Vite da pubblicisti e dignità del mestiere del giornalismo

Di   28 Dicembre 2011
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Carlo Gubitosa scrive un intelligente post in risposta a un intelligente approccio di Franco Abruzzo per fare il punto sulla situazione dei giornalisti pubblicisti in Italia. Titolo dell’immagine allegata: carne da macello.

Giorni fa ho scritto una lettera aperta a Franco Abruzzo, esponente di rilievo del giornalismo lombardo e italiano, che di fronte all’imminente chiusura dell’albo dei pubblicisti propone di ammettere all’esame di stato da professionisti solo chi guadagna abbastanza per dimostrare che vive di giornalismo. Io gli ho fatto presente che c’e’ gente sottopagata, pagata in nero o non pagata affatto, e che per molti precari sarebbe difficile dimostrare un reddito significativo associato alla propria attivita’ giornalistica. Negargli l’accesso all’esame di stato sarebbe un’ulteriore immeritata penalizzazione. Di seguito la risposta in sei punti di Abruzzo, cosi’ come l’ha pubblicata sul suo sito, intercalata dalle mie osservazioni:

a Carlo Gubitosa sfugge che quella di giornalista è una professione intellettuale che si può svolgere in due modi come ha affermato l’Europa per tutte le professioni: da dipendente o da autonomo. Dare del “mercenario” a chi svolge una professione è soltanto un fatto provocatorio, e, quindi, inutile. Lavorare gratuitamente si può, ma chi lo fa è un dilettante o un volontario.

Mia obiezione: questo ragionamento e’ forte con i deboli e debole con i forti.

E’ facile fare i forti con i deboli, e chiedere che sia proibito il lavoro giornalistico ai “dilettanti volontari”, ignorando o facendo finta di ignorare che invece in molti casi i lavoratori sottopagati o non pagati del giornalismo sono seri professionisti che accettano condizioni di pagamento altrimenti inaccettabili, per mantenere il valore della propria firma e sperare che la visibilita’ porti anche lavoro.

Esempio concreto: io ho scritto dodici libri, faccio il giornalista dal 1996, ho vinto due premi giornalistici di cui uno erogato dallo stesso Ordine dei Giornalisti che ora vorrebbe proibirmi di provare le mie competenze in un esame di stato da professionista, in tempi di vacche grasse avevo redditi significativi prima che i miei compensi da freelance venissero tagliati anche del 75% a parita’ di prestazioni, ma ora secondo Abruzzo non dovrei essere ammesso come Pubblicista all’esame di Stato da Professionista pur avendo una rubrica fissa su un quotidiano nazionale dove ho scritto anche editoriali, e questo non perche’ io sia indegno di vedere riconosciuta quella che e’ la mia professione, ma perche’ il quotidiano “Liberazione”, in profonda crisi strutturale, ha deciso di chiedere ai suoi collaboratori un sostegno “militante” con la sospensione dei pagamenti per le collaborazioni, come ha fatto anche con i redattori della testata che hanno visto ridursi drasticamente le loro ore di lavoro e i loro compensi.

Ma non si capisce che riconoscendo come giornalista solo chi guadagna una certa cifra si mortifica l’anima del giornalismo appassionato premiando solamente chi interpreta questa professione in senso prezzolato come una qualunque prestazione d’opera a pagamento e non come un fondamentale servizio sociale reso alla comunita’?

Questo ragionamento e’ anche debole con i forti, perche’ da una parte si vorrebbero estromettere dalla professione i giornalisti non pagati o pagati poco, ma dall’altra non si propone nulla per impedire alle redazioni di erogare compensi nulli, prossimi allo zero o comunque ridicoli. Prendiamo atto che con il libero mercato e le normative europee non possono esserci piu’ dei “tariffari”, e che quello sottoscritto da FNSI e USPI va considerato un “massimario”, ma anziche’ proibire l’esame di stato ai “pubblicisti squattrinati”, non sarebbe meglio stabilire anche un “minimario” e fare delle verifiche sui pezzi firmati dai pubblicisti e dai non iscritti all’Ordine per controllare che quei pezzi siano stati pagati con una cifra decente, almeno il 20% del “massimario”, per impedire che sia varcato il confine tra il libero mercato e lo sfruttamento legalizzato della manodopera?

Perche’ si vuole chiedere ai pubblicisti di nome o di fatto di rinunciare all’albo che riconosceva la loro professionalita’, di smettere di lavorare se le paghe non sono adeguate, di portare da soli tutto il carico dei problemi della loro categoria, mentre si lascia mano libera agli editori di utilizzare professionisti, pubblicisti, non iscritti all’albo e manovali del copia incolla, e di utilizzarli pagandoli quanto gli pare, senza nessun controllo a priori o verifica a posteriori?

