Ricchezza, bisogno, scarsità, distribuzione, mercato

Di   19 Gennaio 2010
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Via Irene Cassarino

La società dei consumi è fondata sulla creazione artificiosa e sullo sfruttamento strutturale dei sistema dei bisogni, che è frutto del sistema della produzione. Il quale prima di essere destinato a produrre beni ha la funzione di produrre privilegi e di mantenerli. I bisogni rispondono ad una necessità di segni e differenziazioni. Il consumo non mira a soddisfare un supposto bisogno profondo e recondito dell’individuo, ma a ripristinare continuamente la distanza sociale e a confermare i segni d’appartenenza ad uno status, perpetuando una tensione cronica che è l’antitesi della ’soddisfazione’. Per questo un bisogno “realizzato” non crea, come sostengono i razionalisti, uno stato di equilibrio e risoluzione delle tensioni, al contrario le riproduce in maniera folle, negando la possibilità di una soddisfazione e quindi smascherando la natura stessa del bisogno.

L’emancipazione da questo stato di follia collettiva può avvenire solo con il sovvertimento della struttura sociale, al cui mantenimento il sistema dei bisogni è votato. Non sarà questa crisi a compiere il miracolo. Semmai servirà a rispolverare le considerazioni – le solite che ciclano e ri-ciclano di ventennio in ventennio – sull’inadeguatezza del PIL come indicatore di benessere e la necessità di fondare un’economia della felicità.

Ma c’è un prodotto della società della scarsità in cui si sono sperimentate forme sociali alternative, radicate strutturalmente sulla parità anzichè sulla differenziazione, sull’infinito decentramento e scambio anzichè sull’accentramento del potere e la difesa – più o meno mascherata – dei privilegi ad esso connessi.

Questo ecosistema è internet, e se non ci sbrighiamo a renderci conto dell’inestimabile potenziale di risorgimento umanistico rispetto allo scempio della società industrializzata, se non ci decidiamo a sottrarlo alla morsa della grande (e piccina) retorica ancora industriale del “progresso” e dell’ “innovazione”, lo abbiamo già perso e venduto al passato.

Trascrivo, commossa, da una lettura – La société de consommation, di Beaudrillard (1970) – che solo in questo frammento abbandona il tono liricamnete caustico e lo sguardo sconfitto sul presente abbacinnato e sul molle futuro, in cui noi, nel 2009, fluttuiamo scomposti:

“Dobbiamo abbandonare l’idea preconcetta che abbiamo della società dell’abbondanza come di una società nella quale tutti i bisogni materiali (e culturali) sono facilmente soddisfatti, dato che quest’idea fa astrazione da una logica sociale. Biosgna invece pervenire all’idea, ripresa da Marshall Sahlins nel suo articolo sulla “prima società dell’abbondanza”, secondo la quale sono le nostre società indistriali e produttiviste ad essere dominate dalla scarsità, dall’ossessione della scarsità caratteristica dell’esconomia di mercato. Più si produce più si sottolinea, nel senso stesso della profusione, l’irrimediabile allontanamento dal termine finale, cioè dall’abbondanza, definita come l’equilibrio tra la produttività umana e le finalità umane.
Poichè quell che è soddisfatto da una società della crescita, e sempre più man mano che cresce la produzione, e non i “bisogni” dell’uomo, sul cui disconoscimento riposa tutto il sistema, è chiaro che l’abbondanza indietreggia indefinitamente, o meglio essa è irrimediabilmnete negata a vantaggio del regno organizzato della scarsità (penuria strutturale).
Per Sahlins erano i cacciatore raccoglitori (tribù nomadi primitive dell’Australia) che conoscevano la vera abbondanza malgrado la loro assoluta “povertà”. I primitivi non possiedono nulla di proprio, essi non sono ossessionati dagli oggetti che essi gettano via uno dopo l’altro per spostarsi meglio. Non vi è l’apparato produttivo nè di “lavoro”: essi cacciano e raccolgono si potrebbe dire a piacere e dividono tutto tra loro. La loro prodigalità è totale: essi consumano tutto subito, non vi è calcolo economico, non vi sono stock. Il cacciatore raccoglitore non ha nulla dell’homo economicus di invenzione borghese. Egli non conosce i fondamenti dell’economia politica. Rimane sempre al di qua dell’energia umana, delle risorse naturali e delle effettive possibilità economiche. Dorme molto. Ha fiducia – ed è questo che fa andare avanti il sistema economico – nella ricchezza delle risorse naturali, mentre il nostro sistema è contraddistinto (e sempre di più col perfezionamento della tecnica) dalla disperazione di fronte all’insufficienza dei mezzi umani, da un’angoscia radicale e catastrofica che è l’effetto profondo dell’economia di mercato e della concorrenza generalizzata.