{"id":25534,"date":"2011-04-13T07:10:43","date_gmt":"2011-04-13T06:10:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=25534"},"modified":"2011-04-13T07:10:43","modified_gmt":"2011-04-13T06:10:43","slug":"un-lavoro-da-fame-la-parola-fame-va-letta-allitaliana-non-allinglese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2011\/04\/13\/un-lavoro-da-fame-la-parola-fame-va-letta-allitaliana-non-allinglese\/","title":{"rendered":"Un lavoro da fame (la parola fame va letta all&#8217;italiana non all&#8217;inglese)"},"content":{"rendered":"<blockquote><p>Memoria per la Commissione Lavoro del Senato della Repubblica in merito all\u2019audizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana disposta per il 29 marzo 2011, avente ad oggetto l\u2019indagine conoscitiva sul trattamento normativo ed economico nel settore dell\u2019editoria.<\/p>\n<p>La crisi dell\u2019editoria<br \/>\nLa crisi dell\u2019editoria in questi anni \u00e8 stata drammatica. Le continue irrefrenabili innovazioni della tecnologia hanno creato un mercato parallelo dell\u2019informazione, quello di internet e dei blog (decisamente differenti, ma nello stesso tempo spesso simili all\u2019informazione professionale), che non ha barriere nazionali, che non ha vincoli temporali, che non ha costi di produzione e di diffusione. Una concorrenza quasi \u201csleale\u201d con la carta stampata sempre gravata da costi crescenti di produzione e di diffusione. Anche la concorrenza dell\u2019emittenza radio televisiva, sia quella nazionale con l\u2019invasione del satellitare, sia quella locale, ha finito per creare problemi all\u2019editoria stampata. A sua volta, il passaggio dall\u2019analogico al digitale ha messo in gravi difficolt\u00e0 tutta l\u2019area dell\u2019emittenza radio televisiva di ambito locale, che ha sempre strutturalmente sofferto per le ridotte dimensioni dei singoli operatori, ed ha moltiplicato quasi all\u2019infinito l\u2019offerta informativa. Questo scenario sconfortante per la carta stampata, che ha interessato tutto il mondo occidentale, \u00e8 stato ulteriormente aggravato da una crisi economica mondiale di vaste proporzioni che ha investito tutti i settori produttivi e che ha avuto come prima e immediata conseguenza un drastico ridimensionamento del mercato pubblicitario, proprio quello dal quale dipendono le sorti di tutti i mezzi di comunicazione di massa.<br \/>\n<!--more--><br \/>\nLo scenario internazionale<br \/>\nIn molti in questi anni, di fronte al cumularsi di queste difficolt\u00e0, si sono esercitati a predire la fine della carta stampata. Certo \u00e8 che il quadro dell\u2019editoria nel mondo occidentale non ci ha confortati. Se volgiamo uno sguardo agli Stati Uniti, che rappresentano la realt\u00e0 industriale pi\u00f9 avanzata, possiamo osservare i deludenti dati resi noti dalla Newspaper Association of America che ha registrato un calo degli introiti pubblicitari, compresi quelli delle edizioni online, degli editori di quotidiani del 17% nel 2008 e del 27,2% nel 2009. Nel triennio 2006-2009 il fatturato pubblicitario dei quotidiani americani \u00e8 sceso da oltre 49 miliardi di dollari a poco pi\u00f9 di 27 e anche le previsioni dell\u2019anno in corso non appaiono di segno diverso. Secondo gli analisti, che pure intravedono una lenta fuoriuscita dalla crisi a fine 2012, il fatturato pubblicitario dei quotidiani americani a mala pena potrebbe arrivare ai 30 miliardi di dollari, sempre ben al di sotto dei risultati precrisi. Alla riduzione drastica della pubblicit\u00e0 si \u00e8 aggiunto il calo della diffusione, anch\u2019esso frutto della crisi generale. Sono calate le vendite di quasi tutti i giornali degli Stati Uniti come quelle dei giornali inglesi, che hanno perso tutti consistenti quote di mercato: hanno perso il 10% il Daily Telegraphe e il The Indipendent, il 16% il The Times e il The Guardian, il 6,4% il Financial Times. Tra il 2007 e il 2009 la vendita dei quotidiani negli Stati Uniti \u00e8 scesa del 30% e in Gran Bretagna del 21%. N\u00e9 migliore \u00e8 stata in questi anni la situazione negli altri Paesi europei e, ovviamente, altrettanto negativi sono stati i risultati italiani con un ridimensionamento del fatturato editoriale nei quotidiani che \u00e8 partito proprio nel 2007 con un -1,4%, passando al -4,5% nel 2008 e a un -9% nel 2009. Un andamento accompagnato da una evoluzione dei costi industriali anelastica.