Servizio pubblico reticente

Di   20 Agosto 2008
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Via Vittorio Bertola

Se per caso anche voi, come me, avete visto il TG1 delle 13:30 di oggi, potrebbe avervi colpito un lungo servizio dedicato alla vicenda del professor Claudio Riolo, politologo dell’Università di Palermo, che dopo quattordici anni di battaglia giudiziaria ha avuto ragione dalla Corte di Giustizia Europea, a cui aveva denunciato l’Italia. Il professore, racconta il servizio, aveva scritto sul periodico Narcomafie un articolo “critico” verso “un ex presidente della provincia di Palermo”, ed era stato per questo condannato dal tribunale di Palermo per diffamazione; la corte europea ha riconosciuto che la diffamazione era in realtà legittima critica delle azioni di un politico, e che l’Italia, condannando Riolo, ha violato la libertà di espressione riconosciutagli dal diritto internazionale.

Tutto bene, festeggiamo? Sì, però il TG1, nonostante l’esteso servizio con tanto di intervista al professore, si è “dimenticato” di riportare alcuni piccoli dettagli; e potevamo noi, dotati di buona volontà, non supplire a questo “errore” certamente del tutto involontario?

Per cominciare, l’“ex presidente della provincia di Palermo” ha un nome, cognome e partito: è Francesco Musotto, ex socialista, all’epoca dei fatti in Forza Italia. Oltre a “dimenticarsi” di fare il nome, il TG1 si è anche completamente “dimenticato” di raccontarci quali fossero le “critiche” contenute nell’articolo. Per esempio, il TG1 si è “scordato” di dire che l’argomento dell’articolo era la strage di Capaci; e che la “critica” per cui il professore era stato condannato dagli inflessibili giudici palermitani consisteva nel paragone tra Musotto e mister Hyde, in quanto egli da un lato presiedeva la provincia di Palermo e rappresentava le istituzioni, e dall’altro, nella sua professione di avvocato, difendeva uno degli imputati per la suddetta strage, strage che ovviamente è attribuita alla mafia. Il TG1 si è poi dimenticato di aggiungere che il suddetto Musotto fu processato per concorso esterno in associazione mafiosa, e che la sentenza, pur assolvendolo, dichiara probabile che egli sia stato eletto con voti mafiosi (tra l’altro fu poi aperto contro Musotto un ulteriore procedimento per voto di scambio) e documenta che la sua villa fu frequentata da mafiosi e usata per nascondervi delle armi, tanto da condannare suo fratello (si sa che in Forza Italia l’adorazione del capo è fondamentale, quindi va di moda avere un fratello che si becca le condanne). Infine, il TG1 non ha riportato le motivazioni della decisione della corte europea, che ritiene che la condanna, pur giustificata in base alle leggi italiane, rappresenti una limitazione della libertà di espressione oltre ciò che – come dicono le convenzioni internazionali – è “necessario in una società democratica”, e insomma che le leggi italiane sulla diffamazione e la loro applicazione da parte dei nostri tribunali siano troppo favorevoli ai politici e troppo poco a chi li critica.