Dell’intoccabilità dei giornalisti, della loro difesa a oltranza di colleghi inguardabili e della caduta dal piedistallo

Di   22 Dicembre 2013
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Alessandro Gilioli ha scritto un articolo da far leggere a tutte le persone che credono nella civiltà e nella civiltà dell’informazione. Per correttezza ne cito solo i passi salienti,  La forza e il contenuto della rivoluzione che propone sarebbe normalità altrove, qui è ancora atipia.

Quando ho iniziato a fare questo mestiere, noi venivamo educati all’idea che i giornalisti giudicano ma tendenzialmente non devono essere giudicati. Era una sorta di immunità presunta, derivata dal postulato secondo il quale il giornalista raccontava fatti e/o esprimeva opinioni sempre in buona fede, senza cointeressenze personali, senz’altre ambizioni che non fossero quelle di fare il cronista o di contribuire al dibattito politico, culturale, economico etc.  Era una balla, naturalmente: i giornalisti – in buona parte – non sono mai stati così, almeno in Italia. Siamo sempre stati una categoria in cui alle non moltissime schiene diritte si mescolavano le penne a zerbino: per conformismo, convenienza, ambizione personale, fedeltà di partito, subalternità ai poteri, complicità, privilegi piccoli o grandi e altre ragioni ancora.

Poi, per fortuna, a poco a poco questa immunità e questa finzione scenica hanno iniziato a sgretolarsi. Io l’ho visto con i miei occhi, questo processo. È iniziato con un’invenzione tecnologica: la mail. Prima, quando un giornalista scriveva una sciocchezza (o comunque qualcosa di contestabile) al massimo arrivavano in redazione un paio di lettere cartacee che finivano rapidamente nel cestino. Con la posta elettronica, ecco che le contestazioni, le rettifiche, le correzioni (ma anche le prese per i fondelli) hanno iniziato a moltiplicarsi a dismisura. Poi sono arrivati i blog, il web 2.0, i social network : insomma qualsiasi cittadino è diventato potenzialmente produttore di contenuti accessibili in qualsiasi luogo del pianeta. E la fessura nella diga è diventata un’alluvione: di verifiche, analisi, attacchi, debunking etc etc su quello che il giornalista scriveva. Il tutto, appunto, in pubblico. Oh, io me lo ricordo, il trauma, nelle redazioni. La brusca discesa dal piedistallo. Cacchio: se sparavi balle adesso ti beccavano. Se scopiazzavi in giro, venivi ridicolizzato in un quarto d’ora. E quanto stupore nello scoprire che spesso il crowd, su un determinato tema, ne sapeva più di te!

E i giornalisti – tutti, più o meno – sono stati identificati con i salvati. Con la ‘Casta’. Con l’establishment. Con la vicinanza al potere. È – anche questa – una percezione solo in parte fedele della realtà fattuale. Prima di tutto perché proprio mentre cresceva il disprezzo per i giornalisti, questi perdevano non solo la loro precedente immunità, ma anche gli stipendi che ne avevano fatto, per decenni, una categoria di privilegiati. Lo sanno bene quelli entrati nella professione di recente, quasi sempre precari e spesso con redditi da call center. Ma tant’è, ormai la frittata era fatta. I giornalisti hanno iniziato non solo a essere giudicati per quello che scrivevano (e giustamente messi ai raggi X parola per parola), ma sono diventati obiettivo conflittuale nella lotta alla Casta e all’establishment, proprio come i politici.

E la buona pratica si chiama trasparenza; civiltà; dibattito aperto; verifica; confronto tra persone per quello che le persone fanno e scrivono anziché per la categoria a cui appartengono. Rispetto per le opinioni di tutti, se sono opinioni espresse in onestà intellettuale, senza interessi personali, senza asservimenti pelosi. Oppure denuncia fondata di cointeressenze, di relazioni di potere, di asservimenti nascosti: se è il caso. Con il faro della trasparenza, appunto.

Così arrivo al caso Oppo – scusandomi se ci ho messo parecchio. Cosa c’era di brutto, di sbagliato e di incivile nell’attacco di Grillo a Oppo? Non l’intoccabilità del giornalista, lo si è detto. Abbiamo tutti il dovere di essere giudicati. Giornalisti e no. Politici e no. Tutti quelli che scrivono, sui giornali o sui social network o in qualsiasi altro posto. Ci mancherebbe.

Il che non gli renderebbe molto merito. Ma soprattutto non aiuterebbe l’informazione a migliorare. Perché l’informazione migliora quando chi la fa viene sottoposto ogni giorno a un check – pure feroce – su quello che scrive, che fa o che dice: ma concreto, fattuale, puntuale, onesto, autentico. Con una contrapposizione di argomenti, di visioni, di idee, di fatti. Con l’onestà intellettuale. Con la trasparenza. Possibilmente senza riferimenti ai difetti fisici dell’interlocutore. O alla sua appartenenza a una categoria – quale che essa sia. Facendo infine propria, se possibile, anche una ecologia del linguaggio che ormai mi pare irrimandabile e che ha come unica alternativa la barbarie e i forconi. Solo così ci miglioriamo, credo. Giornalisti e no. Politici e no. Militanti e no.