<\/p>\n<p>La situazione italiana<br \/>\nAnche in Italia la riduzione della pubblicit\u00e0 e delle vendite \u00e8 stata constante. Nel solo 2009 i quotidiani hanno perso il 16,4% delle entrate pubblicitarie e i periodici il 29,3%, che seguiva una perdita del 13,5% del 2008. Sul fronte delle vendite i quotidiani hanno perso nella prima parte di quest\u2019anno il 6%, una percentuale simile a quella del 2009. Identico il risultato negativo dei periodici che continuano a perdere copie e pubblicit\u00e0 dal 2007, anno in cui \u00e8 iniziata la perdita di copie con un -2%, passata nel 2008 a un -3,9% e nel 2009 a un pericoloso -9%. Le strategie editoriali spesso non si sono rivelate lungimiranti e una loro visione, limitata talvolta solo agli aspetti ragionieristici, concorre a rendere precaria la prospettiva.<\/p>\n<p>La lunga e pesante crisi, il cui tunnel ci troviamo ancora a percorrere, se da un lato ci pone l\u2019interrogativo di come uscirne, dall\u2019altro ha comportato una devastante conseguenza sul piano sociale. Le aziende editoriali di fronte a una crisi senza un orizzonte immediato di uscita hanno impostato la loro strategia sul piano del contenimento dei costi e, quindi, inesorabilmente sulla riduzione degli organici redazionali. La Federazione della Stampa ha dovuto, perci\u00f2, affrontare, parallelamente alla rinnovazione contrattuale anche il problema delle crisi aziendali, degli ammortizzatori sociali, per evitare impatti drastici e dolorosi e della salvaguardia delle strutture previdenziali e assistenziali di categoria messe a dura prova dalla crescita improvvisa ed esponenziale di giornalisti in disoccupazione, in cassa integrazione, in solidariet\u00e0 o in prepensionamento.<\/p>\n<p>Nel corso degli ultimi anni sono stati 47 i quotidiani nazionali, regionali, locali, organi di partito o editati da cooperative che hanno presentato piani di riorganizzazione finalizzati al superamento di stati di crisi, 44 le testate periodiche e 6 agenzie di stampa.<\/p>\n<p>Gli effetti della crisi hanno determinato l\u2019uscita dalle redazioni per pensionamenti anticipati, esodi incentivati e licenziamenti per cessazione di attivit\u00e0 di circa mille giornalisti. Sono 235 i giornalisti che hanno perso il posto di lavoro per la chiusura di testate o redazioni. La sola chiusura del quotidiano EPolis ha fatto perdere il posto di lavoro a 130 colleghi, ora in cassa integrazione, gravando sul costo sociale supportato dall\u2019Istituto previdenziale di categoria (Inpgi). Un peso gravoso, che rischia di appesantirsi ulteriormente a causa di altre possibili dirompenti chiusure fallimentari.<\/p>\n<p>Le nuove forme di lavoro giornalistico<br \/>\nIn questi ultimi anni abbiamo assistito ad un cambiamento sempre pi\u00f9 precipitoso dei modi di fare giornalismo e di essere giornalisti, che pu\u00f2 essere paragonato ad una vera e propria rivoluzione epocale. Sono cambiati non solo i numeri complessivi di una categoria che \u00e8 balzata dai quasi 30.000 iscritti all\u2019Ordine dei giornalisti complessivi (professionisti e pubblicisti) del 1975 ai quasi 110.000 del 2009, ma sono cambiate strutturalmente le condizioni del lavoro. Ci\u00f2 nonostante la professione \u00e8 ancora oggi regolata da una legge che risale al 1963 e che, non avendo sub\u00ecto alcuna modifica per la colpevole incapacit\u00e0 del legislatore, dimostra tutti i segni del tempo.<\/p>\n<p>Basti pensare che per la legge del \u201963 la pratica giornalistica pu\u00f2 svolgersi soltanto presso un quotidiano, o un\u2019agenzia quotidiana a diffusione nazionale o un periodico a diffusione nazionale o nel servizio pubblico radiotelevisivo. Se questa norma di legge non fosse stata interpretata in termini estensivi, tali da farvi rientrare tutti quei nuovi media che non erano inizialmente compresi, oggi avremmo uno scenario pauroso, nel quale la maggioranza di coloro che fanno informazione sarebbero esclusi dall\u2019esercizio della professione giornalistica. In questa linea interpretativa, non ci si \u00e8 limitati a considerare giornalisti soltanto coloro che avevano un rapporto di lavoro subordinato, ma si \u00e8 esteso l\u2019accesso all\u2019albo anche a tutti coloro che svolgono attivit\u00e0 giornalistica esclusiva di lavoro autonomo: il mondo tumultuoso e crescente dei freelance.