Copiata una tesi su due

Di   19 Aprile 2009
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Avevamo parlato del fenomeno delle tesi copiate a partire da un caso personale.

Il fenomeno pare oramai diventato “industriale”

Dario S. da Pisa si era preso un bell’applauso, una stretta di mano e tanti complimenti per quella tesi di laurea così originale. Argomento: la serie americana Family Guy e l’adult animation, il modello «South Park», i cartoni animati per adulti, cinismo e irriverenza allo stato puro. Un bel lavoro. Peccato che l’avesse copiato quasi per metà da Wikipedia, intrecciando poi una raffica di analisi dei maggiori esperti italiani del genere. Citazioni? Macché. Appropriazione indebita del pensiero altrui. Plagio, a dar retta al codice penale. Nessuno se ne è accorto. E Dario si è laureato. Il guaio è proprio quello: quasi mai qualcuno se ne accorge. Al massimo si insospettisce. Forse c’è chi le tesi nemmeno le legge, o le scorre distrattamente. Poi c’è la rete: milioni di documenti, chiunque li può agguantare e riprodurre.

E così sotto il naso dei professori universitari italiani passano tesi scopiazzate, paragrafi – o interi capitoli – riprodotti senza spostare nemmeno una virgola. Finisce che, in una tesi su due, almeno il cinque per cento del testo è la fotocopia di un documento già pubblicato. Una boutade? No, un calcolo scientifico. Se ne sono accorti i francesi di Six Degres, società che ha sede in Savoia e un paio d’anni fa ha elaborato un software. Si chiama «Compilatio», è un cervellone capace di passare al setaccio qualsiasi testo e individuarne le parti copiate. Prima di andare a sbirciare in casa d’altri, a inizio 2008, i francesi hanno sperimentato il sistema sui loro studenti. Poi si sono spinti in Spagna e Germania. In Italia: respinti. In Francia avevano lavorato con gli istituti di Economia e Management di Nantes; in Spagna con l’Università di Saragozza; in Germania con l’Università di Stoccarda.

Da noi hanno fatto da soli. «Abbiamo chiesto a quasi tutti gli atenei italiani. Non hanno voluto saperne», racconta Frederic Agnes, il patron della società francese. «Tanti non hanno risposto; altri ci hanno seppelliti sotto cumuli di burocrazia, richieste di autorizzazione e problemi di privacy, lasciandoci intendere che era meglio sbrigarsela da sé». Insomma, sono andati a consultare quasi duemila tesi inserite nei database degli atenei. E hanno messo il cervellone al lavoro. Non sono rimasti delusi. Anzi: in una tesi su due la parte di testo identica a lavori già esistenti superava il cinque per cento. Significa che su un lavoro di 200 pagine – dimensione minima di una tesi umanistica – 10 sono «fotocopiate» da altre pubblicazioni. Nel 25 per cento dei casi la parte di testo «plagiata» oltrepassava il dieci per cento.

Il record spetta agli studenti di Medicina: il 70 per cento delle tesi contiene una robusta dose di testo copiato; e così accade a Economia (65 per cento), Agraria (53), Giurisprudenza (50) e via a scendere. Con un’avvertenza: «Non sono citazioni riportate tra virgolette e attribuite al “legittimo proprietario”», racconta Elena Cavallero, ricercatrice che ha coordinato la parte italiana del test. «Sono idee e concetti di persone terze presentati come propri. O di frasi ricopiate parola per parola». Tecnicamente: plagio. Il sospetto, dentro gli atenei, aleggia da un bel po’. Decine di professori si dicono «indifesi», raccontano che Internet ha reso la situazione ingestibile. Tempo fa, almeno, copiare era faticoso. Anche caro.

Per avere la tesi pronta senza aver scritto una riga di proprio pugno, si doveva pagare qualcuno che si sobbarcasse l’impresa o, almeno, sudare per ricopiare. Adesso bastano Internet e un «copia e incolla». E così può succedere che uno studente dell’Università di Padova si sia laureato con una tesi sull’urbanizzazione delle metropoli europee grazie al massiccio – e involontario – contributo di un «peso massimo» della sociologia come Arnaldo Bagnasco. Il cervellone francese mostra in grassetto interi paragrafi di illuminate considerazioni sulle categorie di «deurbanizzazione» e «contro-urbanizzazione».

Peccato che siano le stesse – persino le virgole e gli «a capo» – riportate negli atti di un convegno a cui aveva partecipato il sociologo torinese. Resta una magra consolazione: quando i ricercatori di Six Degres sono andati a indagare in casa propria, o tra spagnoli e tedeschi, non è andata molto meglio. Si copia alla grande anche lì. Nessun allarme, però: i primi della classe siamo sempre noi. E, a differenza nostra, all’estero ogni tanto sembra che qualcuno se ne accorga.