Affanculo la ragion di stato o la paura di crollo del regime: vogliamo chiarezza nei rapporti fra stato e mafia

Di   9 Agosto 2012
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In questi giorni sta crescendo in me l’inquietudine per il tentativo di ostruzionismo o di silenziamento da parte del sistema omogeneo dei giornali tradizionali e dei partiti sulla vicenda trattative stato-mafia, sulle telefonate fra Mancino e Napolitano e sull’azione di pestaggio morale nei confronti dei giudici  di Palermo e Caltanissetta.  Per questo al Fatto Quotidiano stiamo facendo una raccolta di firme per uscire dal silenzio e ridare verità e dignità all’Italia e alla sua informazione.

Il punto sulla situazione da Marco Travaglio

Il regime dei Cinque dell’Apocalisse (Quirinale, Avvocatura dello Stato, Procura della Cassazione, Csm e Governo) che assedia la Procura di Palermo può ritenersi soddisfatto. La notizia anticipata dal Fatto sul procedimento disciplinare contro i pm Messineo e Di Matteo, rei del terribile delitto di intervista, ha raccolto l’audience mediatica auspicata: omertà assoluta di politici, giornali e tg. Fa eccezione il Foglio che, per quanto clandestino, fa il suo sporco mestiere: plaude al Pg della Cassazione e lo esorta a radere al suolo la Procura, “luogo di mille abusi”, anche con processi penali per “violazione del segreto istruttorio”.

Munendosi di microscopio elettronico, si rinvengono su Repubblica alcune righe riservate alla notizia, pudicamente nascoste in fondo a un articolo dedicato a tutt’altro dal titolo “Caso Mancino-Quirinale, no alla legge ad hoc”, per evitare che qualcuno le noti. Problemi di spazio, probabilmente, in una giornata dominata da notizione come il pensiero di Brunetta su Monti, “Porcellum, la battaglia solitaria del soldato Giachetti”, “L’Italia dei borghi a 5 stelle”. Sul Corriere, neanche tre righe camuffate dietro la siepe: in compenso, ampio spazio al pensiero di Follini, alla gigantografia della famiglia reale Giorgio & Clio sulla sdraio a Stromboli, agli alti lai del nuovo Pellico, il ciellino Simone detenuto per corruzione dunque “prigioniero della politica e dei magistrati”.

Seguono le polemiche sullo spot agreste di Aldo, Giovanni e Giacomo e gli scoop del giorno: “La collanina del primo amore” dello scrittore Buzzi, “Il gossip non è più quello di una volta”, “Gli ultimi ciak dei Soliti idioti” e la “caccia ai polpi di Ponza”. Roba forte, altro che la caccia ai pm della trattativa. Non manca, sul Corriere, il diario di un cane che risponde all’angosciante interrogativo: “Perché nascondono sempre il mio osso?”. E non è mica l’unico cane a scrivere sui giornali. La Stampa regala un paginone su “le vacanze misurate degli onorevoli”, poi s’avvicina pericolosamente alla trattativa: “Tanti indagati, poche condanne”. Allusione a Stato e mafia? No, ai finti ciechi, vera emergenza nazionale. E volete mettere, poi, la ricomparsa del “maschio alfa fra i lupi dei Monti Sibillini”?

Linkiesta ha chiesto a Giorgio Galli i perchè di quello che sta succedendo

Professore, il Fatto Quotidiano denuncia l’ostracismo e la strategia del silenzio, promossi simultaneamente dalle più alte istituzioni repubblicane e da quasi tutti gli organi di informazione, contro le indagini della Procura di Palermo sulla presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Condivide una simile accusa?
Eviterei l’espressione “congiura del silenzio” e parlerei piuttosto di estrema cautela da parte delle principali testate italiane. Comportamento che a mio giudizio presenta una giustificazione logica. I temi toccati e sollevati dalle indagini della Procura di Palermo sono tra i più scottanti, poiché coinvolgono il passaggio fra le due fasi della storia repubblicana. La scoperta della loro gravità, in una fase di acuta crisi economica e sociale oltre che di profonda sfiducia e disaffezione nella politica, renderebbe intollerabile la realtà italiana. Che potrebbe rischiare un crollo di regime.

Le nostre istituzioni non sarebbero dunque in grado di sopportare il peso della rivelazione completa della verità su quella stagione? A tal punto è arrivata la loro debolezza?
Ritengo di sì, purtroppo. Fra il 2007 e il 2012 sono stati pubblicati tre libri assai interessanti. “Nelle mani giuste”, romanzo ricco di spunti di verità scritto da Giancarlo De Cataldo, “La Convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica”, frutto di un’inchiesta condotta da Nando Dalla Chiesa, e “Il vile agguato”, ricostruzione documentata compiuta da Enrico Deaglio sull’omicidio di Paolo Borsellino e sull’incredibile vicenda processuale relativa alla strage di Via D’Amelio. Tutti e tre i volumi spiegano come il passaggio fra prima e seconda Repubblica sia avvenuto proprio grazie a una lunga serie di trattative fra apparati dello Stato e Cupola mafiosa: negoziati che alla fine hanno trovato il proprio sbocco nella creazione del soggetto politico Forza Italia. Un percorso segnato dall’azione e dal ruolo determinanti dei servizi segreti e degli uomini di Cosa Nostra. Gli stessi soggetti e gruppi che hanno giocato una parte decisiva nel mistero della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel settembre 1970, e che ciclicamente hanno operato in tutte le fasi cruciali della vita politica nazionale. Realtà entrambe fondate sulla regola del segreto e della massima riservatezza: fattori che rendono estremamente complicata la ricerca e la raccolta delle prove sul piano investigativo. Se però un quadro simile trovasse robusti riscontri probatori e logico-deduttivi grazie alle indagini dei magistrati palermitani sulla stagione di sangue dei primi anni Novanta, sarebbe difficile da sopportare per la realtà politica di oggi. Si tratterebbe di una scossa non indifferente per un mondo già in piena emergenza.

La “Ragione di Stato” dovrebbe quindi prevalere sulla ricerca di una verità che potrebbe essere dirompente?
Ragione di Stato è l’espressione utilizzata dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, per denunciare l’accerchiamento e l’ostracismo istituzionale e mediatico a danno degli inquirenti. Eugenio Scalfari, al contrario, ha invocato il rispetto delle prerogative del presidente della Repubblica per giustificare la necessità di distruggere il testo delle intercettazioni telefoniche tra l’ex responsabile dell’interno Nicola Mancino e il consigliere giuridico di Giorgio Napolitano, Loris D’Ambrosio. Riflessioni entrambe corrette e fondate. Ma lo scontro fra due punti di vista legittimi non può occultare un dato prioritario. Sono convinto che all’Italia dei nostri giorni la scoperta della verità possa giovare enormemente, e ritengo che i pubblici ministeri di Palermo meritino di essere sostenuti e incoraggiati. I giornalisti del Fatto certo esagerano nel linguaggio e negli accenti, ma nel contenuto delle loro critiche hanno pienamente ragione. La loro sacrosanta campagna per l’accertamento della realtà nel biennio 1992-1993, iniziativa degna della stampa libera delle democrazie più avanzate, tende a un obiettivo ben più importante rispetto alla necessità di tenere unite le forze che appoggiano il governo Monti.