La fine dell’età del piombo e i cinesi trasportati a Milano

Di   1 Ottobre 2010
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Via Franco Abruzzo

Due giorni di sciopero  subito (e 5 programmati) al Corriere della Sera. Sulla multimedialità la trattativa diventa subito scontro asprissimo. E’ rivolta contro il direttore Ferruccio de Bortoli,  che ha scritto: “Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso. L’età del piombo è alle nostre spalle”. Franco Abruzzo: “Marchionne fa proseliti in via Solferino. E’ problematico fare i giornali in Cina, mentre è più facile  trasportare la Cina a Milano”.

Ferruccio De Bortoli ha affermato in una lettera al CdR (pubblicata in coda): “L’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell’era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste. Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv”.

Dalla lettera di De Bortoli

Cari colleghi, Questa lettera vi complicherà la vita. Ma la discussione che ne scaturirà ci permetterà di investire meglio nel nostro futuro di giornalisti del Corriere della Sera. E costituirà uno spunto importante per una discussione di carattere generale che la nostra categoria non può rinviare all’infinito. Di che cosa si tratta? In sintesi vi potrei dire: investiamo di più nel giornale e nella qualità, ritorniamo a dare spazio ai giovani, ma ricontrattiamo quelle regole, in qualche caso autentici privilegi, che la multimedialità (e il buon senso) hanno reso obsolete.

UPDATE: l’interessante lettera aperta a De Bortoli del Tagliaerbe Davide Pozzi

“La carta è morta”, amo raccontare da qualche anno quando vado nelle aziende a vendere pubblicità sul web. Molti mi guardano male, molti mi deridono, ma poi un mesetto fa mi son letto la lista dei tagli e degli esuberi che stanno cadendo a pioggia su giornali e testate italiane di qualsiasi tema e colore politico, e mi sono reso conto che, finalmente, i nodi sono arrivati al pettine. Alla faccia di chi mi sbeffeggiava e credeva nell’incrollabilità dell’impero cartaceo – annesso l’indotto – e della stabilità eterna della propria cadrega. Le cause del declino della carta sono tante, ma credo che i motivi per cui i vecchi giornalisti osteggino il web siano sostanzialmente 2: uno economico e uno “anagrafico”.

Economico. Gli anziani redattori difendono uno stipendio (e relativi benefici) che chi scrive per il web si sogna. Mai sentito parlare di articoli pagati qualche centesimo di euro? O di siti e blog che si reggono esclusivamente sul paid to write (ovvero sulla divisione dei guadagni AdSense fra webmaster e autori)? Il web è questo, caro Ferruccio. E’ un ambiente dove i privilegi non esistono, dove lo stipendio è variabile, dove quotidianamente bisogna inventarsi come monetizzare le pagine che si pubblicano.

E nonostante tutto, dentro questo scenario iniziano ad intravedersi progetti editoriali ben strutturati (e ben finanziati). Il primo è stato Il Post (OK, qualche problemino lo ha), ma pare che Banzai ci abbia comunque messo dentro quasi 1 milione di euro); e a giorni è in arrivo Lettera43, fondato e diretto da Paolo Madron e scritto da una ventina di giornalisti under 30 (budget del progetto: 3,5 milioni di euro).

“Anagrafico”. Ma forse, più che il lato economico, è quello anagrafico a dover preoccupare. Sono nato nel 1968, e le persone della generazione X sono probabilmente le prime ad aver usato e “accettato” Internet come arricchimento della propria vita. La generazione Y manco si pone il problema: vivono immersi nella Rete da quando sono nati, per loro la tecnologia e i media digitali sono parte integrante nell’arredamento domestico (ho 3 figlie piccole che maneggiano iPad e Nintendo DS come noi maneggiavamo Lego e Meccano).

Il problema è quello della TUA generazione. Chi è nato negli anni ’50, purtroppo, ha vissuto la gioventù, l’epoca dell’apprendimento, senza conoscere il web. Ora che ha una buona posizione lavorativa, ora che occupa posti di potere nelle istituzioni e nella politica, ora che può decidere le sorti altrui, tira il freno a mano e si mette di traverso.

Perché ha una paura matta di ciò che non conosce, di ciò che non capisce. Perché il web è tremendamente democratico, meritocratico e competitivo, è in grado di fare tabula rasa di ciò che è stata l’editoria fino ad oggi, mettendo tutti sullo stesso piano: il blogger può bagnare il naso al giornalista, e questa cosa non è accettabile per i “baroni della carta”.

Eccoci dunque arrivati allo scollamento generazionale, alla “guerra civile” fra persone che fanno sostanzialmente lo stesso mestiere ma che hanno 2 modus operandi completamente diversi. Con la tua lettera hai cercato di complicare la vita alla vecchia generazione, ma – se anche tu hai figli – sai bene che è impossibile cambiare il carattere, gli atteggiamenti e i comportamenti di certi bambini, figurati di chi per decenni ha vissuto e campato in un certo modo.

La soluzione, comunque, esiste: per ogni giornalista del Corriere che andrà in pensione, assumi un 30enne che abbia almeno una decina d’anni di esperienza vera su Internet. Quando questi giovani supereranno i vecchi, ci sarà il ribaltone e otterrai il giornale che sogni. Il problema è che questo cambiamento andrebbe fatto, diciamo, in un paio di settimane. Oppure il Titanic affonderà mentre l’orchestra suona, anzi, mentre l’orchestra litiga.