21 febbraio, 2011
Economia, Italia, Media
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Alessandro Penati su Repubblica via Dagospia
Rcs, editore del Corriere della Sera, è anche un´azienda. Quotata in Borsa. Il primo gruppo editoriale italiano per fatturato. Osservazione doverosa visto che Rcs è ormai sinonimo di manovre per guadagnare spazio sul ponte di comando, di rumors sul direttore del Corriere, di giri di pacchi e pacchettini di controllo, di scalate più o meno occulte, accerchiamenti, alleanze, patti di sindacato, e litigi tra i potenti soci. Sembra “Beautiful”. Utili, margini, prospettive, valore del titolo sembrano interessare a nessuno. Se non quando l´azienda entra in crisi, come capita, in media, ogni dieci anni.
Storia nota. Ma viene fatto di rimarcarla adesso per il polverone sollevato dalle critiche di Della Valle al “vecchietto” Geronzi. Se ho capito bene, le critiche possono essere così riassunte: la governance è inadatta a gestire efficacemente l´azienda; le decisioni riguardanti Rcs (incluso la nomina del direttore del Corriere), non spettano al patto di sindacato ma al consiglio di amministrazione; la società deve essere gestita da azionisti che rischiano il proprio.
Sembrano critiche ovvie. Se non fosse che sono poco credibili e soprattutto poco rilevanti per le sorti dell´azienda. Primo, appaiono più legate alla contesa per il potere in Generali che al futuro di Rcs. Secondo, i patti di sindacato esistono proprio per esercitare il controllo, esautorando il consiglio delle decisioni strategiche; quindi perché Della Valle non propone lo scioglimento del patto?
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7 febbraio, 2011
Internet, Italia
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Via Corriere.it
Adriano Celentano, ogni tanto, manda un suo scritto al Corriere. Non sempre siamo d’accordo con lui. Ma la libertà dell’artista, specie di questi tempi, è sacra ed è sempre una ventata d’aria fresca. Per fortuna. È un colloquio con Beppe Grillo su temi d’attualità. Grillo non è mai stato tenero con noi. Ma anche la sua libertà qui è rispettata. Quando sento che il mio cellulare squilla, mi viene spontaneo rispondere senza guardare chi è che chiama. Claudia infatti mi rimprovera sempre: «Ma perché non guardi prima di rispondere?». Ha ragione, ma il mio è quasi un riflesso condizionato. Al primo squillo, a volte anche prima del primo squillo, è come se una scossa elettrica mi scaraventasse sul piccolo mostro per gridare con forza: «Pronto, chi è che parla?!?». «Ciao Adriano. Sono Beppe!». «Ah, ciao Beppe!». Era Grillo. Sì ogni tanto ci sentiamo per scambiare due chiacchiere sul mondo. Del resto l’Europa l’avevamo già trattata quando mi invitò nella sua casa al mare.] Adriano Celentano, ogni tanto, manda un suo scritto al Corriere. Non sempre siamo d’accordo con lui. Ma la libertà dell’artista, specie di questi tempi, è sacra ed è sempre una ventata d’aria fresca. Per fortuna. È un colloquio con Beppe Grillo su temi d’attualità. Grillo non è mai stato tenero con noi. Ma anche la sua libertà qui è rispettata.
31 gennaio, 2011
Italia, Pensieri
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Silvio Berlusconi scrive una lettera al Corriere
Gentile direttore
Il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece una irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.
Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.
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22 gennaio, 2011
Diritti, Economia, Internet, Italia
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L’Idea è intelligente: sarà interessante capire come reagiranno i giornalisti del Corriere, che è comunque un giornale con una redazione seria e a molte voci. Sarebbe bello vedere che reazione avrebbe una proposta del genere in redazioni mono tone comandate da ras e da principini che si sentono immortali e che non amano la trasparenza. Peccato che De Bortoli sostenga che “a questi giovani debbano essere offerti contratti meno vantaggiosi dei vostri. Ma non arbitrariamente. Applicando semplicemente il contratto nazionale”. (dal discorso di De Bortoli alla redazione via Il Post)
Chi parla poi del tentativo di trasformare la redazione in una redazione low cost è in assoluta malafede. Se non cambieremo, diventeremo rapidamente obsoleti e inutili. Oggi abbiamo ancora la possibilità di governare questo processo, fra qualche anno dubito molto. Vogliamo assumere giovani talenti. Lo vogliamo fare con concorsi sulla Rete. Ne vogliamo assumere uno al mese. Certo, pensiamo che a questi giovani debbano essere offerti contratti meno vantaggiosi dei vostri. Ma non arbitrariamente. Applicando semplicemente il contratto nazionale. Con i costi redazionali previsti dalla normativa nazionale possiamo investire in nuove iniziative; con i costi quasi doppi del Corriere no. Con i costi del Corriere le edizioni locali non starebbero in piedi. Non si sarebbero mai fatte.