Allora mi sta bene che Abruzzo dica “e’ impossibile che un giornalista non sia pagato”, ma non mi convince il sillogismo “allora chi non e’ pagato non e’ un giornalista e non puo’ essere riconosciuto come tale”. Anziche’ dire agli sfruttati “tu non sei un giornalista” si vada a verificare quanti giornalisti vengono pagati poco e male, e si dica agli editori “e’ impossibile che tu non paghi con una cifra decente chi svolge mansioni da giornalista nella tua testata”.

“Ammettere tutti i pubblicisti all’esame di Stato”? Anche quelli che lavorano svolgendo altre professioni, altri impieghi o altri mestieri? O solo quelli precari, che lavorano da giornalisti e che sono pagati malissimo da editori senza scrupoli? La subordinazione dell’ammissione all’esame di Stato al reddito è solo un metodo per ricavarne una regola empirica: fanno l’esame di Stato coloro che vivono di giornalismo, e non tutti, perché nell’esercito dei pubblicisti figurano anche coloro che scrivono per diletto due articoletti all’anno. “Anche i pubblicisti sfruttati possano essere degni di sostenere un esame di stato?” Chi si prenda la briga di esaminare gli atti dell’Ordine di Milano dal maggio 1989 al giugno 2007 si renderà conto che questo principio è stato rispettato sul presupposto che chi lavora intensamente ed è pagato poco non deve pagare due volte l’irresponsabilità degli editori.

Mia obiezione: L’albo dei pubblicisti e’ nato proprio con l’intenzione di coinvolgere “non professionisti” a tutela del lettore. L’idea era quella di costringere chi scrive articoli, anche se svolge altre professioni diverse dal giornalismo, a rispettare le regole della buona pratica giornalistica come membro di una specifica categoria professionale.

Seconda obiezione: non si capisce come mai si vogliono fare epurazioni solo tra i pubblicisti mentre invece nessuno protesta se nell’albo dei professionisti, l’unico che in teoria obbliga i suoi iscritti all'”esclusivita’ della professione” rimangono iscritti parlamentari, pensionati di lungo corso, gente che nel giornalismo ha fatto il sindacalista per gran parte della propria carriera senza scrivere articoli, o persone iscritte ad altri ordini professionali che possono continuare ad essere nominalmente giornalisti professionisti pur esercitando contestualmente il mestiere di notai o avvocati con iscrizioni multiple a vari albi professionali.

Ancora una volta, il punto e’ la coerenza e la deontologia. Se si vuole fare una “scrematura” espellendo dall’ordine chi fa altri mestieri, per coerenza la si faccia anche nella categoria piu’ tutelata e piu’ potente, e non solo tra i pubblicisti. Se invece il punto e’ la difesa della deontologia, e vogliamo affermare il principio che l’Ordine e’ il custode delle regole di un mestiere, e non un ente contabile che decide la professionalita’ degli individui in base al saldo del loro conto in banca, si verifichi con un esame di stato aperto a tutti chi e’ dotato di queste professionalita’ ed e’ idoneo a rispettare le regole della buona professione giornalistica indipendentemente dalla sua fonte di reddito prevalente.
Abruzzo propone una “soluzione empirica” basata sulla misurazione del reddito per verificare chi e’ “giornalista vero”, e io invece ne propongo un’altra: facciamo riconoscere i giornalisti da altri giornalisti gia’ riconosciuti, e ammettiamo all’esame di stato chiunque sia in grado di produrre una lettera firmata da un direttore di testata che riconosca la natura giornalistica delle mansioni svolte per quella testata, indipendentemente dal reddito che hanno prodotto queste prestazioni d’opera.

E se proprio si vogliono fare distinzioni in base al reddito dal sapore di dubbia costituzionalita’, allora non prendiamocela solo con i pubblicisti che “guadagnano poco” come giornalisti, ma anche con gli iscritti all’albo dei professionisti che “guadagnano troppo” come avvocati o parlamentari e hanno uno status lavorativo incompatibile con i requisiti di esclusivita’ della professione giornalistica richiesti dalla legge (almeno in teoria) per l’appartenenza all’albo dei professionisti.

“Gli ingegneri e gli avvocati possono fare un esame di stato anche senza aver mai guadagnato un centesimo”. Ciò accade perché gli stessi hanno una laurea specifica alle spalle, che presuppone l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione (ex art. 33, comma V, della Costituzione).

Questo conferma che una professionalita’ puo’ essere riconosciuta in base alle conoscenze e alla preparazione anche senza essere collegata ad un reddito percepito.

Segue …