La carta resta, l’online no: culture progressiste nelle pr

Di   7 Novembre 2008
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Via Alessandro Longo

Trovo su Vittorio un gustosissimo aneddoto che riguarda una pr. E’ di recente capitato anche a me, con una pr che l’esclusiva la voleva dare a Repubblica e non a Repubblica.it, senza curarsi del fatto che ormai sono due realtà integrate.

Pochi giorni fa mi chiama un ufficio stampa e mi invita a seguire una presentazione. Mi pare una cosa interessante, rispondo che andrò e ne farò un pezzo su Repubblica.it. Segue silenzio dell’addetta, un cinque-sei secondi. Avevo già capito di che si trattava, ma poi mi arriva una mail che, educatissima e gentile, mi spiega che insomma un pezzo su Repubblica.it magari lo legge pure un milione di persone ma “conta più il pezzo sul giornale di carta” (e la mia anima giornalista esulta, perché al prestigio e al nome e alla forza del giornale, che non è di carta ma è il giornale e basta, io ci tengo). Poi sono andato a quel convegno, e ho sentito un sociologo che ha dato per morto non solo il mezzo di carta, ma pure il mezzo elettronico sul quale avrei messo il pezzo. Insomma i giornali sono morti però vogliamo andarci sopra quando presentiamo qualcosa.

Che vuol dire “conta di più”? Credo che per lei significhi che fa una migliore figura (o pensa di farla) con i suoi capi. A me quella pr disse, parafrasando un motto “la carta resta, l’online no”. Anche se ovviamente alla prova dei fatti è tutto l’opposto.