Come si fa carriera all’Università: istruzioni per l’uso

Di   2 Maggio 2019
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Via Dagospia

Come ha scritto Lorena Loiacono per il “Messaggero” “Sono stati spesi quasi 2,5 milioni di euro per vedere pubblicate ricerche scientifiche che probabilmente, senza spendere un euro, non sarebbero andate da nessuna parte. Pubblicazioni praticamente fasulle, comprate, utili solo ad arricchire curriculum, indispensabili però per far carriera”.

“Per entrare in università bisogna pagare”. Ma anche se non si paga con moneta sonante i meccanismi che creano un curriculum ad hoc per far sì che venga poi bandito un “concorso profilato” per il candidato CHE SI VUOL FAR VINCERE passano attraverso logiche economiche (lavoro gratis e simili) o di controllo baronale (metodi di appartenenza e filiazione).

“Concorsi profilati” vuol dire che nel bando si cerca un candidato con tali e tali caratteristiche che corrispondono a un solo essere vivente: quello che la “comunità scientifica”, il barone, ha deciso di far vincere perché ha ormai fornito i servizi richiesti (svolto esami al posto del docente, seguito tesine, impaginato riviste, fatto da segreteria tuttofare e altri, meno nobili, lavori, come fare la spesa…).

Come fare? Molto semplice: se devo mettere in cattedra un ornitologo e il mio candidato ha studiato la cinciallegra e conosce, che so, il tedesco, il bando richiederà a un certo punto “… particolarmente gradita la conoscenza di uccelli come la cinciallegra… Si richiede la conoscenza del tedesco”. Quindi se un ha studiato il pettirosso, l’aquila reale e il gufo, sa inglese e francese e magari si è specializzato in veterinaria perde. Ora è nato un “Osservatorio” (vedi sotto) che denuncia tutto questo e sta mettendo a disposizione molte informazioni.*

Per prima cosa, qui un vademecum di come ti metto in cattedra, in quattro-cinque anni, il figlio di…, l’amante, l’amico, il mio tuttofare facendolo diventare il partecipante vincente di un concorso “profilato” bandito per lui.

Molto semplice. Tengo per un annetto o due presso di me, docente, il giovane prescelto (figlio di un collega, amante, un ricco di famiglia che non ha bisogno di lavorare…) come semplice “Cultore della materia” con qualche rimborso dall’ateneo. Poi gli/le faccio vincere uno dei posti a disposizione per un Dottorato di ricerca, così per tre anni è pagato e se ne sta in università a fare il segretario tuttofare.

Poi gli/le faccio vincere una delle numerose borse di studio all’estero dove, di solito, il borsista va assai poco ma scrive una tesina, in lingua straniera, a fine esperienza. Intanto gli/le ho fatto pubblicare articoli pseudo “scientifici” sulla rivista di Classe A che io docente dirigo e nessuno legge, l’ho fatto intervenire a convegni organizzati da me dove sono presenti solo i convegnisti e, infine, dall’editore universitario è arrivato il mio turno per scegliere un libro da pubblicare e scelgo quello del mio protetto.

Questo, e non altro, è quanto sciaguratamente i concorsi universitari (criteri stabiliti da Anvur e Mibac) valutano. A questo punto siamo pronti: basta un “bando profilato” ed è in cattedra. E’ una competizione scorretta dall’inizio e che non si può poi raddrizzare. Né il rottamatore Renzi né gli homines novi dei Cinque Stelle e della Lega stanno mettendoci mano.

Vediamo alcuni esempi per capire meglio e, in specifico, due “denunce” dell’”Osservatorio concorsi”.

L’Anvur, è l’organo di valutazione delle riviste “scientifiche”: ce ne sono migliaia, che nessuno legge, nemmeno chi le scrive. Scrivere su una rivista di classe A conferisce punteggio per il concorso universitario; per una di classe B meno, per le altre nulla. Ovviamente ciascun barone ha piazzato la rivista che dirige (o per la quale collabora) in classe A; ma l’Anvur a finito per metterci persino riviste assurde e il loro contrario: si va dagli “Acta Archaeologica Academiae Scientiarum Hungaricae” ad “Abitare”; da riviste che manco escono alla rivista principe sull’arredo. Delle due l’una: o ha senso riviste che non leggono nemmeno gli specialisti oppure hanno senso quelle che hanno presa anche sul mercato.

