Viaggio dentro il giornalismo italiano: dinosauri della carta, mastodonti della chiusura

Di   28 Maggio 2010
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Via Altri occhi

Lo sanno tutti: sono queste le redazioni più importanti del Paese, dove si decide ogni mattina l’agenda setting e il grado di partecipazione e indignazione che dobbiamo mettere nella vita. Quello che forse non tutti sanno è che queste redazioni spesso sono piene di intellettuali snob da quattro soldi e radical chic che non hanno idea di cosa sia la condivisione, la modestia, l’impegno, l’innovazione. Piene di uomini e di donne (con le dovute poche eccezioni) che nel percorso della loro vita si sono dimenticati che la passione è rara e riconoscibile, e che salta all’occhio al primo sguardo. Forse non tutti sanno che uno stagista che lavora per mesi gratis o semi-gratis nelle redazioni importanti delle nostre edicole è un fantasma senza identità, che siede accanto a redattori che non sono interessati a conoscerlo né a sfruttare le sue potenzialità. E’ un fantasma che non occorre guardare in faccia né coinvolgere più dello stretto necessario perché svolga il piccolo degradante compito che gli si assegna rispetto agli obiettivi generali del giornale. Un fantasma che impallidisce ogni giorno di più nel vedere che gli vengono corrette alcune cose giuste con spocchia e superficialità, e che altri commettono errori che non vengono controllati. Forse non tutti sanno che i collaboratori esterni di questi giornali, che accumulano mille lavori da casa per racimolare i soldi per una stanza in affitto, guadagnano mezzo centesimo a battuta e devono consegnare tutto in tempi record.

Si tratta di luoghi di cultura che si accartocciano su se stessi nella costante ricerca di altezzosa autorevolezza. A dispetto dei nuovi luoghi di condivisione orizzontale della cultura e dei nuovi metodi di finanziamento dal basso dei processi giornalistici, in queste redazioni il prestigio è verticale e segue la linea del triangolo sulla cui punta, tenuto in gran conto, siede il direttore (che nel migliore dei casi non si degna di stringere la mano o di interessarsi a conoscere i nuovi arrivati; nel peggiore, fa loro delle strigliate preventive appena solca la porta d’ingresso). Sono uffici più simili a una catena di montaggio che a una squadra: imitano gli ideali della sinistra rivoluzionaria solo nella forma ovale del grande tavolo nella sala riunioni e nelle posizioni scomode che tutti i redattori sono costretti ad assumere per non addormentarsi durante i monologhi del capo.

Lo sanno tutti che sono questi i giornali che rendono l’Italia un paese migliore. Ma ho scoperto che sono molti i giovani che hanno captato la loro matrice autoreferenziale e che si allontanano sempre di più da queste lavatrici di passione a gettoni, che risucchiano chiunque ci passi vicino privandolo della capacità di guardarsi allo specchio. Sono giornali che piantano alberi in Africa per salvare il pianeta ma che sprecano quantità enormi di carta per stampare da internet gli articoli sull’argomento di cui si deve scrivere. Sono giornali che sostengono a parole le vittime dei conflitti ma non si rendono conto del trattamento che riservano agli aspiranti giornalisti e alla violenza psicologica a cui li sottopongono per mancanza di umanità e gratificazione, rimproverandoli se propongono un qualche passo verso l’apertura al web 2.0 e ai social networks. Dinosauri della carta, mastodonti della chiusura. Sono giornali che si dicono impegnati nell’innalzamento del livello culturale del proprio Paese, ma che boicottano le altre iniziative con aggressività e spietatezza (altre riviste o manifestazioni).

Un mio amico reporter mi ha detto: “Beh, non lo sapevi che è così?” ed è stato allora che ho capito. E’ così che funziona l’ambiente culturale in Italia. E’ così che artisti, scrittori, giornalisti e intellettuali si stanno ancora una volta rivelando in tutta la loro natura snob e stanno deteriorando, con testa alta e gobba sui libri, il rapporto con la realtà, con la gente, con i valori originari della condivisione. E’ così che la cultura vera in Italia – quella autentica che si deve contrapporre alla cultura vuota della tv – è diventata profondamente e irrimediabilmente antipatica.
Non c’è da sorprendersi se poi, in una ribellione di massa agli smorfiosi, gli italiani votano un pagliaccio dal dubbio umorismo.