<\/p>\n<p>Sicuramente 110 mila iscritti all\u2019Ordine non significano 110 mila giornalisti al lavoro, sia pure variamente impiegati.<\/p>\n<p>Se dal 1975 al 2009 il numero dei giornalisti professionisti \u00e8 poco pi\u00f9 che triplicato, mentre quello dei giornalisti pubblicisti \u00e8 quasi quintuplicato, vuol dire con tutta evidenza che si sono sostanzialmente modificati gli equilibri all\u2019interno della categoria a favore di prestazioni di lavoro pi\u00f9 flessibili ma anche pi\u00f9 friabili. Il che \u00e8 dimostrato, inoltre, dall\u2019alterazione dell\u2019equilibrio tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi. Il lavoro subordinato copriva nel mondo dell\u2019informazione quasi la totalit\u00e0 degli addetti, tanto \u00e8 vero che la legge istitutiva dell\u2019ordinamento professionale dei giornalisti aveva come anomalia e come obiettivo quello di regolare una prestazione professionale svolta integralmente in regime di lavoro subordinato. Oggi non \u00e8 pi\u00f9 cosi. Il numero dei giornalisti con rapporto di lavoro autonomo \u00e8 cresciuto e continua a crescere, si tratta non solo di pubblicisti ma anche e sempre pi\u00f9 di professionisti con le inevitabili conseguenze che tutto ci\u00f2 comporta sul quadro complessivo della professione: maggiore flessibilit\u00e0, ridotte garanzie sociali, minori livelli contributivi. Grazie ancora alla strumentazione tecnologica, il lavoro autonomo non \u00e8 pi\u00f9 marginale o aggiuntivo ma \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 concorrenziale al lavoro subordinato. Freelance non \u00e8 solo il commentatore, l\u2019analista o l\u2019opinionista, il collaboratore esperto e affidabile che svolge un\u2019attivit\u00e0 integrativa a un\u2019altra principale, ma \u00e8 anche colui che raccoglie e fornisce informazione, occupando il campo e le mansioni che erano proprie delle redazioni.<\/p>\n<p>Alcuni dati sulla popolazione giornalistica possono chiarire meglio l\u2019andamento del mercato del lavoro: i rapporti di lavoro subordinati che nel 2000 erano 13.731 sono passati nel 2009 a 18.567, mentre i rapporti di lavoro autonomo che nel 2000 erano 9.374 sono saliti a 30.170.<\/p>\n<p>Come si vede con evidenza il rapporto tra autonomi e subordinati si \u00e8 invertito e mentre quello dei giornalisti subordinati \u00e8 ormai statico con una tendenza alla diminuzione, quello dei lavoratori autonomi cresce con incrementi annui consistenti. Ma \u00e8 anche significativo il dato sulla distribuzione della popolazione giornalistica, che non \u00e8 pi\u00f9 concentrata sui tradizionali strumenti di comunicazione di massa (quotidiani, periodici e agenzie di stampa). Su una popolazione complessiva di 18.567 giornalisti con rapporto di lavoro subordinato gli addetti al settore tradizionale sono soltanto 10.968. Il restante 41% della popolazione giornalistica \u00e8 occupato nell\u2019emittenza radiotelevisiva nazionale e locale, pubblica e privata, negli uffici stampa privati o della pubblica amministrazione o in altri segmenti produttivi di informazione.<\/p>\n<p>Sempre pi\u00f9 i giornalisti lavoratori subordinati sono coloro che lavorano al desk nelle redazioni obbligati a rivedere testi provenienti dall\u2019esterno e a gestire l\u2019enorme flusso informativo che attraverso le agenzie e la rete invade quotidianamente le redazioni, mentre i freelance finiscono per essere i giornalisti che hanno un rapporto immediato e diretto con la notizia, che seguono i fatti e li raccontano: un pericoloso fenomeno di divaricazione della professione.