Il digitale terrestre all’italiana

Di   25 Ottobre 2009
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Via Camminando Scalzi

Il digitale terrestre (DDT) arriva finalmente anche nel nostro paese. Decantata come una tecnologia innovativa negli spot, presentata nel 2003 dal ministro Gasparri come “paradiso digitale terrestre”, è in realtà una tecnologia vecchia, le cui sperimentazioni risalgono addirittura ai primi anni ’70. Già verso la fine degli anni ’90, paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Finlandia, Svezia e Svizzera hanno effettuato il passaggio globale a questa tecnologia. L’Italia come suo solito arriva in mostruoso ritardo: proviamo a ripercorrere le tappe di questo storico passaggio, e a capire cosa comporterà per il futuro della fruizione televisiva.


La storia del passaggio dal sistema analogico a quello digitale terrestre in Italia è stata lunga e travagliata. Dagli anni Ottanta, più del 90% degli introiti pubblicitari sono in mano alla Rai e alla Mediaset. Le istituzioni sollecitano l’apertura del mercato televisivo ma è dal 2001, con l’elezione a presidente del Consiglio del proprietario di quest’ultima, Silvio Berlusconi, che la questione diventa spinosa. Nel luglio dell’anno successivo il presidente della Repubblica Ciampi invia un messaggio alle camere nel quale richiama l’attenzione sull’importanza, per il corretto funzionamento di una democrazia, del cosiddetto “pluralismo” dell’informazione, cioè della necessità che tutti i punti di vista, politici e non, siano adeguatamente rappresentati nei mezzi di comunicazione: evidente riferimento al mercato italiano, nel quale tre reti sono di proprietà del presidente del Consiglio e le altre tre sono l’emanazione di uno stato del quale è capo del governo. Si tenta di riequilibrare almeno in parte la situazione quando nel novembre dell’anno successivo la Corte Costituzionale fissa un limite: entro il 31 dicembre 2003 una rete Mediaset (Rete 4) si sarebbe dovuta spostare sul satellite per far posto ad Europa Sette. Ma prima della scadenza vengono approvati la riforma Gasparri, non controfirmata da Ciampi e, alla vigilia di Natale, il cosiddetto “decreto salva Retequattro”: si permette a Rete4 di continuare a trasmettere fino al 30 aprile successivo, quando l’Authority delle comunicazioni (AGCOM) avrebbe presentato il risultato di uno studio sulla diffusione sul territorio nazionale dei decoder digitali terrestri. La diffusione è considerata sufficiente, salvando così la terza rete Mediaset.

Qualcuno si è chiesto in che modo quella diffusione è stata raggiunta? In teoria, dopo tutti i ritardi del passato, non c’era fretta di passare al digitale terrestre proprio in quel periodo: solo nel 2005 l’Unione Europea ha legiferato in proposito, rendendo obbligatorio il passaggio in tutta Europa entro il 2012. Ma la volontà da parte del governo di salvare Rete4 spinge a stanziare 210 milioni di euro per l’acquisto dei decoder (molti dei quali vengono distribuiti da una società, la Solari.com Srl, controllata dal fratello del premier, Paolo Berlusconi), permettendo così di raggiungere la soglia minima prevista per il superamento dello studio dell’authority. Ovviamente questo mette in allarme l’Antitrust dell’UE che apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver fornito aiuti di stato, violando il principio di libera concorrenza. Per giustificare questa improvvisa fretta, viene posta come data di passaggio al DDT in Italia il 2006… Data questa che viene più volte rimandata – ovviamente, essendo un obiettivo impossibile da raggiungere – fino ad arrivare ad oggi.