Ma chi pagherà

Di   13 Ottobre 2008
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Mario Deaglio su Lastampa.it

Come terapia d’urgenza, niente male. I punti sensibili del mercato finanziario saranno stretti con dei lacci per evitare ulteriori emorragie; le ossa rotte delle banche saranno accuratamente ingessate; e ci vorrà molto tempo (minimo un anno, si dice, ma possiamo tranquillamente prevedere tempi superiori) perché il paziente torni a camminare con le sue gambe. Se il paziente collaborerà (ossia se, a cominciare da questa mattina, risparmiatori e operatori finanziari smetteranno di vendere in preda al panico), i tempi della sua ripresa si accorceranno.

Detto tutto questo, è doveroso elencare quattro interrogativi che pesano su questa cura.

Il primo è legato precisamente alla collaborazione del paziente: gli esborsi di denaro necessari per sostenere le banche fino a tutto il 2009 saranno minori se la gente darà retta ai governi e scompariranno le vendite dettate dal panico. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli appelli dei capi di governo alla calma o addirittura, più esplicitamente, a non vendere le azioni. Il successo dipende quindi dalla fiducia del pubblico in questi appelli.

Ma quale fiducia hanno davvero i cittadini dei Paesi ricchi nei loro rappresentanti politici?

Il problema della fiducia si aggancia immediatamente a quello del costo. E qui nasce il secondo interrogativo. Garantire il mercato interbancario va benissimo; addossare al settore pubblico le perdite legate all’emergenza del sostegno finanziario è purtroppo indispensabile, come per i danni di guerra. In definitiva, però, chi pagherà? La risposta, che non viene mai apertamente enunciata, è chiarissima: una parte del costo, più o meno grande a seconda dei Paesi ma comunque assai rilevante, sarà rappresentata da un aumento del debito pubblico. Il sollievo immediato potrebbe così risultare l’anticamera di una stagnazione futura di una finanza pubblica schiacciata da troppi salvataggi, espliciti o impliciti, di privati. L’unica crisi finanziaria simile a questa è quella giapponese dei primi Anni 90: la situazione fu controllata e i depositanti garantiti, ma seguirono una dozzina d’anni di stagnazione e un fortissimo aumento del debito pubblico. Vedremo se gli Stati Uniti sapranno far meglio; l’Europa, meno colpita, ha maggiori possibilità di ripartire, magari da sola.

Terzo interrogativo. Riusciranno i nostri governanti a contenere in pochi anni la loro presenza nel capitale delle banche, oppure dovremo rassegnarci a un’altra esperienza tipo Iri (doveva durare 18 mesi, durò settant’anni)? Il rifinanziamento «provvisorio» delle banche in difficoltà annunciato dall’Eurogruppo potrebbe facilmente trasformarsi in permanente.

Le risposte le daranno, con le loro decisioni, tutti i cittadini in quanto risparmiatori, ossia titolari di depositi bancari, proprietari di strumenti finanziari di ogni genere con le loro decisioni di vendere o di tenere una ricchezza finanziaria che è diventata bollente la settimana scorsa e che ora dovrebbe sfreddarsi. E le daranno a partire da questa mattina.