La presentazione del nuovo organigramma digitale della Stampa con slang made in Usa, che ratifica un de facto da anni, sta creando commenti curiosi … Nel frattempo si attende il bilancio aziendale 2011 e di capire se qualcuno ha pensato a due parametri: la qualità e l’imparzialità dell’informazione.
Sarà tutta “amerikana” – con scenografie da sfondo televisivo e open space totale – la versione Elkann-Chrysler di via Lugaro della Stampa, figlia forse un po’ scapestrata dell’edizione Fiat-Agnelli del glorioso quotidiano di famiglia, sopravvissuto per oltre 40 anni in riva al Po, ma più che dimezzato nelle copie. Lo hanno inteso domenica scorsa redattori e Cdr convocati in un salone del Bit, in corso Unità d’Italia, dai vertici del giornale. Scopo del mega raduno illustrare i piani di direzione ed editore alla vigilia del trasferimento, previsto per fine giugno, da via Marenco al palazzo ex Sanpaolo oggi di proprietà di Beni Stabili (il cui azionista di riferimento è la francese Foncière des Régions)
Con tutta evidenza, il 2011 è l’anno dei Super-Mario. Prima Mario Draghi, involatosi dalla piccola Bankitalia alla potente Bce. Poi Mario Monti, che ha preso il Paese per i capelli sul precipizio dello spread (e continua a tirare con gelida eleganza). Imprese toste, senza dubbio, anche se il prossimo superuomo sarà chiamato a una missione persino superiore, suppergiù eroica: recuperare il Tg 1 a fama e ascolti dopo l’Era Minzolini.
Il giorno del giudizio dovrebbe essere il prossimo 6 dicembre, quando il giudice per le udienze preliminari potrebbe decidere il rinvio a giudizio di Augusto Minzolini per peculato, ovvero la questione delle spese fatte con la carta di credito aziendale. Il risultato potrebbe tradursi nell’abbandono forzato del ruolo di direttore del TG1, ma lui lo ribadisce, anche dopo la débâcle domenicale: nessuno riuscirà a cacciarmi. Nei giorni scorsi abbiamo seguito il toto-nomine, che si originerebbe proprio con l’addio di Minzolini dal telegiornale di RaiUno, ma ancora è tutto in bilico.
Scriveva ieri Repubblica che, anche nel caso di condanna, gli accordi con l’azienda proteggerebbero Minzolini: se è vero che per legge potrebbe essere destinato ad altri incarichi, il direttorissimo avrebbe l’opportunità di vagliare una probabile candidatura di corrispondente da New York o grande inviato dalle maggiori capitali europee. Rimanendo dunque in piena orbita Rai. I nomi di coloro che potrebbero sostituirlo al timone del TG1 rimangono sempre gli stessi: il più quotato rimane Mario Calabresi, ma in standby c’è anche Antonio Preziosi, ora a capo del Giornale Radio, in pole position se il cda dovesse preferire una soluzione interna. Tra le altre candidature, rimangono quella di Mario Orfeo (anche se deboluccia) e spunta pure il nome di Marcello Sorgi, ora editorialista in forza a La Stampa. Ma come si modificherebbe lo scacchiere delle poltronissime, in caso di dipartita di Minzolini?
Tra rumors, indiscrezioni e conferme, le pedine in gioco continuano a muoversi senza curarsi troppo di dove si fermeranno. E il fantapoltrone trova una moderna esplicazione su Twitter. Sabato Paolo Madron, direttore del quotidiano online Lettera43, ha elargito la propria previsione. Minzolini, come scritto da tempo, dovrebbe finire a Panorama, il newsmagazine Mondadori, nonostante sia inviso a Marina Berlusconi. Nessuna possibilità di TG5 o TG4 per l’attuale direttore del TG1, i cui posti chiave rimangono ancora blindati, perlomeno ora. Però Minzolini aveva già fatto capire che avrebbe preferito rimanere protagonista del piccolo schermo, dunque l’eventuale exit-strategy che lo porterebbe in giro per il mondo da corrispondente del TG1 diventa più che plausibile.
Alla ‘Stampa’ era necessario che tutti condividessero quello che si stava facendo, perché in ballo c’era la possibilità di continuare a fare del buon giornalismo e di farlo in piena libertà. E ci compravamo anche la garanzia di stare in questo gruppo, perché sul mercato ci sono acquirenti interessati a un giornale che pesa nell’opinione pubblica come ‘La Stampa’”. Ora che il 2010 si è chiuso con 300mila euro di utili, alla ‘Stampa’ è partito un piano d’investimenti. “Un impegno economico notevole che l’editore ha deciso di fare, indispensabile per arrivare a una buona integrazione tra prodotti editoriali diversi – sottolinea il direttore – Abbiamo scelto la piattaforma multicanale Méthode, che utilizzeremo per l’intero processo produttivo redazionale. Crediamo così tanto all’integrazione che abbiamo deciso perfino di lasciare via Marenco e cambiare sede”. Sulla rampa di lancio della ‘Stampa’ adesso c’é il sito Vatican Insider. “Un nuovo canale in italiano, inglese e spagnolo, per un target internazionale che va dalla Corea del Sud agli Stati Uniti – anticipa Calabresi – Informazione con un taglio rigorosamente laico ma firmata da grandi specialisti della Chiesa e del Vaticano. E un modello di business nuovo: il sito sarà a pagamento e garantirà agli abbonati in esclusiva tutte le notizie per 24 ore, dopo di che quell’informazione diventerà gratuita per tutti”.
