{"id":8470,"date":"2009-02-09T17:29:07","date_gmt":"2009-02-09T16:29:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=8470"},"modified":"2009-02-10T02:39:10","modified_gmt":"2009-02-10T01:39:10","slug":"quotidiani-no-profit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2009\/02\/09\/quotidiani-no-profit\/","title":{"rendered":"Quotidiani no-profit?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.lastampa.it\/_web\/CMSTP\/tmplRubriche\/Torino\/digito\/grubrica.asp?ID_blog=179&amp;ID_articolo=646&amp;ID_sezione=368&amp;sezione=Municipio%20-%20Le%20testimonianze\">Via LSDI<\/a><\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" title=\"newyorker\" src=\"http:\/\/www.lsdi.it\/wp-content\/newyorker.jpg\" alt=\"\" width=\"231\" height=\"299\" \/>Apparentemente, nel prossimo futuro vi saranno due tipologie di quotidiani no-profit: quelli che lo sono per scelta, e quelli che lo sono per forza. Da quando nel 2005 ho lasciato il <em>Washington  Post<\/em> \u2013 dopo 25 anni in cui ho fatto anche parte del management \u2013 e, in particolar modo, da quando mi sono accostato al mondo del no-profit attraverso la New America Foundation e ho iniziato ad imparare gli aspetti manageriali e di raccolta fondi presso le organizzazioni no-profit, ho coltivato questa idea: il <em>Post <\/em>avrebbe potuto mantenere la vitalit\u00e0 necessaria a svolgere con successo il proprio ruolo di cane da guardia sul sistema costituzionale americano solo trasformandosi in un Fondazione no-profit e raccogliendo donazioni a supporto della redazione, come avviene per le universit\u00e0. Ora David Swensen, responsabile degli investimenti a Yale, e Michael Schmidt, analista finanziario, hanno avanzato una <a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/2009\/01\/28\/opinion\/28swensen.html?_r=1\">proposta simile<\/a>.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>La  loro logica \u00e8 la stessa che mi ha spinto verso questa idea.  Quando qualche anno fa ho lasciato la redazione del <em>Post<\/em>, il costo totale delle operazioni di raccolta delle informazioni \u2013 stipendi, benefits e altre spese \u2013 era nell\u2019ordine dei 120 milioni di dollari, una cifra modesta rispetto a quella del <em>Times<\/em>, che Swenson e Schmidt fissano sui 200 milioni. Ma era comunque pi\u00f9 che sufficiente per mantenere un robusto staff investigativo costituito da pi\u00f9 di una dozzina di reporter, redattori e ricercatori, e per supportare reportage ricchi e dettagliati su questioni di politica locale, nazionale ed estera. Avevamo circa trenta corrispondenti esteri in una ventina di uffici oltre ad ulteriori redattori a contratto all\u2019estero.\u00c8 stato molto doloroso vedere quotidiani come il <em>Washington Post <\/em>dare la buonuscita a dozzine di giornalisti talentuosi all\u2019acme della loro professionalit\u00e0 mentre all\u2019estero chiudevano gli uffici, cos\u00ec come intere sezioni del giornale.<\/p>\n<p>Non per prendersela con ogni istituzione, ma come siamo finiti in una societ\u00e0 in cui una struttura universitaria come il Williams College raccoglie (o raccoglieva, prima di settembre) donazioni che superano largamente il miliardo di dollari, mentre l\u2019esistenza del <em>Washington Post<\/em>, la fonte del Watergate e di molte altre inchieste di giornalismo investigativo cruciali per lo stato di salute della repubblica, \u00e8 a rischio?<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Via LSDI Apparentemente, nel prossimo futuro vi saranno due tipologie di quotidiani no-profit: quelli che lo sono per scelta, e quelli che lo sono per forza. 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