Cinque domande sull’epurazione dei pubblicisti

Di   19 Dicembre 2011
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L’Ordine dei Giornalisti per anni ha avuto la stranezza abissale di avere due tipologie di figure professionali: i giornalisti di serie A e di serie B: i professionisti e i pubblicisti. Per anni i pubblicisti sono proliferati perchè al sistema servivano voti, carne da macello e numeri. Il sistema andava rivisto e ristrutturato da tempo facendo uscire di fretta “i mercanti dal tempio”, ma non si è fatto nulla per una redenzione morale. Ora arriva la mazzata, non inattesa, delle liberalizzazioni a venire e inizia “la grande rivoluzione” in cui terrorizzati i portatori di privilegi cercheranno di salvare il privilegio. Ma ora i topi stanno per uscire dalle tane e i gatti li mangeranno.

Qualche quesito sull’evoluzione delle cose di Stefano Tesi

Che fine, professionalmente parlando, faranno gli 80mila colleghi, non è dato sapere. Qualcuno propone di relegarli in un albo “ad esaurimento”, come i Cavalieri di Vittorio Veneto, ma senza medaglie al merito.
I diretti interessati (o meglio, chi all’OdG formalmente li rappresenta) ovviamente alzano le barricate e difendono anche le poltrone, i privilegi, le diarie e le indennità di un fortino in un tutta onestà non sempre difendibile. Tanto da indurre un commentatore (qui) a parlare di “Ordine prigioniero dei pubblicisti”.
Beh, contrariamente ad altri colleghi ho preferito pensarci bene prima di affrontare l’argomento, che mi pare assai più complesso e spinoso di quanto sembri.
E non mi sono unito al coro di chi per istinto, e forse un po’ superficialmente, ha gioito per questa paventata abolizione dicendo che finalmente non si ritroverà più accanto, nel mestiere, a dopolavoristi e signore bene.
Mi pare una posizione, sebbene comprensibile, miope e ingenerosa, ma soprattutto un po’ avventata, priva degli scrupoli che ci si dovrebbero fare quando si prendono decisioni destinate a incidere pesantemente sulla vita e sul futuro lavorativo delle persone.
Preferisco invece farmi e porre ai lettori alcune domande.
La prima è: che quadro si prospetta per l’esercizio della professione?
Supponiamo che gli 80mila pubblicisti rimangano tali, in attesa di “esaurimento”. Si troveranno in concorrenza con chi? L’informazione, per come è strutturato oggi il mondo editoriale (e anche a prescindere dagli enormi problemi legati al compenso del lavoro giornalistico, vedi la “Carta di Firenze”), non può fare a meno dei pubblicisti, intendendo per tali tutti coloro che lavorano fuori dalle redazioni. Ne consegue che la liberalizzazione, trasformando chiunque in pubblicista di fatto, moltiplicherà ulteriormente la categoria dei “collaboratori”, stavolta però senza titolo professionale? Con quali conseguenze economiche e occupazionali, visto che già oggi la categoria aveva l’acqua alla gola?
Seconda domanda: con l’allargamento della base dei collaboratori esterni “senza tesserino” (quindi sottopagati o non pagati) e con il parallelo asciugamento delle redazioni a causa della crisi, chi mai in futuro potrà aspirare a diventare “giornalista” iscritto all’albo, visto che per questo la legge prevede il praticantato e/o l’assunzione e/o un reddito da attività professionale almeno uguale a quello di un redattore ordinario? Andiamo verso un OdG destinato a sua volta all’esaurimento o allo svuotamento?
Terza domanda: o forse, fatta la legge, si trova l’inganno? E, mutando le norme di accesso (o, più facilmente, la loro concreta applicazione: possibilità di sostenere l’esame e difficoltà del medesimo), si ripeterà coi professionisti quanto a suo tempo accaduto per i pubblicisti, cioè si agevolerà in ogni modo il travaso dall’una all’altra categoria, così da ricreare la massa critica professionale?
Quarta domanda: a cosa davvero mira tutto ciò? Forse a indebolire le fonti di entrata delle floride casse professionali (Inpgi e Inpgi2) e a renderne meno indolore il da tempo ambito assorbimento nell’Inps?
Quinta domanda: ma non era meglio, più giusto, più semplice fare una reale riforma dell’ordinamento, adeguandolo ai tempi e ridisegnando una professione, la necessità di una fisionomia della quale è ormai percepita come necessaria (vedi qui) perfino nei paesi in cui non esiste un Ordine dei Giornalisti?