{"id":34537,"date":"2018-09-13T14:03:59","date_gmt":"2018-09-13T12:03:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=34537"},"modified":"2018-09-13T14:03:59","modified_gmt":"2018-09-13T12:03:59","slug":"una-brutta-riforma-del-copyright-in-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2018\/09\/13\/una-brutta-riforma-del-copyright-in-europa\/","title":{"rendered":"Una brutta riforma del copyright in Europa"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.wired.it\/internet\/regole\/2018\/09\/12\/approvazione-riforma-copyright-non-buona-notizia\/\">Via Wired<\/a><\/p>\n<blockquote><p>Purtroppo hanno prevalso le visioni pi\u00f9 conservatrici, pi\u00f9 orientate ad ascoltare le richieste di editori e produttori discografici e cinematografici che non quelle della societ\u00e0 civile, del mondo accademico e di realt\u00e0 importanti come Wikipedia.<\/p>\n<p>Cosa non va in questa riforma<br \/>\nLa riforma vuole regolare due problemi in particolare: il controllo sulla circolazione delle informazioni online e quello sul caricamento di contenuti coperti da copyright senza autorizzazione. Il problema esiste ma in questo caso la toppa \u00e8 peggio del buco.<\/p>\n<p>L\u2019art. 11, conosciuto come link tax, \u00e8 stato venduto dai quotidiani come l\u2019unico mezzo per permettere agli editori di riottenere quegli introiti persi con l\u2019avvento di internet a vantaggio dei grandi player della Silicon Valley. Gli editori lamentano che Google e Facebook incassano anche dal fatto che sul web gli utenti pubblicano link alle notizie dei giornali (sia chiaro: link, non i testi degli articoli, che \u00e8 gi\u00e0 illegale) e questo rende Facebook un bel posto, dove gli utenti spendono pi\u00f9 tempo con conseguente aumento degli introiti.<\/p>\n<p>Bench\u00e9 il racconto di Davide contro Golia faccia sempre breccia, qui il racconto \u00e8 falsato e potrebbe avere un finale inaspettato. E a dirlo sono anche i piccoli editori e gli editori online puri che vivono di condivisione di link, di comunit\u00e0 di lettori nate online. Questa norma \u00e8 una scommessa che parte dal presupposto che poich\u00e9 i giganti del web hanno i soldi, pagheranno sicuramente. Ma se Facebook e Google (News) non pagano, come gi\u00e0 successo in alcuni paesi europei, circoleranno meno notizie perch\u00e9 mancheranno le \u201cedicole virtuali\u201d. La conseguenza diretta sar\u00e0 minor traffico e meno introiti per quegli editori che tanto hanno voluto questa norma invece di trovare soluzioni vere per un nuovo giornalismo online e di carta.<\/p>\n<p>L\u2019art. 13, ribattezzato dagli attivisti per i diritti online censorship machine, impone alle piattaforme di mettere un filtro quando si caricano i contenuti online, come su YouTube. Finora era il produttore o l\u2019artista che dovevano segnalare se un loro video era online senza consenso. Si vuole con questa norma di fatto invertire l\u2019onere di trovare e rimuovere questi video. In questo caso le richieste sono pi\u00f9 comprensibili visto che ogni ora sono caricati milioni di ore di video online nel mondo.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Via Wired Purtroppo hanno prevalso le visioni pi\u00f9 conservatrici, pi\u00f9 orientate ad ascoltare le richieste di editori e produttori discografici e cinematografici che non quelle della societ\u00e0 civile, del mondo accademico e di realt\u00e0 importanti come Wikipedia. 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