<\/p>\n<p>Una recente ricerca di Lsdi, (Libert\u00e0 di Stampa Diritto all\u2019Informazione), ha documentato come nel 2009 poco pi\u00f9 di 4.000 iscritti alla gestione separata dell\u2019Inpgi hanno dichiarato un reddito pari a zero e come pi\u00f9 del 55% degli iscritti abbia redditi dichiarati al di sotto dei \u20ac 5.000 all\u2019anno. Si tratta di un dato terribile! Perch\u00e9 dimostra che una parte consistente della categoria \u00e8 in una situazione di sofferenza economica. Se prima il freelance era soprattutto un pubblicista che svolgeva altra attivit\u00e0 e che incrementava il suo reddito con collaborazioni e prestazioni giornalistiche, oggi \u00e8 principalmente un professionista che non ha altri redditi e vive di solo giornalismo: in buona parte al di sotto dei limiti di sussistenza.<\/p>\n<p>E\u2019 un problema enorme. Da anni chiediamo alle nostre controparti editoriali di poter regolamentare contrattualmente anche il lavoro autonomo. Abbiamo trovato sempre porte sbarrate e nessun indirizzo normativo di sostegno ed \u00e8 stata necessaria la mobilitazione di tutta la categoria per ottenere i primi risultati.<\/p>\n<p>Oggi esistono strumenti contrattuali, che non sono tuttavia sufficienti. Esiste un accordo collettivo Fieg-Fnsi che stabilisce garanzie, sia pure minime, per i lavoratori autonomi. Esiste un accordo collettivo Aeranti Corallo-Fnsi, che assicura trattamenti normativi migliori per i freelance che lavorano nell\u2019emittenza radiotelevisiva in ambito locale. Esiste un accordo collettivo Uspi-Fnsi che regolamenta in modo organico le prestazioni dei lavoratori autonomi nelle testate periodiche e che ha introdotto per la prima volta un tariffario dei compensi minimi sia per le prestazioni occasionali sia per le collaborazioni coordinate e continuative. Si tratta di primi approcci contrattuali, certo insufficienti, ancorch\u00e9 non disprezzabili.<\/p>\n<p>Sul piano previdenziale si deve ricordare che esiste una competenza esclusiva della gestione separata dell\u2019Inpgi, nella quale confluiscono i contributi di tutti i giornalisti che prestano lavoro autonomo. Di recente questa gestione \u00e8 stata modificata in modo da consentire la separazione tra i prestatori di lavoro in regime di parasubordinazione (co.co.co.) e prestatori di lavoro freelance. Questa distinzione, contrattata a lungo con la controparte editoriale, ha consentito di elevare sensibilmente la contribuzione per i collaboratori coordinati e continuativi, accollando agli editori i due terzi del costo e impegnandoli ad aprire le posizioni previdenziali.<\/p>\n<p>La Federazione segue con attenzione l\u2019evoluzione normativa sui lavoratori autonomi. In questo quadro va segnalato il confronto in corso con il Ministero del Lavoro e con l\u2019Inail per valutare l\u2019estensibilit\u00e0 dell\u2019obbligo dell\u2019assicurazione infortuni anche ai lavoratori parasubordinati, e quindi ai giornalisti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa.<\/p>\n<p>Ma, occorre una legge sui compensi minimi, che scoraggi forme di rapporto di lavoro anomalo, elusioni dell\u2019obbligo di contrattazione per lavoro dipendente e compensi da fame, indecorosi per prestazioni professionali. La contrattazione tra le parti risulta impervia. Sono necessari supporti legislativi e chiare norme per fare superare lavoro nero e precariato. Riteniamo di dover richiamare l\u2019attenzione del legislatore sull\u2019opportunit\u00e0 di prendere atto di questa nuova realt\u00e0 del mondo del lavoro che non riguarda soltanto i giornalisti, sulla necessit\u00e0 di riportare in testi legislativi nazionali e comunitari le osservazioni dell\u2019 ILO (Organizzazione Internazionale Onu per il Lavoro) sulla opportunit\u00e0 che la questione del precariato sia affrontata anche nell\u2019ambito della tutela dei diritti umani e di una dichiarazione universale di diritti e dignit\u00e0<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Memoria per la Commissione Lavoro del Senato della Repubblica in merito all\u2019audizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana disposta per il 29 marzo 2011, avente ad oggetto l\u2019indagine conoscitiva sul trattamento normativo ed economico nel settore dell\u2019editoria. La crisi dell\u2019editoria La crisi dell\u2019editoria in questi anni \u00e8 stata drammatica. 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