{"id":9306,"date":"2009-03-18T19:12:53","date_gmt":"2009-03-18T18:12:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=9306"},"modified":"2009-03-19T16:28:53","modified_gmt":"2009-03-19T15:28:53","slug":"paure-e-speranze-nel-futuro-delle-news","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2009\/03\/18\/paure-e-speranze-nel-futuro-delle-news\/","title":{"rendered":"Paure e speranze nel futuro delle news"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/bernyblog.wordpress.com\/\">Bernardo Parrella<\/a> su <a href=\"http:\/\/www.apogeonline.com\">Apogeonline<\/a><\/p>\n<blockquote><p>\nSull\u2019onda di una super-crisi economica stavolta originata dall\u2019interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicit\u00e0 e valori borsistici. Oltre alla dichiarazione di bancarotta per Tribune Co., che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c\u2019\u00e8 il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. N\u00e9 se la passano meglio i quotidiani minori, con il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti e il San Francisco Chronicle in rosso per 50 milioni di dollari nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all\u2019asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto l\u2019indipendente Rocky Mountain News, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<\/p>\n<p>Tendenza confermata dal fresco The State of the News Media 2009, sesto rapporto annuale sullo stato dell\u2019informazione americana, il cui sommario si apre con \u00abalcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi \u00e8 stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un\u2019annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si \u00e8 avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l\u2019intero pailinsesto\u00bb.<\/p>\n<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perch\u00e9 in realt\u00e0 la gente continua ad aver fame d\u2019informazione confezionata professionalmente e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico consuma notizie in modi nuovi, soprattutto online, dunque l\u2019industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto \u00e8 semmai che il settore non ha fatto granch\u00e9 per (imparare al meglio come) convertire quest\u2019interesse pi\u00f9 attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potr\u00e0 avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialit\u00e0 del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di l\u00e0 dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.<\/p>\n<p>Prima con l\u2019avvio sperimentale della versione \u201cExtra\u201d della propria homepage, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una variet\u00e0 di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, pu\u00f2 saltare al volo su Blogrunner, news aggregator che fornisce la tecnologia per l\u2019iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco The Local, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull\u2019ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la scuola di giornalismo di Jeff Jarvis.<\/p>\n<p>In quest\u2019ambito va segnalata la battaglia per occupare lo spazio dell\u2019iperlocale nelle metropoli della East Coast, in primis proprio nell\u2019affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di Patch, progetto in cui \u00e8 coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci \u201crubati\u201d alle grandi testate dalla valanga delle Craigslist localizzate. Perch\u00e9 \u00e8 chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti cos\u00ec ristretti non sono certo molti.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un\u2019altra testata storica, il Seattle Post-Intelligencer della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell\u2019intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com\u2019\u00e8 capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l\u2019online offre qualche soluzione. Tant\u2019\u00e8 che anche quest\u2019ultimo s\u2019appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a InDenver Times &#8211; purch\u00e9 entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.<\/p>\n<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l\u2019obolo obbligatorio, ma anche in virt\u00f9 del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un\u2019informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l\u2019opportunit\u00e0 di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a pi\u00f9 levelli. Proprio come ribadiva un recente intervento di Jay Rosen: \u00abSistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entit\u00e0 separate ma altamente interattive l\u2019una con l\u2019altra nel mercato dell\u2019informazione\u00bb.<\/p>\n<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell\u2019editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla met\u00e0 degli anni \u201990 il boom di Internet ha stravolto tutto: \u00abIl mondo dei media odierno \u00e8 ben pi\u00f9 vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai pi\u00f9 vicino all\u2019ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down\u00bb.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 vero anche in campi come l\u2019informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anzich\u00e9 versare lacrime di coccodrillo per l\u2019attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che \u00abil vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi\u00bb. E mentre il web non potr\u00e0 mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un\u2019iniziativa come New Assignment non ha pi\u00f9 molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben pi\u00f9 che del parassitismo di un settore sull\u2019altro, dovremo aspettarci \u00abpi\u00f9 contenuti, non meno: pi\u00f9 informazione, analisi, precisione, un\u2019ampia gamma di nicchie emergenti\u00bb.<\/p>\n<p>Clay Shirky spiega che la crisi economica dei giornali deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor pi\u00f9 che il \u00abbusiness dei media \u00e8 stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libert\u00e0. Non siamo pi\u00f9 lettori, n\u00e9 ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti\u00bb. Di conseguenza, quel che conta \u00e8 pensare a modalit\u00e0 innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. \u00abDovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; pi\u00f9 tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest\u2019ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo\u00bb. Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, insiste ancora Shirky, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che \u00abil vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo\u00bb.<\/p>\n<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell\u2019altro, nulla di buono potr\u00e0 uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo \u00e8 poco, ma sicuro.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bernardo Parrella su Apogeonline Sull\u2019onda di una super-crisi economica stavolta originata dall\u2019interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicit\u00e0 e valori borsistici. 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