Il programma di Dig-It 2016
Parole Fatti Pensieri
Per evitare di sprofondare in caso di Sinistri Internet in cui si parla di Misure di sicurezza, Data Protection; – Casistica: cyberstalking, diritto all’oblio, Google suggest, domain name, profilo Facebook, social network; – Danno reputazionale e determinazione del quantum; – Azioni cautelari …
L’Inpgi ha trasmesso alla Fnsi e alla Fieg il documento aggiornato con il piano di misure necessarie a salvare i conti dell’istituto e assicurare la sostenibilità della gestione previdenziale. Il testo della riforma INPGI from Vittorio Pasteris
Apprendiamo con vivo disappunto che la RAI intende cancellare dal palinsesto 2016-2017 la serie di trasmissioni “Scala Mercalli” condotta da Luca Mercalli.
La Federazione Italiana Media Ambientali, che riunisce testate tradizionali e web, giornalisti, blogger, case editrici specializzate, agenzie di comunicazione ambientale, comunicatori ambientali, studiosi della comunicazione, esprime la propria ferma protesta per tale decisione, con l’augurio che vi siano spazi di ripensamento.
Luca Mercalli si distingue per rigore scientifico e capacità di approfondimento, qualità unite all’efficacia comunicativa e all’impegno con cui si dedica ai temi trattati.
Di là dei meriti del collega Mercalli, la chiusura di una valida trasmissione durata solo due anni lascia nel palinsesto del servizio pubblico un grave vuoto. Da un lato, infatti, diventano sempre più evidenti le emergenze ambientali (e le loro strette interconnessioni con temi sociali, geopolitici, umanitari, ecc., come sottolineato ad esempio dall’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco) e dall’altro cresce nell’opinione pubblica la speranza che grazie a una maggiore consapevolezza ambientale l’umanità possa trovare la strada di un benessere “equo e sostenibile” (per riprendere il termine usato dall’ISTAT per l’Indice BES).
Si pone quindi un più generale problema di politica editoriale complessiva, che deve vedere non una riduzione, ma un forte ampliamento dell’informazione ambientale in tutte le reti RAI.
Anni fa a un incontro di giornalisti in Piemonte dissi che l’equilibrio economico di INPGI era fuori controllo. Veni definito dai soloni locali un allarmista. Oggi scrive Ernesto Auci
L’ente previdenziale e di assistenza dei giornalisti italiani è sull’orlo del fallimento. Per la prima volta con grande chiarezza il rapporto della Corte dei Conti sul bilancio del 2015 e sull’evoluzione della situazione in questi primi mesi dell’anno, afferma senza mezzi termini che “il saldo previdenziale rimarrà presumibilmente negativo fino al 2045 mentre il patrimonio si azzererà già nel 2030. Quindi il giudizio dell’esperto attuariale indipendente è, nella vigente regolamentazione, di non solvibilità dell’Inpgi”.
L’analisi del bilancio dell’istituto condotta con accuratezza dalla Corte dei Conti è molto dettagliata e complessa. Tuttavia risulta evidente che c’è uno squilibrio di fondo e crescente tra i contributi incassati e le erogazioni per previdenza ed assistenzatanto che il saldo sale da un – 81,6 milioni del 2014 ad un meno 111,9 milioni dello scorso anno. Il numero di iscritti continua a calare (- 5% circa) attestandosi a poco più di 15300 giornalisti con un rapporto tra iscritti e pensionati che scende dall’1,97 all’1,77.
È stato pubblicato online il libro di Giancarlo Tartaglia “Lineamenti di diritto del lavoro giornalistico”, che si occupa dalle norme sull’ordinamento professionale, all’organizzazione sindacale dei giornalisti, passando per la regolamentazione contrattuale del rapporto di lavoro, un utile vademecum che in maniera agile e completa affronta le principali questioni legale allo svolgimento della professione giornalistica. Lineamenti … Leggi tutto
Fine marzo 2013, bar in zona centrale vicino al Comune di Torino. Ciao sono Chiara, ciao sono Vittorio. Chiara era la consigliera comunale in Sala Rossa del M5S eletta con l’amico di tante cose VB. Non la conoscevo, me ne avevano parlato molto bene. Lei aveva dimostrato di essere tosta iniziando a fare le pulci alle storture di quello che poi è stato chiamato il Sistema Torino, su delle cose che non quadravano nella città dove vivevamo dove si parla sempre troppo poco delle cose che contano.
Incertezza, poche risorse e scarsa attenzione da parte delle istituzioni. E’ questo, in estrema sintesi, l’ orizzonte in cui si muove il giornalismo digitale in Italia e che renderebbe quindi l’ informazione on line sostanzialmente “non libera”.