A Torino fervono i preparativi per una nuova santa macchina da soldi: un sito internet di informazione religiosa tutto dedicato al Vaticano e dintorni con contenuti che poi “La Stampa” di Mario Calabresi tenterà di vendere all’estero.
La direzione del sito sarà affidata a Paolo Mastrolilli, ex capo della redazione romana, super gianniriotta boy, che si avvarrà della collaborazione come editorialista di punta di Andrea Tornielli, collaboratore tendenza Ruini de “Il Giornale”.
A Torino voci sussurrano che l’origine di questo sacro portale non sia tanto legata alla futura carriera di Mariopio (che molti vedrebbero bene al TG1 in caso di vittoria del centro-sinistrato o di qualunque cosa che non sia Berlusconi), ma ci sia l’intenzione di stringere una partnership con la News Corp. dello Squalo Murdoch che sarebbe il veicolo scelto per distribuire i contenuti del portale all’estero, dove le uniche notizie che interessano, a parte il Bunga Bunga, sono quelle legate alla Santa Sede.
Recuperano a dicembre il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore. Secondo i dati sulle diffusioni (pubblicati da Stampacadabra e riportati dal sito di Franco Abruzzo) il quotidiano di via Solferino ha recuperato l’1,1% delle copie rispetto allo stesso mese del 2009 (ma su novembre 2010 c’è un calo del 5,9%), allungando rispetto a Repubblica che invece, fra dicembre 2009 e dicembre 2010, ha perso l’1,6% (in questo caso il calo fra novembre e dicembre 2010 è stato “solo” del 3,4%.
Giù anche La Stampa, che sembra avere ormai esaurito l’”effetto Calabresi”: il quotidiano torinese ha perso a dicembre l’1,9% delle copie rispetto all’anno precedente, scivolando al di sotto del Sole 24 Ore che invece nelle stesso periodo ha guadagnato il 4,6%. Ancor meglio ha fatto Libero, che evidentemente già il mese scorso si è giovato del ritorno di Vittorio Feltri dal Giornale, che a sua volta ha subito un tracollo del 9%.
Resto convinto che in uno Stato di diritto e in una democrazia sana spetti alla magistratura la valutazione degli indizi e delle prove e che debbano essere i tribunali e non i giornali a emettere le sentenze. L’idea di una giustizia sommaria somministrata sull’onda delle emozioni e dell’indignazione è qualcosa che mi ha sempre fatto paura e che in passato ha fatto danni che non si dimenticano. Sarebbe il tempo di aprire una discussione vera e approfondita sul rispetto della privacy, dei diritti degli inquisiti e sulla tutela che andrebbe garantita a chi finisce suo malgrado in un’inchiesta senza averne colpa.
Si potrebbe allora dire che la legge in discussione al Senato arriva al momento opportuno. Purtroppo non è così, anzi accade il contrario: il disegno di legge sulle intercettazioni è così palesemente sproporzionato e ha un sapore talmente vendicativo da risultare inaccettabile e da soffocare ogni possibilità di riflessione. Nei mesi in cui riemergono prepotentemente la corruzione e gli intrecci tra la politica e gli affari e in cui la nostra classe dirigente mostra il suo volto più arrogante e spregiudicato, la nuova legge suona come l’estremo rimedio per coprire l’illegalità e garantire impunità.
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La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi. Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.
Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità. E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.
Rivoluzione alla Stampa. Marione l’Africano vuole rifare il lifting al suo giornale. Il quotidiano piemontese assomiglierà sempre più alla ‘casa madre’ di Calabresi ovvero a Repubblica con la trasformazione di cronache, spettacoli e cultura in paginate R2, R3 e così via. Nei salotti che contano a Torino la domanda che circola è: lo fa per nostalgia del suo passato oppure perché sta cercando di frenare l’emorragia di copie del quotidiano che da qualche tempo sta andando in caduta libera?
Da domani mattina La Stampa cambierà il suo prezzo e costerà venti centesimi di più (1,20 euro). E’ sempre spiacevole annunciare un aumento, soprattutto per chi come me è direttore da meno di cento giorni e sta cercando di dimostrarvi passione e attenzione.
Ma la crisi economica, un calo pesante della pubblicità e una difficoltà ormai strutturale della carta stampata ci hanno costretto a rivedere ogni nostra spesa: abbiamo eliminato tutto il superfluo e i giornalisti della Stampa hanno accettato tagli e sacrifici. Non volevamo però mettere in discussione quelli che riteniamo i capisaldi di un’informazione di qualità: una presenza capillare e tempestiva sul territorio, uffici di corrispondenza nel mondo, collaboratori di valore, un numero di pagine sufficiente e una buona qualità delle fotografie. Rinunciare ad avere una redazione competitiva a Roma, così come a Cuneo, a Verbania o a New York e tagliare la foliazione avrebbe significato offrirvi allo stesso prezzo un prodotto di minor valore e sancire il declino di questa testata.
Per questo non avevamo altra scelta che chiedere anche a voi lettori di fare la vostra parte per mantenere intatta la qualità del vostro giornale. Era da più di tre anni che il prezzo restava fermo, anni nei quali abbiamo tutti visto aumentare la benzina, come la pasta, le bollette o i treni.