La pubblicità sui quotidiani Usa scenderà quest’ anno a oltre la metà del tetto recordi di 49,4 miliardi di dollari toccato nel 2005. Lo prevede un’ analisi della NAA (Newspaper Association of America), come segnala Alan D. Mutter sul suo Newsosaur.
Con i ricavi dei giornali in costante declino nei primi tre trimestri del 2011, gli editori infatti difficilmente riusciranno a superare i 24 miliardi di introiti pubblicitari registrati nel 2010.
Dopo un calo del 9,5% e dell’ 8,9% dei primi due trimestri, le entrate pubblicitarie sono ancora peggiorate nel terzo, segnando meno 10,8% ed è quindi prevedibile che complessivamente i risultati globali nell’ anno in corso si fermino sotto i 24 miliardi.
I giornali online o meno americani, Huffington Post in testa, si stanno scatenando a pubblicare le 24 mila email di Sarah Palin inviate e ricevute quando era governatrice dell’Alaska. Le email sono state rese pubbliche sulla base del Freedom Act, che tutela la pubblicazione degli atti pubblici.
L’11 aprile un cittadino di Cambridge – nel Massachussets – ha ricevuto un invito a comparire presso il Grand Jury della città di Alexandria, in Virginia. Il cittadino, di cui non si conosce l’identità, dovrà testimoniare nel corso di un’investigazione relativa a delitti di spionaggio, cospirazione, frode informatica e furto di proprietà governative. Tutti reati federali e proprio quelli che, nei mesi scorsi, venivano tirati in ballo ogni volta che si parlava di un eventuale processo a Wikileaks.
Nel documento non compare neanche un nome ma gli esperti sostengono che non ci siano dubbi: la giustizia americana sta effettivamente cercando un modo per portare Julian Assange, fondatore di Wikileaks e ormai nemico dichiarato della prima superpotenza mondiale, di fronte a un tribunale statunitense.
«Se il Grand Jury ha emesso questo invito a comparire significa che ha già raccolto qualche concreto elemento di prova – spiega Guido Scorza, avvocato esperto in diritto delle nuove tecnologie – in Italia questo documento avrebbe meno peso, perché si tende a utilizzarlo con più facilità».
Consumers. The biggest losers of this deal are going to be the consumers. While AT&T and T-Mobile are going to try to spin it as a good deal to combine wireless spectrum assets, the fact is, T-Mobile USA is now out of the market.
T-Mobile USA has been fairly aggressive in offering cheaper voice and data plans as it has tried to compete with its larger brethren. The competition has kept the prices in the market low enough. This has worked well for U.S. consumers. With the merger of AT&T and T-Mobile, the market is now reduced to three national players: AT&T, Verizon and Sprint. Net-net, U.S. consumers are going to lose.
Phone Handset Makers. Before the merger was announced, the handset makers such as HTC and Motorola had two major carriers who could buy their GSM-based phones. They just lost any ability to control price and profits on handsets because now there is a single buyer that can dictate what GSM phones come to market. Even with LTE becoming the standard for the 4G world, it would essentially be a market dominated by three buyers (should Sprint go with LTE), which would place handset makers at the mercy of the giants.
Sprint. The nation’s third-largest carrier was in talks to buy T-Mobile according to Bloomberg, but AT&T’s offer has now pushed Sprint to the bottom of the pile in terms of size and potentially spectrum assets if it goes through. If it doesn’t go through, then Sprint now has a price it has to match in order to get its hands on T-Mobile. Plus, Sprint and T-Mobile often stood against AT&T and Verizon on a variety of regulatory issues, so if AT&T succeeds, Sprint will stand alone on special access and other issues.
Tira una brutta aria maccartista, negli Stati Uniti del democratico Barack Obama. La guerra fredda non c’è più, ma i metodi restano gli stessi. Sembra che Wikileaks e chi fa controinformazione siano diventati più pericolosi dei terroristi. Le pressioni su Twitter ( e forse su Facebook e Google) per consegnare dati personali e messaggi privati dei collaboratori di Julian Assange sembrano sinistri avvertimenti nei confronti delle centinaia di migliaia di cittadini che, in tutto il mondo, hanno solidarizzato e solidarizzano con Wikileaks, in difesa del diritto all’informazione.
I fatti: una corte federale della Virginia ha ordinato a Twitter di rimettere al Dipartimento di Giustizia statunitense tutta la corrispondenza privata transitata sul social network. La consegna è stata notificata da Twitter agli utenti interessati. Tra loro c’è anche la parlamentare islandese Birgitta Jonsdottir, già collaboratrice di Assange, che però ha annunciato l’intenzione di opporsi.
”Il governo americano vuole sapere tutto sui miei tweet e su altri dati dal 1 novembre del 2009 in poi. Si rendono conto che sono un membro del Parlamento islandese?”, è stata la denuncia della Jonsdottir, che ha scaricato la sua indignazione proprio su Twitter.
Il titolo dell’editoriale di Mario Calabresi su La Stampa: “il mondo in balia di un idiota” sul reverendo Terry Jones, risponde alla logica del branco. Calabresi dice cose ragionevoli e condivisibili ma, a mio modo di vedere, quell’epiteto “idiota” sparato in prima pagina per il talebano protestante Jones risponde alla tipica logica dell’essere forte con i deboli e debole con i forti così tipica dei grandi media.
Non ricordo infatti che sulla prima pagina de La Stampa sia stato dato dell’idiota a Roberto Calderoli quando con la maglietta su Maometto provocò undici morti a Bengasi. Non ricordo che sia stato definito un idiota George Bush, che parlava con dio e in suo nome scatenava guerre.
Vige insomma un principio d’autorità per il quale non è idiota ciò che in buona fede appare idiota ma è idiota chi, una volta isolato dai più, può essere bastonato senza rischio. Un presidente diventa dittatore e un dittatore diventa presidente a seconda di chi è alleato con chi. Quando l’idiota è potente, e ce ne sarebbe una sfilza lunga tra nostrani e stranieri, ha possibilità di querelarti o danneggiare la tua carriera o semplicemente crearti qualche noia, la stampa batte i tacchi, mette i guanti bianchi e si esprime con rispetto.
Per la prima volta dall’incidente del 20 aprile, non esce più petrolio dal pozzo a 1.500 metri di profondità nel Golfo del Messico entrato in eruzione. Lo ha reso noto Kent Wells, vice presidente della Bp. Il tappo da 75 tonnellate messo a punto ha bloccato la fuga di greggio e ha resistito alle prove di pressione predisposte dai tecnici.
“Il nostro obiettivo è cambiare il mondo”, è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all’inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l’indirizzo locale segnato dal suffisso “. cn”, dichiarò: “Siamo qui in Cina per rimanerci sempre”. Ora quelle due affermazioni – cambiare il mondo, rimanere in Cina – sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorità locali, la sua avventura cinese dovrà chiudersi. Lo scontro epico che si è aperto fra la più grande potenza di Internet e la più grande nazione del pianeta, è destinato a ridefinire nei prossimi anni l’architettura globale del web, i limiti geopolitici della libertà d’informazione, e il nuovo concetto di sovranità nello spazio online.
Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l’Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l’America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l’improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.