Stiamo eliminando oltre 60 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi Google per sostituirle con una normativa unica, più breve e di più facile comprensione. Le nuove norme riguardano più prodotti e funzioni, poiché è nostro desiderio creare un’esperienza d’uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i serivizi Google.
Questi contenuti sono importanti, quindi ti invitiamo a leggere le Norme sulla privacy e i Termini di servizio aggiornati. Le modifiche diventeranno effettive a partire dal 1° marzo 2012.
Every time you go online you share information about yourself. And the more you do online the more important it is that you and your personal data are protected. The EU is proposing changes that will strengthen your protection online. The new EU laws are designed to put you in control of your own information and safeguard your right to personal data protection.
Un imprenditore del settore finanziario si era accorto che non appena veniva digitato il suo cognome (e anche nome e cognome) sul motore di ricerca di Google, il servizio “suggest search” includeva nei suggerimenti anche i termini “truffa” o “truffatore”. Per questo motivo, l’imprenditore aveva chiesto al Tribunale di ordinare a Google la rimozione dal proprio software “suggest” dell’associazione tra il proprio nome e le parole incriminate
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Sulla vicenda è intervenuto sul web anche l’avvocato Carlo Piana, legale dell’imprenditore che ha chiamato in causa Google. Secondo Piana, l’ordinanza non rappresenta una richiesta di censura, «in quanto le allegazioni del denunciante sono state pienamente discusse prima di procedere in tribunale, e le richieste erano e rimangono solo per due interventi eccezionali».
Una notazione. Sia la Peron che Piana hanno reso disponibile l’ordinanza del Tribunale di Milano in formato PDF, premurandosi di oscurare il nome e il cognome dell’imprenditore. Premura inutile, dal momento che basta copiare il testo su un file Word per ottenere le generalità dell’uomo. Macchianera docet.
Una class-action è stata depositata contro Mainstream Media International, la società che sta dietro YouPorn e il suo spin-off, per l’accusa di aver usato una falla in Javascript spiando coì gli utenti.
Dal sito sarebbe possibile vedere quali altri siti porno sono stati visualizzati dall’utente. In teoria, queste informazioni potrebbero essere utilizzate da un sito “concorrente”, al fine di ottenere annunci più mirati. In sostanza è ciò che Facebook già fa pubblicamente. Il problema non sembra porsi realisticamente.
Insomma, hanno immagazzinato un sacco di dati riguardanti i siti porno che vengono visitati cifrandoli. hsjhwd >> sarebbe purnhub. E chissà quale altra diavoleria. Intato tra gli utOnti è imbarazzo e scetticismo. Staremo a vedere come evolve la questione.
Symantec ha presentato i numeri del Black Market, quello che possiamo anche chiamare l’underground economy. Nel Black Market è possibile trovare i dati estesi e personali di carte di credito, passaporti, accessi a conti correnti, proprietà intellettuali, brevetti industriali, informazioni aziendali e personali, il cui furto può comportare seri danni economici, organizzativi e legali .
Il volume d’affari del Black Market si aggira intorno ai 210 milioni di euro.
Il valore delle informazioni digitali rubate nel 2009 è stato di 1 trilione di dollari.
Il costo medio sostenuto da un’organizzazione compromessa è all’incirca di 5 milioni di euro.
23 milioni di euro è il costo massimo ad oggi sostenuto da una azienda colpita da un attacco informatico.
147 euro è il costo medio per identità compromessa sostenuto da un’azienda.
Il malware è cresciuto del 71% rispetto al 2008.
Oltre il 50% delle minacce è stata rilevata nel 2009.
Il 78% dei malware ha funzionalità di esportazione di dati.
Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Many of the most popular applications, or “apps,” on the social-networking site Facebook Inc. have been transmitting identifying information—in effect, providing access to people’s names and, in some cases, their friends’ names—to dozens of advertising and Internet tracking companies, a Wall Street Journal investigation has found.
The issue affects tens of millions of Facebook app users, including people who set their profiles to Facebook’s strictest privacy settings. The practice breaks Facebook’s rules, and renews questions about its ability to keep identifiable information about its users’ activities secure.
Facebook says it is taking steps to “dramatically limit” the exposure of users’ personal information, after a WSJ investigation showed that personal IDs were being transmitted to third parties via Facebook apps. But how hard is it to fix such a breach – and how concerned should users be about the sharing of these IDs? Julia Angwin joins Digits to discuss.
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The problem has ties to the growing field of companies that build detailed databases on people in order to track them online—a practice the Journal has been examining in its What They Know series. It’s unclear how long the breach was in place. On Sunday, a Facebook spokesman said it is taking steps to “dramatically limit” the exposure of users’ personal information.
Internet companies have appropriated the real estate business’s mantra — it’s all about location, location, location.
