Emilio Fede secondo Filippo Facci

Di   22 Ottobre 2008
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Via Macchianera

Emilio Fede non mi fa più ridere. Da anni. Non me ne frega niente che sia un sagoma, un personaggio, un elemento imprescindibile del paesaggio: non è imprescindibile, e il paesaggio ormai fa schifo.

Un quotidiano come Libero non l’attaccherà mai, figurarsi il Foglio, figurarsi al Giornale: direbbero subito che qualcuno vuol soffiargli il posto. Lo direbbe lui, anzitutto. Telefonerebbe a tutti. Neppure il Corriere o La Stampa o altri giornali ormai sprecheranno una parola contro di lui: tempo perso, e poi sia chiaro: ci vuole rispetto, cioè dico, Fede è stato un grande giornalista, quarantacinque anni fa fu inviato in Africa, nel 1976 ha condotto il Tg1.

Neanch’io, un paria, potrei scrivere di Fede: perchè lavoro a Mediaset, dove a loro volta di Fede non ne possono più da anni, ma non possono farci niente. Resistono. Tengono duro. Ora Fede telefonerà a tutti.

Anni fa. dopo che avevo criticato durissimamente Maurizio Costanzo, i vertici di Mediaset mi dissero che se non l’avessi piantata mi avrebbero licenziato: gli opposi l’articolo 21 della Costituzione (Costanzo è un pezzo di storia della Tv, prima che un dipendente aziendale) ma per educazione smisi comunque. Con Fede è diverso, non c’è mica da farne una campagna o da scriverne oltre. Ho già finito, non c’è altro da dire. L’altro giorno Fede ha detto che Roberto Saviano «si propone molto», incassa «tanti bei soldini», e, di come si vive da scortato, beh,  «io potrei raccontarglielo meglio». E che fai? Niente. Ti vergogni.

Per lui e per un Paese. Per un telegiornale sacrificato al climaterio di un uomo solo. Per un’intera redazione abbruttita dai capricci di un direttore che cambia segretarie e giornaliste come cravatte, dove professionisti validissimi hanno dovuto andarsene o cavarsela in qualche modo.