{"id":9310,"date":"2009-03-18T22:46:12","date_gmt":"2009-03-18T21:46:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pasteris.it\/blog\/?p=9310"},"modified":"2009-03-18T22:50:21","modified_gmt":"2009-03-18T21:50:21","slug":"9310","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pasteris.it\/blog\/2009\/03\/18\/9310\/","title":{"rendered":"Sulla lapide dei giornali"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/finanza.repubblica.it\/News_Dettaglio.aspx?del=20090318&amp;fonte=RPB&amp;codnews=207827\">Enrico Franceschini su Repubblica<\/a><\/p>\n<blockquote><p>Il necrologio \u00e8 sormontato da due date: 1764-2009. &#8220;Dopo una lunga battaglia con pubblicit\u00e0 in declino, et\u00e0 anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di Internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili, ambizioni esagerate e crisi di nervi, l&#8217;industria dei giornali \u00e8 passata a miglior vita&#8221;, annuncia il testo. Humour nero, specie se stampato su un giornale: il Financial Times, che ieri ha aperto a questo modo un&#8217;inchiesta sulla crisi dell&#8217;informazione quotidiana. Dal New York Times alle gazzette di provincia, la carta stampata \u00e8 in declino: alla sua crisi strutturale, provocata dall&#8217;avvento del web, si \u00e8 aggiunta la mazzata della crisi ciclica, la peggiore recessione economica a memoria d&#8217;uomo. Negli Stati Uniti, grandi giornali vanno in bancarotta uno dopo l&#8217;altro; ovunque, tutti perdono copie e profitti, e cercano di sopravvivere riducendo le spese.<\/p>\n<p>Eppure la stampa quotidiana non ha mai avuto tanti lettori come oggi: grazie alle edizioni online, che tuttavia nella maggior parte dei casi sono gratuite e generano entrate pubblicitarie ancora troppo basse. &#8220;Dacci oggi il nostro giornale quotidiano&#8221;, continuano a dire i cittadini del mondo, per\u00f2 si sono abituati a leggerlo sullo schermo di un computer o di un telefonino, senza sborsare un soldo.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio vero che il quotidiano \u00e8 morto, come suggerisce l&#8217;articolo del Financial Times (2,5 per cento di copie in meno, rispetto a un anno fa)? Il New York Times ha venduto la nuova sede, disegnata da Renzo Piano, per pagare i debiti; il Philadelphia Enquirer, 180 anni di vita, \u00e8 fallito; il San Francisco Chronicle \u00e8 sull&#8217;orlo della chiusura; il Los Angeles Times ha ridotto i giornalisti da 1.300 a 700. E nel vecchio continente la musica non \u00e8 diversa. Il paradosso, osserva Timothy Egan, esperto di media dell&#8217;Herald Tribune (l&#8217;edizione internazionale del New York Times), \u00e8 che la crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo pi\u00f9 velocemente che mai.<\/p>\n<p>I siti dei quotidiani americani hanno attirato nell&#8217;ultimo trimestre del 2008 pi\u00f9 di 66 milioni di visitatori, un record e un aumento del 12 per cento sull&#8217;anno precedente. Il 40 per cento di coloro che navigano su Internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza \u00e8 simile. &#8220;\u00c8 in crisi il formato dei quotidiani, non la sostanza&#8221;, avverte Egan.<br \/>\n&#8220;Occorre solo aspettare che emerga un nuovo modello&#8221;.<br \/>\nPurch\u00e9 non si debba attendere troppo. Due economisti di Yale, David Swensen e Michael Schmidt, osservano che la libert\u00e0 di informazione \u00e8 un bene troppo importante per lasciarlo alla merc\u00e9 del mercato: perci\u00f2 propongono che siano filantropi illuminati a salvare i giornali.<\/p>\n<p>Il Nieman Journalism Lab di Harvard ha calcolato quanto ci vorrebbe, soltanto per i quotidiani americani: 114 miliardi di dollari. Un po&#8217; tanto, anche per i filantropi, e non tutti i giornalisti si fiderebbero di avere poi mano libera. In Francia, di questo si fa parzialmente carico lo Stato, che ha iniettato 600 milioni di euro in tre anni nella carta stampata, raddoppiando la pubblicit\u00e0 messa sui giornali. Ma non tutti gli Stati sarebbero disposti a farlo, e non \u00e8 detto che basti. Una diversa proposta viene da Walter Isaacson, ex-direttore del settimanale Time, il quale dice che continuare a dare gratis informazioni agli utenti, su Internet, \u00e8 una scelta suicida per i giornali.