Nelle riviste delle scienze naturali e mediche gli articoli sono, in genere, firmati da molti autori. Come dire: più siamo più la ricerca fa impressione. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: in genere contano il primo e l’ultimo firmatario: gli altri sono messi in mezzo per far… titoli per il concorso dove saranno piazzati.

Le società scientifiche, costituite o controllate tutte da docenti universitari, dovrebbero svolgere attività scientifica in aggiunta a quella universitaria. Ma spesso servono solo per piazzare gli aderenti nei concorsi.

Di una società di Filosofia (la Sie, Società di Estetica) circola un filmato su internet dove l’ex presidente, lo scomparso professore Luigi Russo, si lascia sfuggire il vero senso dei convegni organizzati dalla “Società scientifica” della quale era vicepresidente l’attuale rettore dell’Università degli Studi di Milano, Elio Franzini: “(il nostro ndr) è un convegno, che poi è uno pseudo convegno: serviva per incontrarsi per le faccende concorsuali” (dal minuto 55 al minuto 105 dell’allegato video registrato all’Università di Torino).

I membri della società sono presenti in quasi tutte le commissioni concorsuali del loro raggruppamento e possono così far vincere altri loro associati. Sostanzialmente, diverse società scientifiche finiscono con il diventare organismi paralleli di controllo dei concorsi attraverso i loro membri che compongono le commissioni in favore di aderenti alla società stessa. Chi non è all’interno (e quindi non paga quota e non sottostà alle logiche di appartenenza) è improbabile che vinca un concorso anche se molto più preparato! Così è in moltissime società “scientifiche”. In Italia, s’intende!

Aver svolto una professione ad alto livello non dà alcun punteggio nei concorsi. Per cui, poniamo, a un concorso in “Teoria della comunicazione televisiva” se si presenta Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, che magari ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio dei giovani, la sua lunga esperienza nel settore vale zero. Zero. Meno di un articolo di due pagine di un sub-assistente con due note sull’allegato della rivista di classe A! Da qui uno capisce perché i professori universitari italiani ormai contino poco e il distacco dal mondo delle professioni sia abissale. E perché i figli della “élite” italiana (molti dei politici e dei direttori di giornali) studino all’estero.

Sono i progetti di ricerca finanziati dal ministero. Qui vale la stessa cosa delle riviste: un docente che, tramite aderenze al ministero, riesce a far finanziare il proprio progetto di ricerca ci butta dentro gli ex studenti che vuole: ovviamente quello da mettere in cattedra.

I bandi di concorso sono ricorrenti come il bollino nero sulle autostrade: in genere escono con l’esodo di agosto e si concludo prima del rientro estivo. Cioè: se non ti dicono che sono banditi perché è il “tuo concorso”… hai voglia a scoprirli nei siti degli atenei che lo bandiscono o in quello del ministero! Sono nascosti e banditi in periodo estivo, quando l’università è ferma da mo’. E’ un sistema che funziona al contrario, insomma: se tu vuoi il più bravo dovresti dare massima visibilità al concorso; ma se tu vuoi che a vincerlo sia quello che hai già scelto ed è magari scarsino devi metterti il più possibile al riparo da sorprese: meglio che non lo scopra nessuno e non ci siano altri partecipanti.

Ci sono concorsi che valutano con lo stesso punteggio (mettiamo 3 punti) monografie di 500 pagine che hanno fatto nuove scoperte e brevi scritti di nessun approfondimento scientifico su una rivista fuori classe ma ugualmente valutati dal presidente di commissione. Specie quando a presentarsi è il suo assistente o protetto. Alcuni di questi casi, recentemente, sono stati impugnati persino dalle università che hanno bandito il concorso, tanto era l’evidenza. Ma senza l’intervento della magistratura – che non interviene quasi mai – non se ne può far nulla. Tra i pochi interventi sanzionatori della magistratura quello contro la moglie dell’ex rettore della Statale, Fernanda Caizzi Decleva. L’ex rettore della Sapienza, Luigi Frati (come molti altri), fu indagato per “parentopoli”.

