{"id":16204,"date":"2010-01-25T12:38:54","date_gmt":"2010-01-25T11:38:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=16204"},"modified":"2010-01-25T12:38:54","modified_gmt":"2010-01-25T11:38:54","slug":"perche-il-potere-compresi-i-suoi-tirapiedi-ha-paura-del-web","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2010\/01\/25\/perche-il-potere-compresi-i-suoi-tirapiedi-ha-paura-del-web\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 il potere (compresi i suoi tirapiedi) ha paura del web"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/tecnologia\/2010\/01\/25\/news\/potere_web-2065556\/\">Federico Rampini su Repubblica<\/a><\/p>\n<blockquote><p>&#8220;Il nostro obiettivo \u00e8 cambiare il mondo&#8221;, \u00e8 uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all&#8217;inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l&#8217;indirizzo locale segnato dal suffisso &#8220;. cn&#8221;, dichiar\u00f2: &#8220;Siamo qui in Cina per rimanerci sempre&#8221;. Ora quelle due affermazioni &#8211; cambiare il mondo, rimanere in Cina &#8211; sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorit\u00e0 locali, la sua avventura cinese dovr\u00e0 chiudersi. Lo scontro epico che si \u00e8 aperto fra la pi\u00f9 grande potenza di Internet e la pi\u00f9 grande nazione del pianeta, \u00e8 destinato a ridefinire nei prossimi anni l&#8217;architettura globale del web, i limiti geopolitici della libert\u00e0 d&#8217;informazione, e il nuovo concetto di sovranit\u00e0 nello spazio online.<\/p>\n<p>Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non \u00e8 stato scritto n\u00e9 a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, n\u00e9 tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari pi\u00f9 pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l&#8217;Esercito Popolare di Liberazione centr\u00f2 in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l&#8217;America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l&#8217;improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Eppure quando Google lanci\u00f2 la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva gi\u00e0. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accett\u00f2 il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tab\u00f9, interiorizzarne i limiti alla libert\u00e0 di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorit\u00e0 locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali &#8220;normali&#8221;, separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pens\u00f2 di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del pi\u00f9 vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: &#8220;Per quanti limiti possano mettere all&#8217;attivit\u00e0 di Microsoft, l&#8217;avvento di Internet introduce nella societ\u00e0 cinese un volume d&#8217;informazioni senza precedenti. La Cina sar\u00e0 comunque migliore di prima, grazie a noi&#8221;. Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano cos\u00ec. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell&#8217;azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale &#8211; nato nell&#8217;Unione sovietica, emigr\u00f2 in America da bambino con i genitori &#8211; aveva intuito un&#8217;incompatibilit\u00e0 insolubile, tra la &#8220;natura&#8221; profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare.<\/p>\n<p>La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libert\u00e0 online \u00e8 ricca di precedenti, dall&#8217;Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco \u00e8 un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il pi\u00f9 popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle &#8220;regole della rete cinese&#8221;. Nessuno immagina che possa esistere un &#8220;Internet iraniano&#8221;. Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l&#8217;accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l&#8217;idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, \u00e8 altrettanto impensabile?<br \/>\nIn Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ci\u00f2 che a noi appare naturale, o inevitabile, cio\u00e8 che la mappatura terrestre sia fatta da un&#8217;impresa privata americana, non \u00e8 accettabile a Pechino. E&#8217; un&#8217;intrusione virtuale nella sovranit\u00e0: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, \u00e8 labile.<\/p>\n<p>Ken Auletta, autore del saggio &#8220;Googled&#8221; (il passivo del verbo &#8220;googlare&#8221;), osserva che &#8220;poche altre tecnologie &#8211; la stampa di Gutenberg, il telefono &#8211; hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla&#8221;. Ma Internet essendo nato in America, tutta l&#8217;organizzazione del world wide web ha un&#8217;impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un &#8220;sistema&#8221;: regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di &#8220;architettura aperta&#8221;, altri capiscono &#8220;egemonia americana&#8221;.<\/p>\n<p>La Grande Muraglia di Fuoco, \u00e8 il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E&#8217; il pi\u00f9 moderno e sofisticato apparato di controllo dell&#8217;informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul &#8220;collaborazionismo&#8221; di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi pi\u00f9 curiosi e dotati per l&#8217;informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all&#8217;estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonch\u00e9 di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un&#8217;ombra sulla sicurezza di tutto l&#8217;impero Google.<\/p>\n<p>L&#8217;esperto d&#8217;informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. &#8220;All&#8217;inizio degli anni Novanta ci fu un&#8217;escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realt\u00e0 al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranit\u00e0 di Pechino su rotte di comunicazione strategiche&#8221;. I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all&#8217;intervento dell&#8217;Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maest\u00e0 Elisabetta I contro l&#8217;impero spagnolo. In palio stavolta c&#8217;\u00e8 uno spazio virtuale, perfino pi\u00f9 strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l&#8217;America prenda atto della loro sovranit\u00e0 su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come &#8220;il grande egualizzatore&#8221;, si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Federico Rampini su Repubblica &#8220;Il nostro obiettivo \u00e8 cambiare il mondo&#8221;, \u00e8 uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all&#8217;inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l&#8217;indirizzo locale segnato dal suffisso &#8220;. cn&#8221;, dichiar\u00f2: &#8220;Siamo qui in Cina per rimanerci sempre&#8221;. 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