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22 gennaio, 2011
Italia, Media, Pensieri
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Via Dagospia
Lo Scarparo Della Valle è andato a trovare Carlo De Benedetti nel suo ufficio di via Ciovassino a Milano. Hanno parlato di un possibile passaggio a ”Repubblica” di Flebuccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera? Ah saperlo… (attivare Mariopio Calabresi, caro ad Elkann; alla Stampa, duello Gramellini-Cazzullo)
22 gennaio, 2011
Diritti, Economia, Media, Personale
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De Bortoli ha deciso di rispondere all’attacco ricevuto da una parte degli azionisti del Corriere Via Il Fatto Quotidiano
Al Corriere della Sera il direttore Ferruccio de Bortoli reagisce alle pressioni dei suoi azionisti, Fiat in testa, e denuncia “assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra”. Ai giornalisti che ascoltavano la comunicazione del direttore in un incontro che si è tenuto ieri in via Solferino (con la redazione romana in collegamento) è parso evidente il riferimento alla lettera di protesta partita da John Elkann (casus belli gli articoli critici di Massimo Mucchetti), presidente di Fiat e secondo azionista della Rcs, che due giorni fa è anche andato di persona nella sede del giornale.
De Bortoli se la prende con un “establishment economico e finanziario [che] mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi”. E nel consiglio di amministrazione della Rcs Quotidiani, che edita il Corriere, i membri dell’establishment ci sono tutti: da Cesare Geronzi a Giovanni Bazoli a Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera. Il direttore, tornato a guidare il giornale nel 2009 grazie soprattutto all’accordo tra Bazoli e Geronzi, sceglie di legare i suoi due problemi principali: i rapporti con la proprietà e la riorganizzazione del giornale, che è ancora in stato di crisi, chiedendo ai giornalisti di votare in un referendum “sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore”. Se vince, sarà più forte davanti alla proprietà e potrà attuare il piano di riordino del Corriere, se perde lascia. Una prova di forza che, stando alle parole del direttore, sembra indispensabile. Ma che a molti redattori ricorda il “ricatto” denunciato dalla Fiom a Mirafiori, nel referendum chiesto da Sergio Marchionne.
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19 gennaio, 2011
Media, Pensieri, Piemonte
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Il Fatto Quotidiano via Dagospia
È il sito Dagospia a fare due più due: la richiesta sarebbe una lettera firmata da John Elkann, presidente di Fiat, e da Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, due dei membri forti del patto di sindacato che governa la Rcs, per lamentarsi degli articoli di Mucchetti, uno dei critici più severi delle promesse di Marchionne, di certo il più severo tra quelli che lavorano nei giornali di cui il Lingotto è azionista.
La notizia viene rilanciata anche da Lettera43.it? , ma i verbi al condizionale restano tanti. Sabato la storia esce dal web, se ne occupa Paolo Panerai, editore del gruppo Class, in un lungo editoriale sul suo giornale, Milano Finanza (considerato, negli schieramenti semplificati del potere finanziario all’italiana, vicino all’area di Cesare Geronzi). La Fiat continua a tacere. Nessuna smentita. E fonti vicine al presidente John Elkann al Fatto non confermano l’esistenza della lettera ma neppure smentiscono i malumori per quello che scrive Mucchetti.
Possibile che la Fiat globale, con la testa più a Detroit che a Torino, sia così sensibile a quello che scrive il Corriere della Sera? Quando Elkann ha presentato la separazione tra auto e camion, ora quotati in Borsa da soli con Fiat Industrial, ha commentato che le partecipazioni editoriali “non vanno di certo in Fiat Industrial in quanto sinergie tra mondo editoriale e quello dei veicoli industriali è difficile da trovarne”.
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26 dicembre, 2010
Diritti, Economia, Italia, Media
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E’ un classico nelle aziende tentare dei colpi di mano sotto Natale …
Via Franco Abruzzo
Dal 23 dicembre i giornalisti del Corriere della Sera sono in stato di agitazione dopo la rottura che si è consumata tra il Cdr e l’azienda, tra il Cdr e il direttore Ferruccio De Bortoli schierato toto corde con i vertici societari. Ferruccio De Bortoli ha gettato la maschera: sta con l’editore che vuole abolire i vecchi accordi aziendali e trattare i redattori come birilli. Il documento di mediazione del direttore è un diktat: prendere o lasciare. De Bortoli non vuole discutere con il Cdr, ma sfida il CdR e chiede “un confronto in assemblea e un voto di fiducia davanti a tutta la redazione”. De Bortoli evoca un metodo populista/peronista: scavalcare il sindacato significa violare Costituzione e contratto. Nessuna sorpresa, ma coerena reazionaria. De Bortoli ha già scritto in una celebre lettera al CdR: “Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso. L’età del piombo è alle nostre spalle”.
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23 dicembre, 2010
Pensieri
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Via Luca Cicca
I giornalisti del Corriere sono ancora in stato di agitazione.