E’ pieno di ombre e criticità il quadro che emerge dalle considerazioni espresse dalle testate che hanno partecipato al sondaggio realizzato da “Giornalismi” (Gruppo di lavoro del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti) in
Giorgio Levi racconta un ennesimo problema di trasparenza al Master in Giornalismo di Torino
Tutto questo per dire che l’altro giorno il Comitato Tecnico Scientifico del master di giornalismo “Giorgio Bocca” ha provveduto alla nomina dei due direttori, quello scientifico e quello editoriale. Sullo “scientifico” non c’è embargo, ma sul nome dell’altro direttore sì. E questo perché la nomina deve essere convalidata dal consiglio dell’Ordine di Roma. Solo quando lo diranno loro si potrà svelare il “segreto”. Se lo fai prima c’è il rischio che si offendano e non sai mai Iacopino che reazioni può avere. Dunque, dico subito che qui non scriverò alcun nome, nemmeno quello che non è coperto dal segreto dell’aula. Rispetto l’embargo, sia ben chiaro.
Chiara Appendino è il nuovo sindaco di Torino.
La spiegazione di un fenomeno da chi ha fatto partire il Movimnto 5 Stelle a Torino
Ha votato Appendino il vecchietto ultra-80enne che ha salito con estrema fatica le scale del seggio dicorso Svizzera in cui ero rappresentante, si è riposato dieci minuti buoni per riprendere fiato, ha votato e poi ha detto ad alta voce “e speriamo che adesso muoia, sto sindaco comunista!”; e ha votato Appendino la coppia di giovani che ho visto a festeggiare in piazza sotto il Municipio e che, rivolti verso i bei palazzi del centro, gridavano “andate a lavorare, radical chic di merda!”.
I commentatori si sono concentrati sulle contraddizioni insite in tutto questo; ed è vero, è vero che chiunque avesse qualcosa da ridire non solo sull’amministrazione Fassino o sul governo Renzi ma sull’economia, sulla geopolitica, sull’ordine sociale, persino sul tempo e sul risultato degli Europei di calcio, ha concretizzato la propria rabbia votando Appendino; è vero che le aspettative sulla nuova giunta sono non solo impossibilmente elevate, ma anche troppo contraddittorie per poter essere esaudite tutte.
Ma i commentatori che si concentrano sulle contraddizioni sbagliano, perché vivono ancora nel mondo della destra e della sinistra; sbagliano perché non capiscono che c’è un filo conduttore tra tutti quelli che hanno votato Appendino, un filo conduttore molto più forte delle contraddizioni interne. Un filo conduttore che esisteva già prima, ma che Chiara ha abilmente solleticato e rafforzato, con la sua campagna in stile primarie americane, innovativa per l’Italia e giustamente premiata, basata innanzi tutto sull’immagine, sull’emozione e sull’identificazione del “noi” con il popolo e del popolo con Chiara, più che sui temi di sostanza; una campagna inconsapevolmente peronista che io non avrei mai fatto e comunque non sarei mai stato in grado di fare, ma che era l’unica che potesse vincere e conquistare i cuori del popolo torinese (e quindi tanti complimenti a Xavier Bellanca, l’attivista-stratega oggi meritatamenteintervistato dalla Stampa).
Il filo conduttore è evidente nella fotografia della distribuzione territoriale dei risultati:
E’ evidente che ciò che unisce i sostenitori di Appendino non è né la destra né la sinistra, e nemmeno l’apprezzamento per Grillo(volutamente tenuto fuori dalla campagna) o per le istanze storiche del M5S. Semplicemente, ciò che unisce i sostenitori di Appendino è di essere o sentirsi poveri; e sottolineo “sentirsi”, che per vedere i poveri veri bisogna andare nelle baraccopoli della Stura o direttamente nel Terzo Mondo, ma Torino è piena di ex classe media che pur vivendo ancora meglio di tre quarti del pianeta si sente a buon motivo pezzente.
Perché? Perché dall’altra parte c’è un sistema di persone che hanno esibito per vent’anni il loro bel centro lucido, i loro grandi eventi pieni di VIP, le loro connessioni familiari e sociali che li fan cadere sempre in piedi, la loro arroganza nel pretendere sempre ragione e nel liquidare qualsiasi opinione diversa come “fascismo” o “ignoranza”, la loro cultura rivendicata come uno status symbol, fino a stare immensamente sulle scatole alla maggioranza della città.
Davanti a un sistema organizzato che marca fisicamente e moralmente la distanza tra chi è dentro e chi è fuori, è ovvio che anche chi fuori vive piuttosto bene, anche chi gode di una amministrazione non certo inetta, si senta comunque un pezzente con voglia di rivalsa; e persino chi è dentro, ma riceve soltanto le briciole, si ribellerà nel segreto dell’urna o anche apertamente, come i ragazzi pagati per dare i volantini di Fassino che ci dicevano “comunque io voto per voi”. Non è solo una povertà materiale; lo è in molti casi, ma in molti altri è soprattutto una povertà di opportunità, di chance di crescita personale e di riconoscimento sociale, di libertà di essere e di realizzarsi, che rimanda al vuoto di senso della società moderna prima ancora che al vuoto nella pancia.
Fassino – una persona che purtroppo per lui ha il talento naturale per fare dichiarazioni autolesioniste: oggi si vantava di aver comprato le caprette ai rom di lungo Stura Lazio per rimandarli in Romania, provocando una serie infinita di “Piero, le caprette ti fanno ciao” – l’ha chiamata “invidia sociale”, sempre per farsi amare ancora un po’. Ma quando la differenza sociale non è legata al merito ma alle condizioni di partenza, non si tratta di invidia quanto di sacrosanta rabbia.