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Big companies and start-ups alike — including Google, Foursquare, Gowalla, Shopkick and most recently Facebook — offer services that let people report their physical location online, so they can connect with friends or receive coupons.
Venture capitalists have poured $115 million into location start-ups since last year, according to the National Venture Capital Association, and companies like Starbucks and Gap have offered special deals to users of such services who visited their stores.
But for all the attention and money these apps and Web sites are getting, adoption has so far been largely confined to pockets of young, technically adept urbanites. Just 4 percent of Americans have tried location-based services, and 1 percent use them weekly, according to Forrester Research. Eighty percent of those who have tried them are men, and 70 percent are between 19 and 35.
Perseverare è diabolico, ma Apple insiste e gioca al Grande Fratello orwelliano. Lo U.S. Copyright Office, cioè l’agenzia federale statunitense che sovrintende al diritto d’autore, e la Library of Congress, la più grande biblioteca pubblica del mondo dicono che la pratica del jailbreak non è illegale? Chi se ne frega, sembra rispondere Steve Jobs. La Mela ha chiesto un nuovo brevetto per la tecnologia che le consentirà di individuare gli utenti che utilizzano dispositivi sbloccati e di riportarli automaticamente alle impostazioni originali.
La richiesta di brevetto è stata depositata nel febbraio 2009, scrive CNET News. Riguarda genericamente “Sistemi e metodi di identificazione degli utenti non autorizzati di un dispositivo elettro.ico” , ma vuole andare a parare proprio lì, al jailbreak.
Insomma, sembra di capire, Apple vuole avere diritti di proprietà sui propri dispositivi anche dopo l’acquisto. Se l’utente fa una modifica (consapevole di rinunciare alla garanzia), l’azienda gliela annulla, a distanza. Significa che Apple potrebbe andare a frugare in ognuno dei milioni e milioni di iPhone,iPod e Ipad venduti in tutto il mondo, leggere documenti personali, contatti, eccetera, con la scusa di controllare se l’aggeggio è stato sbloccato (pratica, è in caso di sottolineare ancora una volta, che negli Stati Uniti non è ritenuta illegale!).
Bizzarro, per non dire agghiacciante.
Applichiamo la logica poliziesca di Apple ad altri prodotti. Compriamo un’automobile e decidiamo di personalizzarla. Cambiamo le gomme oppure installiamo gli accessori che ci piacciono, senza rivolgerci alla casa produttrice. Poi parcheggiamo la macchina e, quando torniamo a prenderla, scopriamo che nottetempo gli emissari del marchio automobilistico hanno ripristinato tutto alle condizioni di fabbrica.
Google ci spia. Traccia e registra i nostri movimenti sulla rete. Vede quello che cerchiamo, vede quello che leggiamo o guardiamo. Sa dove siamo. Conosce i nostri interessi, anche quelli che vogliamo tenere nascosti. Controlla il contenuto e i destinatari delle nostre email. Pochi lo sanno, qualcuno lo sospetta, quasi tutti lo ignorano, ma è proprio così. Ci spia. E poi ci scheda, conservando la mole di informazioni che ci riguardano in un database per un anno e mezzo. Otto italiani su dieci che usano Internet sono finiti nei database di Google. Più riesce a conoscerci, più specifica, corrispondente ai nostri gusti e quindi efficace sarà la pubblicità che ci farà trovare sui siti che visitiamo. Per i cervelloni del marketing è semplicemente behavioral advertising, pubblicità personalizzata. I difensori della privacy, invece, usano un termine più sinistro: profiling. Profilazione degli utenti. Ormai lo fanno quasi tutti i più grossi operatori del web. Ma nessuno in maniera capillare quanto il gigante di Mountain View. Ma quante informazioni riesce a raccogliere il colosso della rete?
Research in Motion (RIM), l’azienda che produce BlackBerry, ha dunque ceduto alle pressioni dell’Arabia Saudita. Il traffico dati sarà filtrato attraverso un server che sarà installato a Ryad, accessibile ai controlli della polizia locale, dotata delle chiavi per decodificare il codice criptato. Il governo saudita ha puntato i piedi in nome della lotta al terrorismo di matrice islamica. E’ facile prevedere che, a questo punto, RIM faccia la stessa cosa in Indonesia, India, Emirati Arabi, Libano e Algeria, che hanno minacciato altrimenti di bloccare i servizi di messaggistica dei BlackBerry.
Il braccio di ferro che si è appena concluso a Ryad conferma l’aumento del divario tra chi vuole che internet sia un mondo libero e senza lacci e la volontà degli Stati di controllare lo scambio di informazioni . La lotta al terrorismo – in paesi a basso tasso di democrazia – appare un pretesto per soffocare ogni tipo di opposizione ai regimi locali.