Solite bufere sul CSI Piemonte

Di   29 Ottobre 2009
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Prima Beppe Minello su Lastampa

Chi, per i motivi più diversi, confida nel fatto che al Csi l’era-Rovaris stia volgendo al termine è meglio che rifaccia i suoi conti. Tra i 570 aspiranti all’incarico di direttore generale c’è anche Rovaris che su quella poltrona siede ininterrottamente da oltre 30 anni, da quando il Consorzio informatico lanciava i primi vagiti. «Invece di fare una selezione ad evidenza pubblica come ha deciso il cda forse sarebbe stato sufficiente ipotizzare un paio d’anni durante i quali affiancare ed accompagnare il successore…» ha commentato Rovaris a margine di una conferenza stampa durante la quale lui e il presidente Francesco Brizio hanno ribattuto punto su punto a tutte le accuse piovute addosso al Csi in questi mesi, in particolare dal vicepresidente della Sala Rossa, Michele Coppola (Fi-Pdl) e dal capogruppo in Regione dello stesso partito, Burzi.

Poi Rapahel Zanotti sempre su La Stampa

Ci sono tre motivi per cui il Csi Piemonte è diventato, negli ultimi tempi, zona di guerra. Uno: siamo a fine legislatura e il consorzio regionale, che offre sistemi informatici e servizi alle amministrazioni pubbliche, è un ottimo bacino di voti visti i suoi 1200 addetti. Due: Renzo Rovaris, il direttore generale che guida il consorzio dalla sua nascita, oltre trent’anni, è in parabola discendente. L’assessore regionale all’Innovazione Andrea Bairati ha deciso che era ora di cambiare. Tre: è in scadenza la convenzione con la Regione. Questo significa nuovi equilibri del consorzio con il suo maggior cliente che rappresenta, da solo, il 65% dei ricavi.
Non stupisce, dunque, che attorno a questo centro di potere si muovano gli appetiti di molti. C’è però un dato incontrovertibile che fa da sfondo e su cui tutti, indistintamente, dovranno fare i conti: il Csi Piemonte è diventato un pachiderma che fagocita milioni di euro, nonostante il suo bilancio risulti comunque in attivo.


A dirlo è Booz&Company, una delle prime società di consulenza strategica e direzionale al mondo che ha effettuato un’analisi organizzativa dell’intera struttura su mandato dello stesso Csi. Il risultato è che, a seconda della metodologia di analisi adottata (bottom-up, ovvero dalle singole persone e uffici risalendo alle funzioni di vertice, o top-down, ovvero dal vertice alle unità più dettagliate) il Csi ha sprechi che vanno dal 16% al 22%. In parole povere il Csi Piemonte, per essere concorrenziale, dovrà in futuro ridurre i propri costi di una somma compresa tra i 25,2 e i 34,9 milioni altrimenti il mercato, in breve tempo, avrà ragione di lui.

Booz&Co indica quali sono, secondo le sue stime, i costi che vanno tagliati. Il Csi ha tariffe troppo alte e poco concorrenziali, non usa abbastanza le proprie risorse interne, ci sono troppi ritardi nella consegna e si richiedono troppe modifiche sui progetti. Non solo. L’acquisto di beni e servizi dai fornitori esterni va reso più efficiente, le consulenze esterne sono troppe o troppo esose (oltre quattro milioni di euro lordi nel 2008, con tre sui 100.000 euro) ed esistono doppioni nello staff che vanno eliminati.

Agendo su questi costi si otterrà, secondo la società di consulenza, una riduzione dei costi generali prevista tra il 9 e il 16%. Una cura dimagrante necessaria per evitare che , a breve, le amministrazioni pubbliche si trovino a un bivio: trovare sul mercato soluzioni a prezzi migliori rispetto a quelli che fa loro il consorzio. Sarebbe un dramma, per il Csi, che è una delle realtà in-house più grandi del Paese e che vive grazie alle commesse pubbliche.
Grazie al Csi il Piemonte è una regione pilota per quel che riguarda l’informatizzazione della pubblica amministrazione. Pare che anche il ministro per l’Innovazione nella Pa, Renato Brunetta, abbia messo gli occhi sul consorzio. Il Csi Piemonte è una realtà da 180 milioni di ricavi l’anno ma rappresenta anche una struttura che soffre di una serie di difetti individuati come peculiari dal ministro: burocratizzazione, monopolio, ipertrofismo del personale e scarsa efficienza nel recuperare crediti (dagli enti locali il consorzio avanza ancora 115,4 milioni di euro). Per questo potrebbe essere un ottimo soggetto su cui sperimentare il piano “e-2012”. Insomma, non solo la politica locale guarda al futuro del Csi. E intanto la battaglia sulla direzione generale continua: ci sono 570 candidati per quella poltrona, compreso l’immarcescibile Rovaris.

Poi anche il capogruppo PdL in Regione

Il capogruppo di Forza Italia-Pdl in Regione, Angelo Burzi, è stato negli anni uno degli oppositori del direttore generale del Csi Renzo Rovaris, ma oggi lo difende. Perché capogruppo?
«Rovaris ha commesso i suoi errori, ma oggi non è il tema principale. Se il Csi Piemonte si trova indietro di dieci anni non è colpa sua bensì di quei consorziati che hanno abdicato al loro compito di indirizzo delle politiche sull’informatica».
Qual è l’errore fatto?
«Di fronte alla crisi dell’Ict italiano, la politica ha messo in atto una strategia difensiva sviluppando enti strumentali e agenzie che assorbissero le persone che il mercato non era in grado di trattenere, tarando la domanda degli enti pubblici sulle caratteristiche e la natura dell’offerta».
E invece?
«E invece oggi il mondo è cambiato. Il fenomeno del “cloud computing”, ovvero l’utilizzo di server e software allocati sulla rete, e l’off-shoring, lo spostamento della produzione in zone del mondo a basso costo del lavoro, fa sì che una struttura fissa gigantesca come il Csi Piemonte sia ormai obsoleta».
Da cosa si deduce?
«Ci sono dati che lo dimostrano. Un confronto tra Csi e aziende del contesto omogeneo mostra un minor valore aggiunto del dipendente (68.000 euro a testa rispetto a una media di 74.000), un maggior costo medio del personale (51.000 euro contro una media nazionale di 45.000) e un minor ricorso al mercato (30% contro una media nazionale di circa 44%)».
Qual è la vostra proposta?
«Il consorzio andrebbe ridimensionato in 5 anni: dagli attuali 1200 addetti a 200, altamente qualificati e i 180 milioni di ricavi ai futuri 30 milioni ottenendo un’efficienza oggi non presente».
Ma il livello occupazionale?
«Non si perderebbe. Il consorzio andrebbe spacchettato producendo società spin off che assorbano il personale che dovrà uscire».