{"id":25536,"date":"2011-04-13T14:11:35","date_gmt":"2011-04-13T13:11:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=25536"},"modified":"2011-04-13T14:11:35","modified_gmt":"2011-04-13T13:11:35","slug":"huffington-post-denunciato-dai-blogger","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2011\/04\/13\/huffington-post-denunciato-dai-blogger\/","title":{"rendered":"Huffington Post denunciato dai blogger"},"content":{"rendered":"<p>E se gli sfruttati dell&#8217;informazione in Italia facessero saltare il banco denunciando i loro aguzzini ?<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/blog.ilmanifesto.it\/laretenelcappio\/2011\/04\/13\/lhuffington-post-denunciato-dai-blogger\/\">Via Il Manifesto<\/a><\/p>\n<blockquote><p>Una class action contro il sito Huffington Post perh\u00e9 sfrutta commercialmente i contributi grauiti di molti blogger. Secondo lo studio legale che ha presentato la class action il sito fondato da Arianna Huffington deve pagare una quota rilevante della somma (105 milioni di dollari) ricevuta con la vendita a Aol (305 milioni di dolalri) perch\u00e9 il suo valore commerciale era dovuto appunto ai contributi dei volontari che scrivevano gratuitamente sul sito. Immediata la reazione dei legali di Arianna Huffington: \u00abi blogger hanno sempre usato gratuitamente la nostra piattaforma. Il valore del sito \u00e8 dovuto per\u00f2 all\u2019inziativa giornalistica di chi vi lavorava, a partire proprio da Arianna Huffington\u00bb.<\/p>\n<p>La class action \u00e8 stata organizzata da Jonathan Tasini, il giornalista, scrittore e sindacalista che per molto tempo ha collaborato con l\u2019Huffington Post, perch\u00e9 lo riteneva uno giornale on line che faceva leva proprio sulla condivisione e il lavoro collettivo di molte persone interessate a fornire informazioni su argomenti che non trovavano spazio sulla stampa \u00abnormale\u00bb. Ma quando il sito \u00e8 stato acquistato da Aol, Tasini ha subito cominciato un tam-tam in Rete per sostenere la tesi che il valore del sito era dovuto proprio a quel lavoro volontario. Da qui la richiesta di cedere una parte del ricavato della vendita a chi vi ha collaborato gratuitamente. Argomenti che hanno incontrato un diffuso consenso proprio nella cosiddetta blogsfera.<br \/>\n<!--more--><br \/>\nTasini non \u00e8 nuovo a inizitive di questo tipo. Candidato democratico, considerato uno dei pi\u00f9 significativi esponenti della sinistra del partito (in un articolo di The nation \u00e8 stato giudicato come  uno dei pi\u00f9 coraggiosi e radical attivisti del partito democratico,  nel 2001 ha portato in tribunale, vincendo il processo, il New York Times perch\u00e9 voleva vedere riconosciuto il copyright di alcuni articoli scritti da molti freelance per il giornale statunitense. In questo caso, l\u2019attivista, che ha contribuito con 250 post al successo dell\u2019Hffington Post, sostiene che le novemila persone che hanno contribuito gratuitamente al sito devo vedere riconosciuto il loro lavoro, visto i profitti che la fondatrice ha ricavato da quel lavoro.<\/p>\n<p>La vendita dell\u2019Huffington Post ha fatto molto scalpore, perch\u00e9 era la prima volta che una della major della rete, American on line, considerava economicamente rilevante l\u2019acquisizione un sito giornalistico on-line, noto per la dichiarata indipendenza dai media mainstream e per il giornalismo investigativo su argometi controversi. Quasi a testimoniare che ci\u00f2 che conta sempre pi\u00f9 in Rete non \u00e8 la potenza di calcolo o la infrastruttura tecnologica, bens\u00ec i contenuti.\n<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E se gli sfruttati dell&#8217;informazione in Italia facessero saltare il banco denunciando i loro aguzzini ? 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