è responsabile se avviene un delitto su un vagone di un suo treno o che l’Anas deve essere condannata per un incidente avvenuto su un tratto di strada da lei gestito. O come se fosse colpa vostra se invitaste qualcuno a casa per un caffè e questa persona cominciasse a sfasciare quadri, mobili e soprammobili. Perché, mutate poche cose, quello è il ruolo di Google nel caso in questione. Certo, può essere accaduto che un giudice abbia clamorosamente sbagliato valutazione: è già accaduto, per esempio, che un giudice di Aosta abbia equiparato un blogger al direttore responsabile di un giornale, tanto per non uscire da internet.
Volete sapere quanto siete unici e riconoscibili su internet quando navigate con il vostro browser? Provate panopticlick e lo scoprirete, oltre a venire informati su come evitare il piu’ possibile questa unicita’.
Ci sono infatti due articoli scritti dall’EFF (questo e questo) che se non avete voglia di leggere perche’ non sapete l’inglese o semplicemente siete pigri si possono riassumere cosi’:
usate torbutton (ovvero usate TOR, non ci stancheremo mai di ripeterlo)
abilitate il “privacy browsing mode“
Quest’ultima con un paio di click e’ disponibile su tutti i maggiori browser. Per Firefox a questo link trovate le istruzioni su come abilitarlo. Per gli altri, chiedetelo al vostro motore di ricerca preferito
Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai dipendenti schedati al momento dell’assunzione (circa 4,8 milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7 milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all’accordo che, depositato sabato mattina negli uffici deserti per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, farà uscire le due aziende dall’udienza preliminare sul dossieraggio illecito praticato dalla divisione Security negli anni in cui la guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa di patteggiare 4 anni e mezzo.
Nasce dalle frange irrequiete del web italiano e subito diventa un caso: è un progetto per contrastare il proliferare delle videocamere di sorveglianza. Si chiama Anopticon ed è sul sito Tramaci. org, gestito dal 31enne veneziano Enzo A., che si autodefinisce un hacker (il suo nickname è Etno) e preferisce rimanere anonimo, “per paura delle ritorsioni delle autorità”. Beninteso, il progetto è legale: è una mappa delle videocamere di sorveglianza (installate in luoghi pubblici) sparse per le città italiane. Tutti possono partecipare al progetto, segnalando al sito le videocamere che riescono a individuare. Per ora l’hanno fatto in sei città (Venezia, Foggia, Padova, Urbino, Pisa e Solero, in provincia di Alessandria) e al momento sono state catalogate 510 videocamere, ognuna con immagini localizzate su una mappa e l’indicazione dell’area coperta. “Lo scopo è chiedere al Garante della Privacy di limitare il fenomeno della videosorveglianza – spiega il promotore dell’iniziativa -. Gli manderemo una segnalazione per ciascuna delle videocamere che abbiamo trovato. Alcune di quelle individuate nemmeno rispettano le attuali leggi sulla privacy: nelle vicinanze non c’è neppure un cartello per avvisare i passanti”.
In a six-minute interview on stage with TechCrunch founder Michael Arrington, Zuckerberg spent 60 seconds talking about Facebook’s privacy policies. His statements were of major importance for the world’s largest social network – and his arguments in favor of an about-face on privacy deserve close scrutiny.
Zuckerberg offered roughly 8 sentences in response to Arrington’s question about where privacy was going on Facebook and around the web. The question was referencing the changes Facebook underwent last month. Your name, profile picture, gender, current city, networks, Friends List, and all the pages you subscribe to are now publicly available information on Facebook. This means everyone on the web can see it; it is searchable. I’ll post Zuckerberg’s sentences on their own first, then follow up with the questions they raise in my mind. You can also watch the video below, the privacy part we transcribe is from 3:00 to 4:00.
Durante il governo Prodi, per chi se ne è accorto, il fenomeno del telemarketing, in pratica le telefonate in cui vi propongono l’acquisto di qualche cosa, si era notevolmente ridotto. Era stata approvata una legge che permetteva il telemarketig solo previa autorizzazione, anche per coerenza con altre leggi sulla privacy e sulle molestie. Con il governo Berlusconi, invece, è stata approvata una sospensione temporanea di quella legge, e le telefonate pubblicitarie sono ricominciate. La sospensione sta per concludersi ma è stata approvata una ulteriore proroga ed è in arrivo una nuova legge di regolamentazione del Telemarketing che ribalta il senso di quella precedente: telemarketing vietato solo se si è fatta esplicita richiesta in tal senso, in tutti gli altri casi è sempre permesso. Per chi lavora il governo?
