Manodopera a basso costo assunta attraverso una società terza, creata apposta per aggirare l’accordo sul salario di ingresso. Così la Marcegaglia spa, azienda metallurgica di proprietà dell’omonima famiglia (quella della leader di Confindustria), avrebbe violato l’articolo 28 dello statuto dei lavoratori, incorrendo nella condotta antisindacale. A denunciarlo è la Fiom-Cgil di Ravenna, che nei giorni scorsi ha fatto ricorso al tribunale di Ravenna contro l’acciaieria. La prima udienza era prevista per ieri mattina, ma il giudice del Lavoro, Roberto Riverso, ha ritenuto opportuno rinviarla a mercoledì prossimo per ascoltare altri testimoni.
“La decisione della Fiom Cgil di presentare ricorso al giudice del lavoro per?violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori – spiega il segretario?provinciale della Fiom, Milco Cassani – non è una risposta all’accordo che la?Fiom di Ravenna non ha firmato nei giorni scorsi, piuttosto la definirei?un’azione inevitabile per un sindacato serio che non può tollerare il? comportamento che la Marcegaglia ha attuato e dichiarato a partire da novembre scorso, portando dentro all’azienda manodopera a basso costo, grazie al mancato riconoscimento del contratto aziendale per quei lavoratori”.
I pm milanesi Pomarici e Pradella chiedono l’archiviazione dell’inchiesta sul caposcorta di Belpietro che sparò il primo ottobre 2010 contro un presunto attentatore. Attentato non fu, sostiene la procura La procura di Milano, con i pm Ferdinando Pomarici e Grazia Pradella, ha chiesto al gip di archiviare l’inchiesta per tentato omicidio nei confronti di Alessandro Mastore, il poliziotto caposcorta del direttore del quotidiano Libero, Maurizio Belpietro, nei confronti del quale era stato ipotizzato un attentato la sera del primo ottobre 2010, nello stabile dove abita, nel centro di Milano.
La tesi della Procura è che le indagini portino “ragionevolmente” ad escludere che ci fosse un piano preordinato di attentato alla vita di Belpietro. I pm escludono anche che ci siano motivi per dubitare delle parole del poliziotto, che quella sera sparò tre colpi, probabilmente dopo avere visto una persona che a causa della sorpresa scappò: forse un ladro, comunque non un attentatore.
A far propendere per questa ipotesi, oltre al racconto del poliziotto, anche delle argomentazioni logiche: è apparso inverosimile alla procura che l’eventuale attentatore non avesse complici, che non fosse in possesso di un’arma funzionante. Inoltre l’inchiesta ha accertato che non vi erano particolari ragioni per prendere di mira Belpietro. Tuttavia, i pm ritengono che qualcuno fosse effettivamente nelle scale dell’abitazione del giornalista perché, spiegano, “non ci sono ragioni per dubitarlo”.
Il centro NEXA su Internet & Società del Politecnico di Torino ha organizzato sotto la Mole per sabato 22 gennaio un momento in cui celebrare la disponibilità e la liberazione di una fetta di cultura dai vincoli del diritto d’autore. Un’attenzione particolare sarà dedicata a due grandi autori scomparsi nel 1940: Vito Volterra, grande matematico a cui si deve la nascita della versione moderna del Politecnico di Torino nel 1906 e Francis Scott Fitzgerald, scrittore americano e autore del romanzo “Il grande Gatsby”.
Altri ncontri sono previsti a Firenze e Roma; maggiori informazioni a proposito sono disponibili sul sito del Public Domain Day
Oltre al Rettore del Politecnico Francesco Profumo, all’incontro parteciperanno nell’ordine Juan Carlos De Martin, coordinatore del Progetto COMMUNIA; Franco Pastrone, professore ordinario di Fisica matematica presso l’Università di Torino; Ernesto Ferrero, scrittore e critico letterario; Maurizio Ferraris, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Torino e Pietro Rossi, presidente dell’Accademia delle Scienze.