E lo sono con alcune motivazioni di cui si dovrebbero vergognare.
La Direzione ha ingiustificatamente etichettato come «privilegiati» i suoi giornalisti, che da un anno e mezzo affrontano con grandi sacrifici economici e lavorativi uno stato di crisi del quale non sono in alcun modo responsabili. Questo mentre ha accettato l’abolizione di strumenti di lavoro utili al giornale come le automobili di servizio per degradarle a status symbol. I giornalisti del Corriere non hanno più a disposizione autisti per arrivare prima della concorrenza sul luogo di un delitto o un fatto di cronaca improvviso, come la forza e il prestigio del Corriere richiederebbero. Invece sia nella sede di Milano sia di Roma un buon numero di autisti (anche se non utilizzati) restano a esclusiva disposizione della Direzione per i suoi spostamenti.
Poi capisci come mai se ne esce una come Paola Caruso a fare lo sciopero della fame per avere un contratto a tempo indeterminato.
17 novembre, 2010
Diritti, Media, Pensieri, Piemonte
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Dopolo sciopero della fame il rientro in via Solferino
Corriere della Sera, ore 16,30. Varco la porta di via Solferino e mi sembra quasi strano. Non mi reggo in piedi. Paradossalmente oggi che ho ripreso a mangiare sto peggio di ieri. Alla reception aspetto di salire in direzione. Ho un incontro con il direttore a cui partecipano anche il condirettore e il direttore delle risorse umane. La prima domanda è ovvia: “Come stai?”. E poi si inizia a parlare della vicenda con toni cordiali, quasi affettuosi.
Non sono qui per una trattativa, ma per un chiarimento su tutta la vicenda. Mi scuso subito per le tante mail di insulti arrivate al direttore: la critica è una cosa, l’offesa un’altra. “Ho risposto a tutti – spiega Ferruccio de Bortoli -. Sono passato per uno che non sostiene i giovani e non così. Ma ho le spalle larghe”.
Abbiamo molte cose da chiarire: dai motivi della protesta alla preoccupazione dei colleghi per la mia salute, dallo stato di crisi del giornale alle mie aspirazioni reali/illuse/disilluse. Cerco di leggere tra le righe, ma faccio fatica perché il mio mezzo neurone rimasto attivo incomincia a vacillare. So che i colleghi mi sono vicini: i loro messaggi di questi giorni mi hanno dato grande conforto. So che amo sempre mamma Rcs, anche se al momento mi considero una figliastra.
E adesso cosa succede? Succede che ho un contratto e posso tornare a lavorare appena mi sarò ristabilita. Nessuna promessa, ma l’assicurazione che chi merita prima o poi fa carriera. Fa davvero carriera. “Insomma, mi perdonate?” dico quasi scherzando. De Bortoli sorride, mi stringe la mano e mi saluta.
13 novembre, 2010
Diritti, Media
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Paola Caruso ha deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete per protestare per la sua situazione di precaria a vita al Corriere.
Sciopero della fame e della sete, le prime 24 ore.
Mi sento un po’ debole, ma sto bene. Oggi al telefono ho sentito qualche collega. Nessun altro. Al giornale lo sanno tutti e la direzione tace. Bene.
Spero che la mia protesta rappresenti la battaglia d’inizio di una guerra, la guerra dei precari che non accettano più di essere trattati da reietti.
Non so se riuscirò a far sentire la mia voce. Ci provo.
UPDATE: la discussione sulla scelta di Paola con qualche notizia in più su FF di Andrea Beggi
UPDATE2: Macchianera ha deciso di sospendere il suo sito e girare tutto il traffico sul Tumblr di Paola. All’iniziativa stiamo aderendo in molti.
UPDATE3: Paola Caruso ha accettato di sospendere lo sciopero della sete e spiega meglio la sua vicenda. Ci sono molte cose interessanti da notare nel racconto di Paola. Chi chiede spiegazioni o si oppone alle irregolarità e alle prassi indecenti decise da chi vuole opprimere e condizionare i giornalsti viene minacciato ed emarginato.
Sciopero della fame e della sete, dopo le prime 24 ore. La novità è che ho bevuto. Mi hanno convinto gli amici, ma vado avanti con lo sciopero della fame.
Per chi mi ha chiesto i motivi della protesta ecco qualche dettaglio. Spero di essere chiara: al momento sono un po’ cotta e parecchio stanca.
La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.
La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.
Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.
Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso.
UPDATE4: aggiornamento a domenica 14 novembre sera: nessun media tradizionale italiano ha citato la vicenda di Paola , in un silenzio assordante, mentre buona parte della rete parla della vicenda di Paola. Evidentemente ci vuole qualcosa di più perchè i sepolcri imbiancati della stampa italiana abbiano il coraggio di pubblicare la notizia.
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3 ottobre, 2010
Diritti, Media, Mobile
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La fotografia non ha grande qualità, ma rappresenta la versione Ipad del Corriere della Sera del 2 ottobre 2010
