Le cronache cinesi di VB

Di   22 Luglio 2010
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Vittorio Bertola è partito per un viaggio di lavoro – piacere in Cina e sta raccontando il suo viaggio attraverso una serie di post sul suo blog.

Una lettura work in progress da non perdere di cui riportiamo degli estratti

Sì, in Cina Facebook è filtrato, e anche Twitter (sono ammessi solo omologhi cinesi autorizzati dal governo). Ho provato a collegarmi facendo ponte sul mio server, in modalità solo testo, ma Facebook non la supporta… Temo che per un po’ potrete seguirmi solo qui sul blog: le folle sono avvisate.

In teoria ero preparato, essendo già stato due anni fa per quattro giorni a Tokyo d’agosto; dunque avevo già presente la mostruosità del clima asiatico di questo periodo, con un caldo nominalmente nemmeno esagerato ma accumulato da un’umidità mostruosa, che ti si appiccica addosso e ti stringe e ti soffoca lentamente. Farsi la doccia è inutile, perché ridiventi appiccicoso prima ancora di ridiventare asciutto; lavare i vestiti è impossibile, perché non asciugano; l’unico rimedio è quello adottato dai locali, cioè dotare qualsiasi luogo chiuso di un condizionatore – qui ce l’hanno anche le topaie nei bassifondi, lo si compra prima ancora del televisore e dell’automobile – e spararlo a sedici gradi.

Qui lo stravolgimento continuo è palpabile: quel che vedi oggi, domani potrebbe non esistere più. Ovunque ci sono isolati transennati, abbattuti, pronti a diventare nuovi grattacieli. Ovunque ci sono moltitudini di cinesi che corrono, lietamente presi nell’ingranaggio del capitalismo comunista, protagonisti dell’epoca d’oro della Shanghai da bere.

E’ che qui esistono chiaramente due economie: una per i ricchi e una per i poveri. Ma attenzione, nel resto del mondo (ad esempio in Africa, nel resto dell’Asia e, anche se meno, pure in Sud America) i ricchi sono per la maggior parte gli occidentali spediti in trasferta dalle multinazionali o venuti per turismo, completati da una parte minoritaria di ricchi del posto. Qui, invece, l’economia per ricchi è principalmente per locali; gli stranieri sono accolti con cortesia e interesse, ma non rappresentano (più) l’elemento vitale che fa girare l’economia del lusso e da essa, a cascata, l’economia locale.

uando si parla di Cina, l’occidentale pensa già di sapere tutto. Tipicamente non ci è mai stato né ci andrà mai, ma affronta la Cina con la spavalderia dell’ex colonialista – quello che interpreta il mondo sempre per similitudine con l’Europa – associata a un insieme di luoghi comuni derivanti un po’ dall’osservazione delle nostre Chinatown (che è come dire che l’Italia è tutta come Little Italy a New York, con i palazzi dipinti di bianco rosso e verde e con una economia interamente basata su ristoranti con gigantografie del Vesuvio sullo sfondo) e un po’ dai reportage dei nostri media, notoriamente affidabili e privi di sensazionalismi e secondi fini.