Conto alla rovescia per i precari con contratto a termine scaduto per poter presentare ricorso contro il datore di lavoro nel caso ritengano di aver subito un’ingiustizia. Scade infatti domenica 23 gennaio il termine fissato dal collegato lavoro per poter impugnare il licenziamento e passata questa data si perderà definitivamente ogni diritto per tutto il periodo retroattivo. Gli interessati sono tra i 100 e i 150mila secondo la Cgil che ha contrastato la norma fin dalla sua approvazione, due mesi fa, definendola, non a caso, «legge tagliola».
È una vera e propria controriforma del diritto e del processo del lavoro – torna a dire il segretario confederale Fulvio Fammoni – ma è soprattutto una norma, quella dei 60 giorni, che colpisce i lavoratori precari che attendono un eventuale rinnovo». Una norma «sbagliata e ingiusta, con vizi di costituzionalità», a cui si aggiunge la gravità della retroattività che, accanto alla brevità del tempo a disposizione (60 giorni dall’entrata in vigore) avrebbe richiesto una campagna per informare gli interessati, per portarli a fare una scelta consapevole tanto più che chi è precario subisce già molti condizionamenti. Invece nulla. Silente il governo, molto impegnato a tener testa alle Ruby di turno.
«Sabato sera Blob ha rimandato in onda la scena, tratta da Agorà su Raitre, in cui il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, si augura platealmente che io venga picchiato. Tre ore dopo è stato accontentato». Inizia così il racconto di Mario Adinolfi. Sulla sua pagina di Facebook, il blogger e giornalista denuncia di essere stato aggredito nella notte tra sabato e domenica a Roma da otto ragazzini («forse non c’era neanche un maggiorenne»), di essere stato preso a pugni e a colpi di casco in faccia al grido di «ciccione». In Pronto Soccorso gli sono state riscontrate ecchimosi, edema, ferite lacero-contuse. «Niente di terribile – scrive Adinolfi -. Ma il turbamento è profondo».
Per interrompere la prescrizione dei diritti contrattuali acquisiti pubblichiamo due faxsimile della lettera da inviare all’editore per raccomandata entro il 23 gennaio prossimo. Chiesto alla Fnsi di mettere al centro del congresso nazionale di Bergamo e dell’azione postcongressuale tutte le azioni possibili, d’intesa con sindacati, partiti e associazionismo, per correggere gli effetti nefasti della legge 183 e ripristinare i diritti cancellati da questa normativa. IN CODA il testo della legge 183/2010 con un’analisi dell’ufficio legale della Fnsi.
Un Direttivo del Sindacato dei giornalisti del Veneto è stato dedicato alla legge 183/2010, il cosiddetto “Collegato lavoro”. La relazione è stata tenuta dal legale del Sindacato veneto, Luisa Miazzi, che ha spiegato nel dettaglio i contenuti della norma ai giornalisti veneti accorsi numerosi alla riunione. Era presente al completo la Consulta dei Cdr che si stanno mobilitando per far fronte alla grave situazione che, causa questa legge, penalizza centinaia di precari e freelance solo nel Veneto.
60 giorni di consultazione pubblica e poi il provvedimento diventerà realtà: l’Autorità Garante per le Comunicazioni (AGCOM), facente capo al presidente Corrado Calabrò, ha promulgato il testo (pdf | HTML) con il quale intende porre un fermo giro di vite sul mondo della pirateria online ed ora attende le osservazioni di utenti ed operatori del settore per capire se la misura scelta possa essere al tempo stesso repressiva e garante dei diritti di tutti.
L’alchimia formulata dall’AGCOM, anzitutto, mette da parte le tentazioni dell’Hadopi francese: in Italia non si parla di disconnessioni o diffide, ma si segue una via di concertazione secondo cui i detentori dei diritti hanno vari step da seguire per veder garantita la propria tutela. Così facendo l’Autorità viene a trovarsi con segnalazioni verificate in mano e con gli strumenti utili a colpire i siti pirata: la formula per l’applicazione dei provvedimenti censori non è ancora del tutto chiara, ma il passo in avanti è chiaro e la proposta è attesa ora al vaglio della critica.
Citizen Concepts annuncia il lancio di PatriotApp, la prima applicazione al mondo per iPhone che consente ai cittadini di aiutare le agenzie governative nella creazione di un mondo più sicuro, più pulito e più efficiente attraverso il social networking e la tecnologia mobile. Questa applicazione è stata messa a punto con la convinzione che i cittadini possano fornire la più sofisticata e più ampia rete di occhi e orecchie necessaria per prevenire il terrorismo, la criminalità, la negligenza ambientale, o altri comportamenti dannosi.
