Editoria in tempi di crisi: la lezione di Economist e Bild

Di   15 Luglio 2009
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Via Corriere.it

La vita è curiosa. Nel 2006 The Economist profetizzava, con pi­glio provocatorio, la scompar­sa dalle edicole dell’ultimo quotidia­no nel 2043. Ora la recessione accele­ra i processi. Molti quotidiani e setti­manali, travolti dal calo della pubbli­cità, vanno male. Ma The Economist Group no. Anzi, il 31 marzo 2009 ha chiuso il suo bilancio record. Quando diede l’allarme al resto dell’informa­zione, la Cassandra londinese dichia­rava ricavi per 218 milioni di sterline con un utile netto di 22. Adesso, gua­dagna 38 milioni su 313 fatturati. L’al­fiere della globalizzazione – lettura obbligata dell’iperclasse che trasvola sulle patrie – miete i suoi successi. Vende quasi 1,4 milioni di copie, il doppio di 10 anni fa, il quintuplo ri­spetto agli anni Ottanta. Dell’autorevolezza della testata, fondata nel 1843 da James Wilson, un sostenitore del free trade, si sa tutto. Rupert Pennant-Rea, già direttore ne­gli anni Ottanta, è stato vicegoverna­tore della Banca d’Inghilterra e ora presiede l’editrice. Negli anni Trenta, Luigi Einaudi, esule volontario dal Corriere espugnato dal fascismo, era il corrispondente dall’Italia. Si sa me­no, invece, dell’azienda.

The Econo­mist Group riunisce, attorno alla sto­rica ammiraglia, mensili specializza­ti, siti internet, l’Economist Intelli­gence Unit e il notiziario del Congres­so Usa, Roll Call, cui si è aggiunto Ca­pitol Advantage, comprato l’anno scorso per 21 milioni di sterline forni­ti senza battere ciglio dalle banche benché – circostanza insolita a oc­chi italiani – il gruppo abbia un pa­trimonio netto negativo e l’acquisita abbia solo avviamenti. La verità è che, dopo oltre un secolo di bilanci contenuti, la società ha co­minciato a fare tanti soldi. E a distribui­re agli azionisti perfino un po’ di più di quanto guadagni. Negli ultimi 4 esercizi, ha pagato dividendi per 152 milioni avendo realizzato 126 milioni di profitti. Una scelta non rara nel Re­gno Unito: il London Stock Exchange si regola allo stesso modo. E resa possi­bile dal flusso di cassa abbondante. Ai soci interessa meno, evidentemente, il valore della società. In base al prezzo indicativo dell’azione a bilancio, il gruppo vale 500 milioni di sterline, ma la società non conferma perché non tutte le azioni sono uguali e The Econo­mist Group non è quotato. Anzi, una struttura proprietaria curiosa. Il capitale è infatti formato da 4 ca­tegorie di azioni: 100 azioni senza di­ritti patrimoniali ai trustees, 22,68 mi­lioni di ordinarie pressoché senza di­ritti di voto (gli Agnelli ne hanno ap­pena comprate 50 mila, parecchie so­no destinate ai dipendenti), 1,26 mi­lioni di azioni speciali A in mano a una novantina di soci tra i quali Lynn Forester de Rothschild con il 19%, e poi i Cadbury e gli Schroeders, e altret­tante di classe B di proprietà del Fi­nancial Times, gruppo Pearson, che le ha acquistate nel 1928. I 4 trustees controllano i passaggi azionari e le no­mine al vertice del giornale e della so­cietà.


Se The Econo­mist Group può essere paragonato a una fregata, con i suoi 1.234 addetti, Springer è una corazzata con una ca­pitalizzazione di Borsa di 2,2 miliar­di, due volte i mezzi propri, 10.600 di­pendenti, ricavi per 2,7 miliardi di eu­ro, un utile di 571 milioni, che sareb­be stato record anche senza la vendi­ta della partecipazione nella tv Prosie­bensat. Come l’inglese, anche il gruppo te­desco non è scalabile. Ma solo perché la maggioranza assoluta del capitale è in mano a Friede Springer, la vedo­va del fondatore. Qui, però, la succes­sione al carismatico Axel è stata diffi­cile: dal 1985 al 2002 il timone è pas­sato più volte di mano. La stabilità è stata raggiunta solo 7 anni fa quando la signora Springer ha individuato nell’allora trentanovenne Mathias Doepfner, che aveva iniziato come giornalista, la guida operativa del gruppo e in Giuseppe Vita il presiden­te. Diversamente dall’Economist, te­stata globale, Springer edita giornali legati al territorio che, sull’esempio della Bild, figliano periodici specializ­zati esasperando l’uso del marchio. In Europa orientale ha posizioni pre­minenti, anche se nel difficile 2008 non ne ha ricavato profitti. Springer dà dividendi alti, ma meno degli in­glesi, ed è generoso con i manager.

I suoi 4 top hanno ricevuto complessi­vamente 13,1 milioni nel 2008, 48 vol­te il costo pro capite dei dipendenti. L’Economist non dà notizie comple­te, ma sembra largheggi meno. Il gruppo Springer è attento ai co­sti operativi. Annuncia nuovi tagli per 40 milioni dopo aver già fatto tre grandi ristrutturazioni: il trasferimen­to della sede da Amburgo a Berlino che comportò le dimissioni di circa il 15% dei dipendenti; la condivisione delle tipografie dei periodici con l’al­tro big tedesco, Bertelsmann; la rior­ganizzazione delle redazioni in un flusso continuo online-carta-online. Pari attenzione ai costi finanziari. Pur avendo tanto investito, il debito netto è pari a 335 milioni, assai meno del margine operativo. Ma il vero punto di forza sono le vendite e la di­pendenza dalla pubblicità inferiore al­la concorrenza: il 43% dei ricavi con­tro il 54% degli altri media tedeschi; e ancor più lo è la dipendenza dai pic­coli annunci (18% dei ricavi pubblici­tari) che invece procurano ancora ol­tre la metà del fatturato in Germania e Regno Unito. Detto tutto questo, è certo merito della Bild se il suo pub­blico è più vasto di quello di ogni pro­gramma tv tedesco. Ma, forse, anche della lobby degli editori che è riuscita in Germania a contenere le risorse della tv commerciale così da avere un rivale meno potente e capace della tv italiana.