Secondo uno studio statistico e scientifico, condotto da Stefano Alessina, ricercatore all’Università di Chicago, il fenomeno del nepotismo è ben radicato nelle università italiane. Gli studi hanno rivelato che i settori disciplinari più esposti sono Ingegneria industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia. E, facendo riferimento alla distribuzione geografica, il fenomeno diventa più frequente al Sud, in particolare nelle isole, anche se non sono esclusi alcune importanti università italiane. Tra i 10.783 accademici in Medicina sono stati rilevati 7.471 cognomi distinti. Le prime cinque università con il maggior numero di cognomi sarebbero: Libera Università Mediterranea «Jean Monnet», Casamassima di Bari, Sassari, Cagliari, Suor Orsola Benincasa di Napoli, Catania.

Come dicevamo è nato recentemente l’ “Osservatorio Indipendente dei Concorsi Universitari” che denuncia pubblicamente il maggior numero possibile di “bandi profilati”. L’art. 24, comma 2, della Legge 240/2010, prevede infatti che non si possano inserire nei bandi “competenze così specifiche da scoraggiare i potenziali candidati”. Ovviamente i dipartimenti che bandiscono concorsi fanno, indisturbati, l’esatto contrario.

L’ultima denuncia-segnalazione dell’Osservatorio è avvenuta a Pasquetta con una lettera indirizzata al rettore di Padova (Rosario Rizzuto, che è anche membro del Commissione dei rettori) relativa ad un concorso “profilato” per la I fascia in Chimica generale. La lettera, come al solito, è stata inviata anche al ministro Marco Bussetti (Lega) e al Viceministro dell’Università Lorenzo Fioramonti (Cinque Stelle), che queste cose dovrebbe saperle visto che, per insegnare, ha dovuto trovarsi un’università in Sud Africa. In questo caso, il bando profilato richiede al candidato “linee di ricerca riguardanti la chimica metallorganica nei suoi aspetti fondamentali e applicativi, con particolare riferimento all’utilizzo dei metalli di transizione in sintesi e catalisi metallorganica, anche di interesse industriale”: guarda guarda giusto giusto il profilo del candidato interno all’università.

Stessa cosa era avvenuta il 15 aprile quando l’Osservatorio aveva segnalato ai professori Franco Anelli, Guido Merzoni e Damiano Palano facenti parte la commissione il concorso della Cattolica (rettor eil giurista Franco Anelli ) in “Filosofia politica”: in questo caso al candidato era richiesta la conoscenza dei “meccanismi di selezione delle élite, dai rapporti fiduciari ai processi di mediazione degli interessi, alle dinamiche di disintermediazione e di reintermediazione”. Scrive l’Osservatorio: “Tale profilo replica verbatim il progetto di ricerca, del tutor Prof. Damiano Palano”, e, guarda caso, il concorso è stato vinto dal candidato interno “Dott. Antonio Campati, attualmente Professore a contratto presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, il quale ha prodotto nel frattempo diversi contributi sul tema”.

Nelle commissioni universitarie non crede più nessuno, nemmeno il Consiglio di Stato. “Le commissioni universitarie, a parer nostro, non sono più degne di fiducia”, scrive il Consiglio di Stato nell’ultima sentenza in tema di concorsi non credibili. E si rivolge direttamente al ministero dell’Istruzione intimando di riconoscere la cattedra di Diritto del lavoro alla docente Carmela La Macchia, bocciata tre volte da tre commissioni diverse nominate per gestire l’Abilitazione scientifica nazionale nella sua disciplina: le aveva preferito, nel ruolo di professore di prima fascia, un altro candidato.

E così il Consiglio di Stato, dove è finito il primo ricorso, alla fine ha scritto al Miur: siete obbligati a dare l’idoneità all’appellante. E a pagare 6.500 euro di spese legali (sentenza 1321 dello scorso 25 febbraio).

I casi già “denunciati” sono molti. Homines novi o meno, l’università NON CAMBIA MAI. Forse renderla meritocratica e legata alla società non porta voti. E, dopo Renzi, anche Lega e Cinque Stelle sembra ci abbiano rinunciato.