Veltroni riparte da Torino

Di   30 Gennaio 2009
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Veltroni riparte da Torino si presenta con belle parole

Attendiamo un po’ di fatti in un partito che pare a rischio decomposizione o implosione …

Partire da Torino non è un caso. L’ho fatto, al Lingotto, quando ho lanciato la mia corsa alla nascita del Partito democratico. Ci torno oggi come prima tappa di un viaggio in Italia che ha proprio lo scopo di riprendere quei fili e di tornare ad ascoltare e parlare col Paese. Ma oggi ci torno in un clima economico del tutto diverso. La crisi colpisce duro qui come nel resto del Paese.

E colpisce direttamente le persone e le imprese, i redditi e il lavoro. L’impressione è che davanti all’arrivo di questo terremoto il governo abbia a lungo atteso, abbia poi tirato fuori misure del tutto inadeguate e anche sull’auto – tema centrale in questa città, ma anche cardine di un serio contrasto alla crisi, come ci dicono le mosse di Obama, di Angela Merkel o di Sarkozy – arriviamo per ultimi senza avere da parte del governo ancora le idee chiare.

Quando dico queste cose, quando polemizzo con le drammatiche sottovalutazioni del governo e del premier in prima persona, mi sento accusare di pessimismo. No, credo sia vero il contrario. Credo che la crisi vada affrontata con tutti gli strumenti e con tutte le idee nuove: a queste condizioni può essere persino una opportunità di cambiamento. E io so che l’Italia in questa temperie può dare il meglio di sé. Prendete Torino. Dentro una grande crisi che poteva portare la città al declino nel corso degli ultimi due decenni è stata capace di diversificare la sua struttura produttiva. Oggi, una miriade di piccolissime, piccole e medie imprese innovative della manifattura e dei servizi è parte di filiere produttive lunghe ed internazionalizzate.

L’economia creativa è sempre più diffusa sul territorio, segue sia percorsi autonomi, sia strade integrate nelle attività storicamente distintive dell’identità industriale della città. Dentro questo quadro l’auto, nonostante il ridimensionamento seguito alla chiusura del ciclo fordista, è fondamentale non solo per Torino, ma per tutto il Paese. Non solo perché tra attività dirette ed indirette genera oltre l’11 per cento del Pil italiano. Ma, soprattutto, perché è l’opportunità per sviluppare e diffondere sul territorio saperi, professionalità, attività ad alto contenuto di innovazione.

Eppure la crisi qui morde duramente e la Fiat parla del rischio di un ridimensionamento radicale specie in termini di occupazione. La crisi determina un’accelerazione della ristrutturazione del mercato dell’auto, per numero di produttori indipendenti, per organizzazione dei processi produttivi, per caratteristiche dei prodotti. Per questo bisogna dare risposte che guardino al futuro, non tentare, inutilmente, di preservare il passato. Devono, inoltre, guardare agli interessi generali dell’Italia. Bisogna avere uno sguardo europeo, sfuggendo ogni protezionismo che pure si riaffaccia (penso alla Francia), ma dando risposte continentali o capaci di stare sui mercati mondiali. Mi è capitato di parlare recentemente di «green economy»: traducendolo vuol dire sostenere la domanda e l’offerta di auto ad elevata compatibilità ecologica, incentivi ai consorzi università-imprese ed alle imprese per la produzione di motori e veicoli ad impatto energetico ed ambientale minimo.

Nessun intervento settoriale, però, ha senso se non viene inquadrato dentro una politica economica all’altezza della crisi. Quindi, la politica economica del governo deve cambiare radicalmente orientamento e passo. La situazione della nostra finanza pubblica non può essere l’alibi per politiche di soli annunci: dove sono gli ammortizzatori sociali? Dove sono gli interventi per assicurare il credito alle imprese? Noi chiediamo proprio sugli ammortizzatori sociali una rivoluzione, un sostegno al reddito di chi perde il lavoro che copra anche i precari e che riaccompagni – attraverso la formazione – verso il lavoro. Come abbiamo proposto di usare la leva fiscale per le famiglie coi redditi bassi, specie quelle con figli.

E sul versante delle imprese garantire che le pubbliche amministrazioni paghino i loro debiti anche creando un fondo straordinario. Investire nel Sud, riprendere le opere pubbliche che rischiano di fermarsi proprio mentre il Paese paga il prezzo più alto dei suoi ritardi. Dalle crisi si può uscire solo in due modi. O con un salto in avanti che ti fa portare oltre il meglio, che ti fa trovare le soluzioni ai vecchi problemi, alle vecchie incrostazioni. O imboccando la strada del declino. Torino questo lo sa bene. Per questo comincio da qui questo nuovo viaggio.