La vittoria di Donald Trump, la sconfitta di giornalismo e informazione

Di   14 Novembre 2016
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simson-foxDonald Trump ha vinto le elezioni americane superando nettamente Hillary Clinton data da tutti i media americani e italiani favorita o meglio vincitrice sperata. Nessuno, o pochissimi, avevano interpretato i segnali che arrivavano dagli statunitensi, dalla gente, dagli elettori. I sondaggisti hanno sbagliato i conti non avendo la capacità scientifica di capire come stavano le cose, misurando male o sottostimando i fenomeni.

I media, i giornalisti, l’informazione escono demoliti dalla notte elettorale americana dimostrando di essere esogeni al mondo reale. Sempre più lontani dal loro mestiere vero, quello di raccontare le cose e i fenomeni che li circondano, dedicandosi a raccontare le cose che vorrebbero che si avverassero, quasi a fare un giornalismo educativo o propagandistico, autoreferente.

Un’informazione che non si mischia con il reale di tutti i giorni, lontano dalle persone che si alzano ogni mattina per andare al lavoro o per trovare diperatamente un lavoro. I giornalisti lamentano la crisi del loro sistema, ma non vogliono accorgersi che quasi tutti vivono fra giornalisti, si incontrano fra giornalisti o presunti pari, pontificano in televisione con altri giornalisti e non vanno a sporcarsi le scarpe per camminare nelle periferie dove le cose non sono così rutilanti come pensano e in cui la gente deve ragionare con la pancia e con le difficoltà di portare a a casa pranzo e cena.

Si è persa la radice originale della stampa libera che non deve condizionare la realtà, ma raccontarla senza manipolazioni. come scrive dopo le elezioni il NYT: “I mezzi di informazione non sono riusciti a rappresentare uno scenario politico basato sulla realtà, , non sono riusciti a svolgere la loro funzione fondamentale“.

I primi a fare un evidente mea culpa dopo le elezioni sono stati appunto quelli del New York Times, aperti sostenitori della Clinton:

John King of CNN proclaimed to his huge election night audience that during the previous couple of weeks, “We were not having a reality-based conversation” given the map he had before him, showing Mr. Trump with a clear opportunity to reach the White House. That was an extraordinary admission; if the news media failed to present a reality-based political scenario, then it failed in performing its most fundamental function.

The unexpected turn in the election tallies immediately raised questions about the value of modern polling: Can it accurately capture public opinion when so many people are now so hard to reach on their unlisted cellphones? “I think the polling was a mess,” Stanley Greenberg, a Democratic pollster, told me Tuesday night. “But I think a lot of it was interpretation of the polls.”

Mike Murphy, a Republican strategist, said on MSNBC, “My crystal ball has been shattered into atoms’’ because he predicted the opposite outcome. “Tonight data died,’’ he added. Regardless of the outcome, it was clear that the polls, and the projections, had underestimated the strength of Mr. Trump’s vote, and the movement he built, which has defied all predictions and expectations since he announced his candidacy last year-

And that’s why the problem that surfaced on Tuesday night was much bigger than polling. It was clear that something was fundamentally broken in journalism, which has been unable to keep up with the anti-establishment mood that is turning the world upside down.

L’unico giornalista – opinionista che sembrava essersi messo in discussione e aver cercato di andare a capire davvero in giro che stava succedendo prima delle elezioni è stato Michael Moore che in tempi non sospetti scriveva 5 reasons why Trump wil win, tradotto in Italiano dall’ Huffington Post

Forza, pronuciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni: “PRESIDENTE TRUMP”. In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito. Posso vedervi adesso. State scuotendo la testa convinti: “No, Mike, non succederà”. Purtroppo, state vivendo in una campana di vetro dotata di camera dell’eco, dove voi ed i vostri amici siete convinti che gli Americani non eleggeranno un idiota come presidente. Passate dall’essere scioccati al ridere di lui per il suo ultimo commento folle o per la sua presa di posizione narcisistica su qualsivoglia questione, come se tutto girasse intorno a lui. Poi ascoltate Hillary e osservate il nostro primo presidente donna, qualcuno che il mondo rispetta, una persona estremamente intelligente che si preoccupa dei nostri ragazzi, che porterà avanti il lascito di Obama perché è questo che vogliono gli Americani! Per altri quattro anni!

Dovete uscire da quella campana, adesso. Dovete smetterla di vivere nella negazione e guardare in faccia una verità che sapete essere profondamente attuale. Cercate di consolarvi con i numeri “il 77% dell’elettorato è composto da donne, persone di colore, giovani adulti sotto i 35 e Trump non otterrà la loro maggioranza”, o con la logica “le persone non voteranno per un buffone o contro i loro interessi”: è il modo in cui il cervello cerca di proteggervi dal trauma.

Jeff Jarvis scrive in un post dal titolo: A Postmortem for Journalism

Journalism must grapple with its responsibility in this election, its failure to inform and educate the public, and its culpability in helping to create and feed the phenomenon that has now taken over our nation. Then we can consider whether and how it could be rebuilt. I am not sure it can be.