The uber-geeks who run Google don’t seem like to think about the messy world of law and politics. But it can’t be avoided. The latest example: A Bear Stearns manager done in by a GMail account he thought was closed. Matthew Tannin may have shut down his account, but Google keeps backups, and the company provided government prosecutors with “a CD-ROM disk… of Mr. Tannin’s emails from November 20, 2006 through August 12, 2007,” according to the New York Times. The prosecutors are trying to prove fraud in the collapse of two hedge funds, managed in part by Tannin, and have been helped along by his personal emails, one of which reads “a wave of fear set over me that the fund couldn’t be run the way that I was ‘hoping’… And that it was going to subject investors to ‘blow up risk’.”
Meanwhile, online tricksters reportedly protested Google’s outing of the once-anonymous “Skankblogger,” Rosemary Port. Lawyers have called Google “cowardly” for not fighting harder to protect Port’s anonymity in a case brought by a woman targeted by Port’s anonymous blog on Google’s Blogger.com.
Google takes pride in its ability to retain data; Sergey Brin has an op-ed in the New York Times today holding Google servers up as more durable than the ancient Library at Alexandria. Meanwhile, every police department and district attorney’s office in the country knows they can extract valuable data from the company. Google has little motive to fight much against these authorities. Not when it could be solving sexier geek problems like indexing books or launching real-time collaboration systems — and when it could potentially be minting billions on its next tech hit.
La privacy? Dice un dirigente dell’autorità garante: “Chiunque tra il 2001 e l’inizio del 2008 abbia usato la rete internet deve sapere che tre tra i maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g) tre compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico di quegli anni. Non tutti lo facevano con la stessa profondità, e lo abbiamo specificato nei nostri provvedimenti del 17 gennaio 2008. Non è nemmeno detto che lo abbiano fatto in modo continuo dal primo all’ultimo giorno. Però quella raccolta di dati avveniva e il pretesto era che bisognava tenersi pronti per rispondere alle richieste dell’autorità giudiziaria. Il punto è che raccogliere i dati personali in quel modo e con quella rozzezza espone gli stessi investigatori ad errori e valutazioni sbagliate”.
Insomma, cari utenti di internet di quegli anni, siete avvertiti: da qualche parte esisteva (e “dovrebbe” non esistere più) un complesso sistema di grossi hard disk sui quali c’erano gli indirizzi (URL) di tutte le nostre pagine internet visitate. “Tutte, ma proprio tutte”. Più le password che immettevate per entrare nella vostra mail, i codici di accesso alla banca (se il sistema non era protetto) e anche sì, la password di quel sito un po’ scollacciato che ogni tanto allieta una vostra serata un po’ uggiosa. Per non parlare di chat e messaggi posta. Tutto era “captivato” e tutto era leggibile.
Ora, dal gennaio del 2008 non lo è più (e sì che resistenze da parte di magistratura e apparati di polizia, perché si continuasse con la rete a strascico, ce ne sono state). Non solo: in Italia è stato anche adottato il sistema dello “Ip univoco” che rappresenta un passo avanti in materia – in Inghilterra, dopo gli attentati del 2005, è successo qualcosa di simile e su scala più ampia.
Domanda: ma quelle informazioni sono poi state davvero distrutte? Questo non lo sa nessuno, ma il funzionario dice che non ha motivo di ritenere che non lo siano state. E il problema della traccia e della completa tracciabilità elettronica delle nostre vite resta, ma non è detto che sia irrisolvibile.
About a month ago, an administrative employee here at Twitter was targeted and her personal email account was hacked. From the personal account, we believe the hacker was able to gain information which allowed access to this employee’s Google Apps account which contained Docs, Calendars, and other Google Apps Twitter relies on for sharing notes, spreadsheets, ideas, financial details and more within the company. Since then, we have performed a security audit and reminded everyone of the importance of personal security guidelines.
Here’s a dilemma: The guy (”Hacker Croll”) who claims to have accessed hundreds of confidential corporate and personal documents of Twitter and Twitter employees, is releasing those documents publicly and sent them to us earlier today. The zip file contained 310 documents, ranging from executive meeting notes, partner agreements and financial projections to the meal preferences, calendars and phone logs of various Twitter employees.
Restano le preoccupazioni per i poveri dati sensibili degli utenti in questa azienda a maglie larghe