Gennaio 2010, Rosarno, Calabria. Le manifestazioni di rabbia degli immigrati mettono a nudo le condizioni di degrado e ingiustizia in cui vivono quotidianamente migliaia di braccianti africani, sfruttati da un’economia fortemente influenzata dal potere mafioso della ‘Ndrangheta. Per un momento l’Italia si accorge di loro, ne ha paura, reagisce con violenza, e in poche ore Rosarno viene “sgomberata” e il problema “risolto”. Ma i volti e le storie dei protagonisti degli scontri di Rosarno dicono che non è così. Scovarle e dare loro voce è oggi forse l’unica via per restituire al Paese la propria memoria: quella di quei di giorni di violenza e quella del proprio recente quanto rimosso passato di miseria rurale.
Per seguire il groviglio di traffici di soldi molto loschi intorno alle varie aziende consociate di Finmeccanica, così come lo ha raccontato domenica sera Report, ci vuole una matita e un blocco per appunti. A un certo punto si evoca un impegno di Gianfranco Fini per salvare dall’arresto l’onorevole Di Girolamo, ma la successione di personaggi, storie e sospetti è densissima.
Corriere della Sera, ore 16,30. Varco la porta di via Solferino e mi sembra quasi strano. Non mi reggo in piedi. Paradossalmente oggi che ho ripreso a mangiare sto peggio di ieri. Alla reception aspetto di salire in direzione. Ho un incontro con il direttore a cui partecipano anche il condirettore e il direttore delle risorse umane. La prima domanda è ovvia: “Come stai?”. E poi si inizia a parlare della vicenda con toni cordiali, quasi affettuosi.
Non sono qui per una trattativa, ma per un chiarimento su tutta la vicenda. Mi scuso subito per le tante mail di insulti arrivate al direttore: la critica è una cosa, l’offesa un’altra. “Ho risposto a tutti – spiega Ferruccio de Bortoli -. Sono passato per uno che non sostiene i giovani e non così. Ma ho le spalle larghe”.
Abbiamo molte cose da chiarire: dai motivi della protesta alla preoccupazione dei colleghi per la mia salute, dallo stato di crisi del giornale alle mie aspirazioni reali/illuse/disilluse. Cerco di leggere tra le righe, ma faccio fatica perché il mio mezzo neurone rimasto attivo incomincia a vacillare. So che i colleghi mi sono vicini: i loro messaggi di questi giorni mi hanno dato grande conforto. So che amo sempre mamma Rcs, anche se al momento mi considero una figliastra.
E adesso cosa succede? Succede che ho un contratto e posso tornare a lavorare appena mi sarò ristabilita. Nessuna promessa, ma l’assicurazione che chi merita prima o poi fa carriera. Fa davvero carriera. “Insomma, mi perdonate?” dico quasi scherzando. De Bortoli sorride, mi stringe la mano e mi saluta.
Sciopero della fame, quinto giorno. Fine. Oggi interrompo la protesta. Quello che ho potuto fare l’ho fatto. Ho raggiunto il mio obbiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica, almeno per quanto riguarda la Rete e gli organi legati all’editoria. Anche se la maggior parte della stampa tradizionale mi ha ignorata, nonostante i lanci di agenzia. Chissà perché?
Adesso è arrivato il momento di andare avanti con altri mezzi e strategie diverse per far discutere di precariato. Bisogna portare a casa risultati. Come? Rivoluzionare il sistema mi pare arduo, ma si può tentare di cambiare le regole, di dare più serenità ai precari, di garantire a tutti un lavoro dal valore monetario adeguato e sufficiente a pagare affitto e mantenimento, senza l’aiuto della famiglia.
Purtroppo precarietà non significa flessibilità. All’estero un lavoratore flessibile ha uno stipendio superiore a quello di un dipendente a contratto a tempo indeterminato, almeno per quello che ne so. Questo permette ai flessibili di tutelarsi a proprie spese, non potendo usufruire delle tutele aziendali.