I giornalisti scenderanno dalla collina ?

Di   2 Gennaio 2009
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Via Lsdi

In  « L’appel de la Colline » ou les brumes d’un consensus minimaliste, Maler traccia un’ analisi approfondita e corrosiva dell’ appello, ‘’mettendo in evidenza in maniera lampante le ambiguità e le cose non dette di questo testo nebbioso, redatto – spiega – strettamente dal punto di vista dei giornalisti professionali, dimenticando di difendere prima di tutto e soprattutto il diritto di essere informato dei cittadini (e le condizioni economiche concrete dell’ esercizio di questo diritto), così come la libertà di espressione di tutti, in particolare su internet e nei blog, di cui la libertà di stampa non è che un aspetto particolare’’.

Riaffiora il solito sospetto, nota Narvic, e cioè che i giornalisti invochino ‘’i grandi principi della democrazia soltanto quando servono a sostenere i propri interessi corporativi e che si guardano bene dall’ andare fino alle conseguenze della logica che sta alla base di questi principi: metersi al servizio dei cittadini significherebbe dar loro voce in capitolo e accettare di rendere conto a loro’’.

E poi, aggiunge, ‘’difendere il diritto all’ informazione senza porsi chiaramente la questione delle condizioni economiche del suo esercizio è semplicemente una vuota petizione di principio’’. A questo punto, rileva Narvic, ‘’i giornalisti smettano di meravigliarsi se questo appello al Popolo resta largamente senza risposta. Il fatto è che ancora una volta si sono dimenticati di imbarcare il popolo sulla loro nave’’.

da l’Appel de la Colline”

La libertà di stampa non può essere uno scopo in sé, ma solo un mezzo: la condizione indispensabile non soltanto della libertà di opinione (che non può essere altro che libertà di pensare a titolo privato), ma soprattutto della libertà di espressione e di critica pubblica.

Il diritto all’ informazione non riguarda soltanto il diritto di disporre di informazioni, ma anche di poterle produrre. E quindi copre due diritti: quello di informare e quello di essere informati. E questi diritti presuppongono che sian o garantiti I mezzi per poterli esercitare. In altre parole: il diritto ad informare, come quello ad essere informato, non è o non dovrebbe essere un privilegio (e a maggior ragione un monopolio) dei giornalisti (e a maggior ragione delle aziende che li impiegano, soprattutto quelle per cui il primo obbiettivo è realizzare dei profitti) ma un diritto dei cittadini che, quando ci si tiene all’ altezza dei grandi principi, non saprebbero suddividere i beneficiari di questo diritto fra dei « cittadini passivi » a cui l’ in formazione è destinata e dei « cittadini attivi » che la producono. E’ una cosa scontata? E allora perché non dirlo?