<br \/>\nUna soluzione \u00e8 offrire abbonamenti digitali, come fanno in tanti, ma i guadagni cos\u00ec ottenuti sono stati finora modesti. Isaacson pensa a un altro sistema: un metodo di &#8220;micropagamenti&#8221;, di semplice uso, per permettere di scaricare sull&#8217;esempio di iTunes non l&#8217;intero giornale ma anche un solo articolo. &#8220;Viviamo in un mondo in cui qualunque adolescente non ci pensa due volte a pagare per inviare un messaggino&#8221;, ragiona l&#8217;ex-direttore di Time, &#8220;non dovrebbe essere tecnologicamente e psicologicamente impossibile convincere la gente a pagare 10 centesimi per ricevere informazioni&#8221;.<\/p>\n<p>Nella fase di transizione che stiamo vivendo tra vecchio e nuovo (qualunque sar\u00e0) modello di giornale, Isaacson prevede che alcuni quotidiani abbandoneranno del tutto la carta, passando in blocco al digitale, altri usciranno in edicola solo il sabato o la domenica, come ha fatto il Christian Science Monitor di Boston, altri ancora tenteranno semplicemente di contenere i costi. Ma su questo punto la discussione si infervora. &#8220;Non si produce buon giornalismo a basso prezzo&#8221;, s&#8217;arrabbia Bill Keller, premio Pulitzer e direttore del New York Times, &#8220;non troverete tanti blogger che vanno per proprio conto ad aprire un ufficio di corrispondenza a Bagdad&#8221;. Non tutti i media, ovviamente, hanno e continueranno ad avere i mezzi per mantenere uffici di corrispondenza in mezzo mondo, e pi\u00f9 in generale per spendere i soldi necessari a dare un&#8217;informazione ricca e approfondita.<br \/>\n&#8220;Ma se diminuisci il valore del tuo prodotto, diminuisci le tue possibilit\u00e0 di avere successo, nel giornalismo online come in quello cartaceo&#8221;, ammonisce John Morton, un altro analista di media. &#8220;Nel lungo termine, questo danneggia il brand di un giornale, che \u00e8 la cosa pi\u00f9 importante che un giornale ha. \u00c8 un circolo vizioso: i giornali soffrono per calo delle copie e della pubblicit\u00e0, rispondono offrendo ai lettori un giornale pi\u00f9 povero per tagliare i costi e cercare di mantenere margini di profitto irrealistici, e in tal modo accelerano il processo di declino. \u00c8 una strategia di graduale chiusura&#8221;.<\/p>\n<p>Qualcosa d&#8217;altra parte bisogna pur fare, quando calano copie e pubblicit\u00e0, e nessuno nega che ci siano aree dove \u00e8 possibile, anzi necessario, tagliare i costi. Una \u00e8 la necessit\u00e0 di ridurre il debito accumulato, un debito che si porta via ogni anno un&#8217;ingente quota di ricavi.<br \/>\nUno studio dell&#8217;agenzia Moody ha scoperto che il debito della Gannett, catena di decine di giornali americani, \u00e8 quattro volte superiore ai guadagni, prima di interessi, tasse, deprezzamento e ammortizzazione. Quello della Tribune, un&#8217;altra catena, \u00e8 dodici volte pi\u00f9 alto. Le cure variano e alcune sono forse ancora da scoprire, ma si potrebbe concludere, parafrasando Mark Twain, che le notizie sulla morte dei quotidiani sono esageratamente premature.<\/p>\n<p>&#8220;Per me i giornali&#8221;, afferma Timothy Egan, il columnist dell&#8217;Herald Tribune, &#8220;restano il migliore diario quotidiano per informare e interpretare la realt\u00e0 che ci circonda, uno strumento che sar\u00e0 sempre pi\u00f9 necessario in un mondo in cui l&#8217;economia della conoscenza diventa sempre pi\u00f9 importante per decidere chi guadagna e chi ha il potere nel mondo&#8221;. Perci\u00f2, a suo parere, rimane valida la massima di Thomas Jefferson: &#8220;Se spettasse a me decidere tra avere un governo senza giornali e giornali senza un governo, non esiterei un secondo a preferire la seconda opzione&#8221;.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Enrico Franceschini su Repubblica Il necrologio \u00e8 sormontato da due date: 1764-2009. &#8220;Dopo una lunga battaglia con pubblicit\u00e0 in declino, et\u00e0 anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di Internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili, ambizioni esagerate e crisi di nervi, l&#8217;industria dei giornali \u00e8 passata a miglior vita&#8221;, annuncia il testo. 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