Santoro Vs Annunziata

Di   18 Gennaio 2009
WP Greet Box icon
Benvenuto nel blog di Vittorio Pasteris ! Se vuoi essere aggiornato sulle ultime notizie di questo blog seguimi via Twitter o via Facebook o via Google+ o Iscriviti al feed RSS

Si richiede un parere così per dire sul caso Santoro vs Annunziata. Qualche considerazione veloce veloce.

  • Ho visto solo la prima parte di Annozero e mi era parso decisamente filo palestinese, ma visto il tipo di informazione media che fanno sul tema gli altri canali era difficile non accorgersene.
  • Lucia Annunziata avrà un caratterino, ma ha espresso un suo parere sul modo in con cui si svolgeva il programma giornalistico.
  • Santoro ha avuto una reazione non commisurata al parere. Bastava che discutesse urbanamente con la giornalista ex presidente RAI sulle critiche che questa proponeva senza degenerare subito in escandescenze: Santoro ha perso il controllo di Santoro e della situazione.
  • Quello che è successo a seguire diciamo che non richiede commenti …

Se Santoro non avesse da subito degerato nelle risposte si sarebbe aperto un bel dibattito sul tema che pone Giuseppe Giulietti su Articolo 21 rispetto all’informazione RAI e si potrebbe estendere a buona parte dell’informazione.

Il tema reale è che la Rai questa guerra non la sta raccontando a dovere, il tema vero è che si dovrebbe pretendere che la stampa estera possa entrare a gaza per capire quello che sta accadendo. Il tema vero è che non è possibile vedere unicamente servizi in diretta dai comandi militari.

Personalmente voglio essere libero di apprezzare Lucia Annunziata per le posizioni che esprime come sempre molto chiaramente, ma anche dire che Michele Santoro, ieri, ha dato voce a molti protagonisti di quel conflitto che da altre parti non potrebbero parlare. Non è ammissibile distrarre l’attenzione da quel che sta accadendo spostando l’attenzione da quel che a Gaza sta accadendo all’ennesimo referendum tra Lucia Annunziata e Michele Santoro. Qualcuno vuole lanciare la palla in Tribuna per distogliere l’attenzione da quel che sta accadendo in campo. Il vero problema, allora, e’ proprio questo, c’e’ un principio d’ordine che governa la copertura della crisi di Gaza. Una regola secondo la quale i giornalisti non possono entrare a Gaza, le immagini di quel che accade li’ non si devono vedere, alcuni protagonisti non possono parlare, i mediattivisiti vengono minacciati.

Molto interessante, da leggere e approfondire, l’analisi di Gennaro Carotenuto

Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può performare, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può narrare, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può conversare, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.

L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. Nell’impoverimento culturale della società i quiz sono diventati idioti perché è fastidioso e controproducente far vincere dei soldi a qualcuno solo perché sa. Per far ridere poi in genere bastano quattro parolacce e qualche allusione sessuale. Perfino nelle vecchie tribune politiche si performava, si sciorinavano dati, si mostrava un eloquio da retori oggi sostituito dalle torte in faccia.

Anche la narrazione in tivù è in crisi. I documentari sono confinati sul satellite e i reportage li fa solo quel comunista di Riccardo Iacona. D’altra parte anche le storie ce le siamo finite e non si può fare una nuova edizione di “Guerra e pace” o “I promessi sposi” ogni 10 anni. Del resto “il pubblico non capirebbe”. Le soap poi sono un surrogato di conversazione tanto che molti format e reality sono delle soap camuffate.

La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.

In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. In questo modo una ragazza messa lì ad accavallare le gambe può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita.

Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.