La classe operaia non muore

Di   13 Gennaio 2008
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morte-funerali.JPGC’è voluto un articolo del torinese di Donero trapiantato a Roma, Ezio Mauro per riaprire tristemente una ferita che partiva dal giorno 5 dicembre 2007: la strage di Corso Regina allo stabilimento della Thissen. Questo post è un po’ lungo: mettetevi comodi.
Qualche pezzo dell’articolo di Ezio Mauro da leggere integralmente, ne vale la pena

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c’erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale.

Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov’è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce.

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent’anni: l’operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica.

Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono.

E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità.

Tutto inizia un mattino di un giorno normale di dicembre quando con il consueto scazzo di periodo compare in redazione e viene apostrofato da una collega giustamente incavolata, “ma non hai sentito cosa è successo alla Thyssen ?” E di risposta :”no cosa è successo ?”. Da quel momento è partito uno stato di emergenza emotivo e operativo per capire cosa fosse capitato in Corso Regina, in Torino, In Italia, in Germania. “Ci sono sette ustionati gravissimi, hanno ustioni sul 90% del corpo e di più, è impossibile salvo miracoli che riescano a sopravvivere”. “Hanno fatto già dei primi controlli, sembra che le norme di sicurezza fossero poco rispettate nell’acciaieria”.

Poi i primi racconti di uomini trasformati in torce, di gente che cercava di salvarli, ma non sapeva come. Di vecchie, forse tristi, vite di operai spesso molto giovani, fra turni massacranti e lavoro precario, molto lontani dalla consuetudine quotidiana della torino da bere del terziario avanzato, degli aperitivi trendy, delle Olimpiadi e di altre fesserie del genere in cui percolosamente il bloggante a volte si trova a bazzicare.

Poi lo stillicidio della conta dei morti di quello che si può considerare un 11 settembre sotto la Mole, Il crescere delle responsabilità per il disastro e con queste della rabbia incrudelita dei parenti dei morti, degli altri operai, forse un po’ di tutti quelli che avevano capito davvero cosa stava succedendo.

Poi se non bastasse la tragedia a cielo aperto del primo funerale, con maggiore componente mediatica, era un funerale di gente che ricordava gente, gente non ricca, non famosa, ma che si era fatta un culo tanto nella vita. Poi i successivi funerali più privati, ma sempre più arrabbiati, in cui la speranza di salvare ancora qualcuno degli arsi vivi si spegneva nella realtà drammatica.

Qualche pensiero possibilmente sintetico

La strage di corso Regina si sarebbe potuta evitare o almeno ridimensionare con una sensata applicazione della legge italiana da parte degli organi competenti e soprattutto da parte del management della azienda siderurgica tedesca, che prima ha risparmiato sulla pelle delle persone e ora dovrà pagare e caro sulle bare dei morti. E’ addirittura patetico scoprire che, lo dicono recenti documenti, l’azienda non fu chiusa nel 2006 “perchè c’erano le Olimpiadi”.

La classe operaia, resiste, esiste e fatica. E’ una classe operaia dimenticata perchè numericamente ridotta o perchè fa meno numeri elettorali o perchè non è così trendy come parlare di classe cosiali o temi molto più cool. Fassino, che avrà tanti difetti, ma che spesso parla lucidemente di cose viste e vissute, e lui in questo contesto ci è cresciuto, ha ricordato che ci vorrebbe un neorealismo nei media per riportare il focus su una parte di mondo che rischia l’estinzione nel silenzio: peggio dei panda.

E’ una classe operaia dimenticata anche dai sindacalisti che per varie ragioni sono troppo impegnati in altre faccende per poter ricordarsi del piccolo pautasso che fatica con le mani sporche di grasso.

Almeno è “utile” che la classe operaia riprenda a farsi vedere e sentire in una città come Torino che attorno alla classe operaia ha costruito la sua storia sociale e politica degli utlimi cento anni. Dai movimenti politici, all’immigrazione, alla nascita purtroppo di un movimento armato e alla sua sconfitta.
A Torino c’è ancora la rabbia, la tensione intellettuale, l’etica e la sincerità di quel mondo che si specchia negli operai.

Forse oggi i figli di quelli operai manovano bit piuttosto che lamiere, ma se capiscono che devono mantenere l’etica e la dignità di chi li ha preceduti, daranno continuità a qualcosa di importante.

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