We must start with blame. Yes, others share that blame. But today we should begin by assessing our own. I start by wishing I had done more to help elect Hillary Clinton: one more door, one more dollar. Then I turn to my own profession, journalism.

e poi

In the end, journalism lost sight of its simple, vital reason to exist: to inform the public. Think back on story after story and round table after round table and ask whether it was conceived and executed to help inform the electorate or instead to entertain them and grab their attention or make the journalist look like the smart one. Our job is to make the public smart.

La stessa Hillary Clinton ha creduto a chi credeva in lei e non ha cercato informazioni diverse da quelle predigerite:

Come è possibile che il Partito Democratico abbia commesso un errore così madornale? Perché ha pensato che le elezioni si vincessero con i soldi e non con i voti. Hillary Clinton ha raccolto $687 milioni contro i $307 milioni di Trump. Con il sostegno degli amministratori delegati delle grandi imprese (tutti a suo favore) e non quello dei colletti blu. Con il consenso dei principali media, non capendo che la fiducia degli americani nei mezzi di comunicazione è così bassa che ogni attacco a Trump era pubblicità gratuita a suo favore. Più che vinta da Trump, questa elezione è stata persa da Hillary Clinton e dall’establishment democratico che l’ha sostenuta.

I sondaggisti USA hanno mostrato enormi limiti se non malafede

La situazione l’ha riassunta bene il sito The Hive che nel deliro crescente della notte elettorale americana ha scritto su Twitter: «I sondaggi hanno ormai la stessa accuratezza delle previsioni astrologiche». Mentre si contano gli ultimi voti che decideranno la presidenza degli Stati Uniti, c’è infatti una sola certezza: i grandi sconfitti delle elezioni americane del 2016 sono i modelli matematici che hanno assicurato per mesi una vittoria larga o di misura ma comunque certa a Hillary Clinton. Da quello del New York Times, che ieri ha salutato l’Election Day assegnandole l’85% di possibilità di conquista della Casa Bianca, fino ai diversi sistemi di previsione proposti dalle superstar della statistica. Con Nate Silver, ideatore del sito Five Thirty Eight, che ha sempre concesso a Donald Trump solo una possibilità su tre di diventare presidente, e il suo competitor Sam Wang del Princeton Election Consortium che negli ultimi giorni è arrivato ad assegnargli l’1% di chance di vittoria: previsioni affidate ad algoritmi, calcoli e formule che si sono date battaglia nei salotti televisivi e sui social network con l’obiettivo di affermare la bontà di un modello su tutti gli altri, ma fallendo tutte clamorosamente.

E’ la morte del giornalismo predittivo o meglio dire del giornalismo che decide che cosa prevedere:

Negli Stati Uniti è evidente la debacle del giornalismo predittivo. A partire dal più celebre e finora quasi implacabile sondaggista, Nate Silver, che su 538.com dava le probabilità di vittoria di Hillary ben oltre il 70 per cento. Ma scivoloni peggiori li hanno fatti anche i suoi colleghi, a partire dal collega Nate Cohn, che sul New York Times dava Hillary vittoriosa addirittura all’85 per cento. Oltre ai sondaggisti, a scivolare sono stati anche eminenti politologi. Michael Walzer, per esempio, professore emerito di Princeton di comprovata esperienza, in un’intervista a Repubblica datata 11 ottobre si sbilanciava su un «Oggi più che mai penso che lei vincerà le elezioni. Forse i democratici strapperanno anche il Senato». Non è andata così. Esattamente come il suo collega Jay DeSart, citato in un articolo del 18 ottobre sul Corriere della Sera: «Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà Hillary Clinton». La probabilità, secondo il professore dello Utah, era addirittura un secco 99,97%. È stato così fino all’ultimo, tanto Robert Reich, segretario del lavoro durante la presidenza Clinton, solo poche ore prima del voto si diceva sicuro: «Don’t worry, Hillary Clinton will win the election».

E in Italia ? che si è detto sul tema spcificamente

Da un lato Mario Calabresi su Repubblica fotografa la la situazione

Se ciò è accaduto, ragiona Alessandro Baricco nell’ultima pagina del quartino che oggi avvolge il nostro giornale, è perché siamo di fronte a una mutazione antropologica che ha portato all’eliminazione delle mediazioni nei più diversi campi della nostra vita, con la conseguenza di vedere le élite culturali come qualcosa di inutile da rifiutare.

Abbiamo sottovalutato la ferita di chi vede tradito il patto tra generazioni, di chi somma la paura degli stranieri all’ansia per la globalizzazione, al rifiuto della società multietnica. La nausea per il politicamente corretto o la rivendicazione che l’uomo bianco tornasse a sedersi a capotavola hanno fatto il resto. Ci resta da riflettere, come fa la scrittrice Elizabeth Strout, sul vizio dei giornali di confondere gli auspici con la realtà, ma ora ci tocca provare a capire quale sarà il mondo che ci aspetta.

Poi c’e Giovanna Botteri che va oltre chiedendosi:

Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta ed unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana? Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno influito su questo risultato e sull’elettorato che ha creduto a Trump e non alla stampa .

Vittorio Zucconi ex post ammette che si è solo raccontata un’America in campagna elettorale